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Quid sapiens investigaverit, quid in lucem protraxerit quaeris? Primum verum naturamque, quam non ut cetera animalia oculis secutus est, tardis ad divina; deinde vitae legem, quam universa derexit, nec nosse tantum sed sequi deos docuit et accidentia non aliter excipere quam imperata. Vetuit parere opinionibus falsis et quanti quidque esset vera aestimatione perpendit; damnavit mixtas paenitentia voluptates et bona semper placitura laudavit et palam fecit felicissimum esse cui felicitate non opus est, potentissimum esse qui se habet in potestate. Non de ea philosophia loquor quae civem extra patriam posuit, extra mundum deos, quae virtutem donavit voluptati, sed de illa quae nullum bonum putat nisi quod honestum est, quae nec hominis nec fortunae muneribus deleniri potest, cuius hoc pretium est, non posse pretio capi
Ti chiedi che cosa il saggio abbia indagato, che cosa abbia portato alla luce? Per prima cosa la verità e la natura, che ha seguito non come gli altri animali con gli occhi, lenti a contemplare le cose soprannaturali; poi la legge della vita, che ha indirizzato verso la totalità delle cose, ha insegnato non solo a conoscere gli dei, ma anche a seguirli e ad accettare gli eventi fortuiti non diversamente che come dei comandi. Ha proibito di credere alle false opinioni e ha ponderato con una vera valutazione quanto vale ogni cosa. Ha condannato i piaceri legati a pentimento e ha lodato i beni che sono destinati a piacere sempre e ha reso chiaro che è felicissimo colui che non ha bisogno di felicità, e potentissimo colui che ha se' sotto dominio. Non parlo di quella filosofia, che pose il cittadino fuori della sua patria, gli dei fuori del mondo, che concesse al piacere la virtù, ma di quella che non considera nulla di bene se non ciò che è onesto, che non può essere sedotta ne' dai doni dell'uomo ne' da quelli della sorte, il cui pregio è questo, non poter essere corrotta da nessun prezzo.
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Tenet me summus amor parsimoniae, fateor: placet non in ambitionem cubile compositum, non ex arcula prolata vestis, non ponderibus ac mille tormentis splendere cogentibus expressa, sed domestica et vilis, nec servata nec sumenda sollicite; placet cibus quem nec parent familiae nec spectent, non ante multos imperatus dies nec multorum manibus ministratus, sed parabilis facilisque, nihil habens arcessiti pretiosive, ubilibet non defuturus, nec patrimonio nec corpori gravis, non rediturus qua intraverit; placet minister incultus et rudis vernula, argentum grave rustici patris sine ullo nomine artificis, et mensa non varietate macularum conspicua nec per multas dominorum elegantium successiones civitati nota, sed in usum posita, quae nullius convivae oculos nec voluptate moretur nec accendat invidia. dal libro Lingua Communis
Mi lega un grandissimo amore alla parsimonia, confesso: mi piace un letto non preparato per ambizione, non un vestito portato fuori da un armadio, ma familiare e di poco prezzo, né conservata ne da indossare ansiosamente; mi piace il cibo che non sottometta la servitù né sia saggiato, non ordinato molti giorni prima né servito da dalle mani di molti, ma facile a procurarsi e semplice, che non ha niente di ricercato e di costoso, che non verrà a mancare in qualsiasi posto, non gravoso al patrimonio ed al corpo, non che discenderà da dove sia entrato; mi piace il servo ignorante e il giovane schiavetto rustico, l’argenteria pesante del padre contadino senza alcun nome dell’artigiano, un tavolo che non desti l’attenzione per la varietà delle venature e che non è famosa in città per le molte successioni di padroni facoltosi, ma disposta all’utilità, che non trattenga gli occhi di alcun commensale per il piacere né accenda di invidia.
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Ego mortem eodem vultu quo audiam videbo. Ego laboribus, quanticumque illi erunt, parebo animo fulciens corpus. Ego divitias et praesentes et absentes aeque contemnam, nec si aliubi iacebunt tristior, nec si circa me fulgebunt animosior. Ego fortunam nec venientem sentiam, nec recedentem. Ego terras omnis tamquam meas videbo, meas tamquam omnium. Ego sic vivam, quasi sciam aliis esse me natum et naturae rerum hoc nomine gratias agam; quo enim melius genere negotium meum agere potuit? Unum me donavit omnibus, uni mihi omnes. Quidquid habebo, nec sordide custodiam nec prodige spargam. No numero nec pondere beneficia nec ulla nisi accipientis aestimatione perpendam; numquam id mihi multum erit, quod dignus accipiet. Nihil opinionis causa, omnia conscientiae faciam. Populo spectante fieri credam, quidquid me conscio faciam.
