Seneca consola Polibio per la prematura morte del Fratello - Il tantucci laboratorio versione latino
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Cogita nunc nihil profuturum esse dolorem tuum, nec illi quidem quem desideras nec tibi. Nam si quicquam tristiā nostrā profecturi sumus, non recuso te omnes lacrimas tuas fundĕre; sed, quia hic dolor nihil boni laturus est, nolo eum longiorem esse, quod inrĭtus est. Diutius enim accusare fata possumus, mutare non possumus: stant dura et inexorabilia; nemo illă convicio, nemo fletu movet; nihil umquam ulli parcunt nec remittunt. Proinde parcamus lacrimis nihil proficientibus; facilius enim nos inferis (= “a coloro che abitano negli Inferi”) dolor iste adiciet quam illos nobis reducet. Maeror nos torquet, non adiŭvat: statim ergo illum deponamus animumque recipiamus ab amara quadam libidine doloris. Cogĭta etiam nulli minus gratum esse dolorem tuum quam fratri ipsi tuo: ille te torquēri enim aut non vult aut non intellĕgit. Lacrimae tuae igitur, si ille nihil sentit, supervacuae sunt; si sentit, ingratae. Dedit natura fratri tuo vitam, dedit et tibi: quae si suo iure usa debitum suum citius ab illo exegit, non illa in culpa est, cuius nota erat condicio, sed mortalis animi spes avida, quae subinde quid rerum natura sit obliviscitur nec umquam sortis suae meminit nisi cum admonetu
Pensa che ora il tuo dolore non gioverà a niente, né a colui di cui senti la mancanza né a te. Infatti se abbiamo intenzione di allontanare qualcosa dalla nostra tristezza, non ricuso che tu versi tutte le tue lacrime; ma, poiché questo dolore non porterà niente di buono, non voglio che sia troppo lungo, poiché è inutile. Possiamo infatti accusare molto a lungo il fato, (ma) non possiamo mutarlo: sta inflessibile e inesorabile; nessuno lo muove con la protesta, nessuno con il pianto; non risparmia né rende mai niente a nessuno. Perciò risparmiamo lacrime che non servono a niente; questo dolore ci avvicinerà più facilmente a coloro che abitano negli Inferi piuttosto che ricondurli a noi. Il dolore ci tormenta, non (ci) aiuta: dunque abbandoniamolo subito e recuperiamo l'animo dall'amaro piacere del dolore. Pensa anche che a nessuno è meno gradito il tuo dolore che a tuo fratello stesso: egli infatti non vuole o non capisce che ti tormenti. Perciò le tue lacrime, se egli non (le) sente, sono inutili; se (le) sente, sgradite. La natura ha dato la vita a tuo fratello, l'ha data anche a te: che se, servendosi della sua facoltà, ha preteso il suo debito prima a quello, non v'è colpa in essa, la cui condizione era nota, ma l'avida speranza dell'animo mortale, che regolarmente dimentica cos'è la natura delle cose né mai si ricorda della sua sorte se non quando le viene rammentata.
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Intra exiguum paucissimorum dierum tempus poterit quilibet facere illud quod Cineas fecit, qui, missus a Pyrrho legatus ad Romanos, postero die et senatum et ...
Nel breve giro di pochi giorni chiunque può riuscire a imitare Cinea che, inviato da Pirro come ambasciatore presso i Romani, il giorno dopo salutò per nome, lui nuovo alla città, i senatori e ogni componente della plebe urbana che circondava il Senato; o quel tale che fece colui che disse fosse suo un nuovo carme recitato da un poeta, e subito lo recitò a memoria mentre il vero autore non vi riusciva; o quello che fece Ortensio che, sfidato da Sisenna, trascorse tutta una giornata a un'asta e alla fine elencò sia oggetti, che prezzi, che acquirenti nel loro ordine, sotto il controllo degli addetti, senza sbagliarne uno.
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Ad tenuandam malorum duritiem animus patientia pervenit, quae quid efficere possit scies, si aspexeris quantum in nationibus nudis et inopibus labor possit. Omnes consi- dera gentes, in quibus Romana pax desinit, Germanos dico et omnes circa Histrum vagas gentes: perpetua illas hiems, triste caelum premit; maligne sterile solum eas sustentat; imbrem culmo aut fronde defendunt; super stagna glacie durata persultant: in alimentum feras captant. Nulla illis domicilia nullaeque sedes sunt nisi eae quas lassitudo cotidie ponit; vilis manu quaerendus victus; horrenda iniquitas caeli; intecta corpora: hoc, quod nobis calamitas videtur, tot gentibus vita est. Quid miraris bonos viros a Fortuna, ut confirmentur, concuti? Non est arbor solida nec fortis nisi ea in quam frequens ventus incursat: ipsa enim vexatione costringitur et radices certas figit; fragiles sunt arbores quae in aprica valle creverunt.
