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Sed cum multa iam mihi ex meis desideranda senectus fecerit, ..... cum plures quam ducenti efficerentur, ab ultimo incipiens usque ad primum recitabam
Sebbene la vecchiaia mi faccia ormai desiderare molte delle mie capacità, abbia indebolito l'accortezza degli occhi, abbia diminuito il senso dell'udito, abbia indebolito la saldezza dei nervi, ora queste cose che ho ripetuto, è di tutte le parti dell'animo la memoria (quella) la più delicata e fragile, contro la quale per prima la vecchiaia assale. Non nego che un tempo questa si trovava in me così vigorosa che non solo bastava all'impiego, ma arrivava persino al miracolo; infatti ripetevo anche duemila nomi nell'ordine in cui erano stati detti e recitavo, iniziando dall'ultimo fino al primo, ciascun verso recitato da ognuno di coloro che erano venuti ad ascoltare il maestro con me, anche se assommavano a più di duecento.
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Stilbo capta patria, amissis liberis, amissa uxore, cum ex incendio publico solus et tamen beatus exiret, ..... Vides quanto facilius sit totam gentem quam unum virum vincere?
Stilbone, presa la patria, persi i figli, persa la moglie, uscendo dall'incendio generale solo e tuttavia beato, a Demetrio, che ebbe il soprannome di Poliorcete per la distruzione delle città, che gli domandava se avesse perso qualcosa, disse: "Tutti i miei beni sono con me". Ecco un uomo forte e valoroso! Costui ottenne la stessa vittoria del suo nemico. Disse: "Non ho perso nulla". Costrinse quello a dubitare se avesse vinto. "Tutte i miei beni sono con me": giustizia, virtù, saggezza e soprattutto ciò, non considerare un bene ciò che può essere tolto. Guardiamo stupiti alcuni animali che passano tra le fiamme senza danni dei corpi: quanto più straordinario quest'uomo che uscì illeso e indenne sia in mezzo agli scontri armati, sia in mezzo alle sventure che agli incendi! Vedi quanto sia più facile vincere tutto un popolo che un solo uomo?
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Duae maxime et in hac re dissident sectae, Epicureorum et Stoicorum, sed utraque ad otium diversa via mittit. ..... si minus, proximis, si minus, sibi. Nam cum se utilem ceteris efficit, commune agit negotium.
Le due scuole filosofiche, degli Epicurei e degli Stoici, sono di parere contrario specialmente in questa cosa, ma entrambe conducono alla vita ritirata per una strada diversa. Epicuro dice: "Il saggio non si avvicinerà allo Stato, a meno che non accadrà qualcosa"; Zenone dice: "Si avvicinerà allo Stato, a meno che qualcosa non lo impedirà". L'uno ricerca il disimpegno di proposito, l'altro per una ragione, ma quella si estende ampiamente. Se lo Stato è troppo corrotto per poter essere aiutato, è è ottenebrato dai mali, il saggio non si sforzerà invano né si sacrificherà, se è destinato a non giovare a nulla; se avrà poca autorità o forze e lo Stato non è intenzionato ad accoglierlo, se la salute glielo impedirà. Pertanto anche colui che ha ancora tutta la situazione nelle sue mani, prima di sperimentare le tempeste, può starsene al sicuro e da subito dedicarsi alle arti liberali e praticare una vita assolutamente ritirata, cultore delle virtù, che possono essere praticate anche dai più tranquilli. Di fatto a un uomo si richiede questo, che giovi agli uomini, a molti, se si può fare, se no, a pochi, se no, a coloro che gli sono vicini, se no, a se stesso. Infatti, quando si rende utile agli altri, pratica l'interesse comune
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Nullos mortales peiores iudico quam philosophos qui aliter vivunt quam vivendum esse praecipiunt. Exempla enim se ipsosinutilis disciplinae circumferunt, nulli non vitio quod insequuntur obnoxii. Non magis mihi potest quisquam talis prodesse praeceptor quam gubernatorin tempestate nauseabundus. Tenendum rapiente fluctu gubernaculum, luctandumcum ipso mari, eripienda sunt vento vela: quid me potest adiuvare rectornavigii attonitus et vomitans? Quanto maiore putas vitam tempestate iactariquam ullam ratem? Non est loquendum sed gubernandum. Omnia quae dicunt,quae turba audiente iactant, aliena sunt: dixit illa Platon, dixit Zenon,dixit Chrysippus et Posidonius et ingens agmen nominum tot ac talium. Quomodoprobare possint sua esse monstrabo: faciant quae dixerint.
Non giudico nessun mortale (lett. plurale) più dannoso dei filosofi che vivono diversamente da come insegnano si debba vivere. Diventano loro stessi esempio di una disciplina inutile, schiavi come sono di tutti i vizi che condannano. Un simile maestro mi è utile quanto un timoniere che vomita in piena tempesta. Bisogna tener saldo il timone contro la violenza delle onde, lottare col mare, sottrarre le vele alla furia del vento: come può essermi di aiuto un timoniere stordito e in preda al vomito? Non pensi che la nostra vita sia sconvolta da tempeste più violente che una nave? C'è bisogno di una guida sicura, non di parole. Tutti i princìpî che espongono, che vanno ripetendo alla folla in ascolto, sono di altri: di Platone, Zenone, Crisippo, Posidonio e di un vasto gruppo di tanti insigni filosofi. Ecco come possono dimostrare che questi princìpî sono i loro: agiscano come parlano.
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Libenter ex iis qui a te veniunt cognovi familiariter te cum servis tuis vivere: hoc prudentiam tuam, hoc eruditionem decet. "Servi sunt. " Immo homines. "Servi sunt" Immo contubernales. "Servi sunt". Immo humiles amici. "Servi sunt". Immo conservi, si cogitaveris tantundem in utrosque licere fortunae. Itaque rideo istos qui turpe existimant cum servo suo cenare: quare, nisi quia superbissima consuetudo cenanti domino stantium servorum turbam circumdedit? Est ille plus quam capit, et ingenti aviditate onerat distentum ventrem ac desuetum iam ventris officio, ut maiore opera omnia egerat quam ingessit. At infelicibus servis movere labra ne in hoc quidem ut loquantur, licet; virga murmur omne compescitur, et ne fortuita quidem verberibus excepta sunt, tussis, sternumenta, singultus; magno malo ulla voce interpellatum silentium luitur; nocte tota ieiuni mutique perstant. Sic fit ut isti de domino loquantur quibus coram domino loqui non licet.
Ho saputo con piacere da quanti frequentano la tua casa che vivi insieme ai tuoi schiavi con familiarità: tanto si addice alla tua saggezza ed alla tua cultura. "Sono schiavi". Sì, ma anche uomini. "Sono schiavi". Ma anche familiari. "Sono schiavi". Si ma anche umili amici. "Sono schiavi". Si ma anche compagni di schiavitù se penserai che gli uni e gli altri sono soggetti allo stesso modo ai capricci della sorte. Perciò rido di costoro che ritengono sia disonorevole cenare col proprio schiavo: per quale ragione se non perché un'abitudine assai superba ha messo intorno al padrone mentre cena una moltitudine di schiavi in piedi? Egli è più di quanto non contiene e con straordinaria avidità colma il ventre già pieno e ormai desueto dal compiere le sue funzioni, così che con maggiore fatica espelle ogni cosa di quella con cui l'ha introdotta.