Io guarderò la stessa morte con l’espressione con cui ne sento parlare. Io asseconderò le fatiche, per quanto grandi siano, confortando il corpo con l’anima. Io disprezzerò ugualmente le ricchezze quando ci sono e quando mancano, né sarò più triste (alquanto triste) se staranno altrove, né (sarò) più superbo (alquanto superbo)se brilleranno intorno a me. Io non sentirò gli effetti della fortuna né quando viene, né quando si allontana. Io così come considererò mie tutte le terre, così (considererò) le mie di tutti. Io così vivrò come se sapessi che io sia nato per gli altri e ringrazierò con questo pretesto la natura (delle cose); dove, infatti, meglio del genere (umano) la natura avrebbe potuto muovere i mie interessi? Donò solo me a tutti, e (donò) a me tutti quanti. (Se) avrò qualcosa, né la custodirò con avarizia, né la dissiperò con prodigalità. Valuterò i benefici non per la quantità, né per l’efficacia, né per altro se non la considerazione che avrò da chi lo riceve; mai sarà grande per me quel dono che riceverà una persona degna. Non farò niente per la fama, (farò) tutto per la coscienza. Anche se farò qualcosa di cui solo io sono al corrente, crederò di farla (farò finta di farla) come se il popolo (mi) stesse guardando.
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At Agrippina ne malis tantum facinoribus notesceret veniam exilii pro Annaeo Seneca, simul praeturam impetrat, laetum in publicum rata ob claritudinem studiorum eius, , quia Seneca fidus in Agrippinam memoria beneficii et infensus Claudio dolore iniuriae credebatur.
Ma Agrippina per non mettersi in evidenza soltanto per le azioni malvagie, ottiene per Anneo Seneca il condono dell’esilio, insieme alla carica di pretore, pensando che ciò sarebbe stato per accetto da parte di tutti, grazie alla notorietà dei suoi studi, poiché si credeva che Seneca sarebbe stato fedele nei confronti di Agrippina per il ricordo del beneficio e ostile nel confronti di Claudio per il dolore dell’offesa.
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Calvisio Sabino memoria tam mala erat, ut illi nomen modo Ulixis excideret, modo Achillis, modo Priami, quos tam bene noverat quam paedagogos nostros novimus. Hanc itaque compendiariam excogitavit: magna summa emit servos, unum, qui Homerum teneret, alterum qui Hesiodum: novem praeterea lyricis singulos adsignavit. Magno emisse illum non est quod mireris: non invenerat faciendos locavit. Postquam haec familia illi comparata est, coepit convivas suos inquietare. Habebat ad pedes hos, a quibus subinde cum peteret versus, quos referret, saepe in medio verbo excidebat. Suasit illi Satellitus Quadratus ut grammaticos haberet analectas. Cum dixisset Sabinus centenis milibus sibi constare singulos servos: "Minoris" inquit "totidem scrinia emisses". Ille tamen in ea opinione erat, ut putaret se scire, quod quisquam in domo sua sciret. Idem Satellitus illum hortari coepit, ut luctaretur, hominem aegrum, pallidum, gracilem. Cum Sabinus respondisset: "Et quomodo possum? Vix vivo", "Noli, obsecro te" inquit " istuc dicere: non vides quam multos servos valentissimos habeas?
Calvisio Sabino possedeva una memoria così scarsa che ora gli sfuggiva il nome di Ulisse, ora (il nome) di Achille, ora (il nome) di Priamo, che conosceva così bene quanto noi conosciamo i nostri precettori. Per tale motivo, escogitò questo stratagemma: con una grande somma comprò dei servi, uno, per ricordare Omero, l'altro (per ricordare) Esiodo: inoltre assegnò ai nove poeti lirici uno a testa. Non c’è da meravigliarsi che quello avesse speso una grande somma: non li aveva preparati, li fece istruire a sue spese. Dopo essersi procurato questa servitù, iniziò a tormentare i suoi commensali. Li aveva ai suoi piedi, e pur chiedendo loro ripetutamente versi da declamare, spesso si interrompeva nel mezzo di un discorso. Satellio Quadrato gli consigliò di avere grammatici come raccoglitori degli avanzi della mensa. Quando Sabino disse che ogni servo gli costava centomila sesterzi, disse: "Avresti comprato a meno altrettanti scrigni". Tuttavia lui era dell’opinione, che credeva di sapere ciò che nessuno sapeva in casa sua. Lo stesso Satellio iniziò a esortarlo a praticare la lotta, benché fosse un uomo malato, pallido e gracile. Quando Sabino gli rispose: "E come potrei? Mi reggo in piedi a stento", "Ti scongiuro, non dire così" rispose “non vedi quanti numerosi e robustissimi servi hai"?.