Attraverso la sopportazione l'animo arriva a smorzare la durezza dei mali; quali cose possa ottenere lo saprai se tu considererai di che cosa la fatica sia capace presso genti molto povere e prive di mezzi. Prendi in esame tutti i popoli al di fuori del mondo sottoposto alla pace romana; mi riferisco ai Germani e tutte le genti che vagano attorno all'Istro; le opprime un inverno perpetuo, un cielo grigio e avvilente; un terreno sterile le sostiene a stento; si difendono dalla pioggia con steli e frondi; camminano a balzi sugli stagni induriti dal ghiaccio; cacciano gli animali per cibarsene. Non hanno nessuna abitazione e nessuna sede fissa ad eccezione di quelle che la spossatezza mette a disposizione ogni giorno; un vitto miserrimo dev'essere procacciato con le mani; il clima è terribilmente avverso; i corpi non sono coperti; quello che a noi sembra calamitoso per tante genti è vita. Perchè ti meravigli che gli uomini valenti siano strapazzati dalla Fortuna, per venire rafforzati? Non c'è albero saldo e forte se non quello contro cui il vento si avventa di frequente: infatti è consolidato dalle stesse scosse violente e pianta nel terreno radici ferme. Delicati sono gli alberi cresciuti in valli soleggiate
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Non sum sapiens, nec ero. Exìge itaque a me, non ut optìmis par sim, sed ut malis melior: hoc mihi satis est, cotidie alìquid ex vitiis meis demere et erròres meos obiurgàre. Non pervèni ad sanitatem, ne perveniam quidem. «Aliter», inquis, «loqueris, alìter vivis». Hoc Platòni obiectum est, obiectum Epicùro, obiectum Zenòni; omnes enim isti dicèbant vivendum esse non quemadmòdum ipsi vivérent, sed quemadmodum esset et ipsis vivendum. De virtute, non de me loquor, et cum vitiis convicium facio, in primis meis convicium facio: vivam quomodo oportet. Nec malignitas me ista multo venèno tincta deterrebit ab optìmis; ne virus quidem istud, quo alios spargìtis, quo vos necàtis, me impediet quomìnus persevérem laudare vitam, non quam ago, sed quam agendam (esse) scio, quomìnus virtutem adòrem et ex intervallo ingenti reptabundus sequar.
Non sono saggio, né sarò. Esigi dunque da me, non che io sia pari ai migliori, ma migliore trai cattivi: questo mi basta, ogni giorno rimuovere qualcosa dai miei difetti e biasimare i miei errori. Non sono giunto alla guarigione, neppure vi giungerò. "In un modo" dici " tu parli, in un altro vivi". Questo è stato rinfacciato a Platone, obiettato a Epicuro, rimproverato a Zenone; tutti costoro infatti dicevano che bisogna vivere non come essi stessi vissero, ma come essi anche avrebbero dovuto vivere. Parlo della virtù non di me, e quando insulto i vizi, insulto per prima i miei: vivrò come è opportuno. Né codesta acredine impregnata di molto veleno mi distoglierà dai nugliori; neppure codesto veleno, di cui spargete gli altri, con cui voi morite, impedirà di continuare a lodare la vita, non quella che vivo, ma quella che so si debba condurre, né di adornare la virtù e di seguirla a grande distanza trascinandosi.
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Praecipiunt itaque omnes auctores sapientiae quaedam beneficia palam danda, quaedam secreto. Palam, quae consequi gloriosum est : ut militaria dona, et honores et quidquid aliud notitia pulchrius fit. Rursus quae non producunt, nec honestiorem faciunt, sed succurrunt infirmitati, egestati, ignominiae, tacite danda sunt : ut nota sint solis, quibus prosunt. Interdum et ipse qui iuuvatur, fallendus est: ut habeat, nec a quo acceperit, sciat. Quid ergo? ille nesciet a quo acceperit? Primum nesciat, si hoc ipsum beneficii pars est; deinde multa alia faciam, multa tribuam, per quae intelligat et illius auctorem. Denique ille nesciat accepisse se : ego sciam me dedisse. Parum est, inquis. Parum, si foenerare cogitas : sed si dare quo genere accipienti maxime profuturum erit, dabis, contentus eris te teste. Alioquin non benefacere delectat, sed videri bene fecisse.
