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Inizio: Ἦν δὲ πλησίον αὐτοῦ τῶν ἀγρῶν ἡ γενομένη Μανίου Κουρίου τοῦ τρὶς θριαμβεύσαντος ἔπαυλις. Fine: ἐπέτεινε τὴν αὐτουργίαν καὶ περιέκοπτε τὴν πολυτέλειαν.
Nelle vicinanze dei suoi campi c'era una villa diventata poi di Manio Curio, quello che trionfò per 3 volte. Poiché spesso passeggiavo verso di essa e guardavo la modestia della zona e la semplicità della casa, rendeva nella mente un’idea di quell’uomo, ossia: pur essendo stato il più grande tra i Romani e pur avendo sottomesso le popolazioni più belligeranti e pur avendo cacciato Pirro dall’Italia, curava egli stesso questo piccolo orto e viveva in quest’abitazione dopo 3 trionfi. Gli emissari Sanniti trovandolo seduto vicino al fuoco mentre cuoceva rape, tentavano di offrirgli molto oro, ma egli non accettò, poiché disse che colui al quale bastava quel pasto non aveva alcun bisogno di oro; a suo avviso era meglio del possedere ora il vincere coloro che lo possiedono.
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Un avversario apprezzato da Annibale Quinto Fabio Massimo VERSIONE DI GRECO di Plutarco TRADUZIONE dal libro Greco nuova edizione
φαβιος μαξιμος αννιβα μαχεσθαι μη βουλομενος ...υμιν την επι των ορων νεφελην οτι χειμασει ποτε εφʹημας
Fabio Massimo, poiché non voleva combattere in battaglia contro Annibale, bensì logorare nel tempo il suo esercito, che era privo sia di mezzi, sia di viveri, lo seguivano attraverso luoghi scoscesi e montani, procedendo per le vie parallele. Benché però i più lo desideravano e lo chiamavano precettore di Annibale, egli curandosene poco, si atteneva ai proprio piani; e (rivolto) agli amici diceva di ritenere più vile chi teme scherni e maledicenze di chi sfugge davanti ai nemici. Poiché l'amico Minucio aveva sbaragliato alcuni dei nemici, era grande la sua fama come di un uomo degno di Roma, disse di temere più il successo che l'insuccesso di Minucio. E poco dopo, poiché Minucio era caduto in un'imboscata e rischiava di morire con il proprio esercito, Fabio, che era accorso in suo aiuto, sia annientò molti nemici, sia lo salvò. Allora Annibale disse ai nemici: " Non vi preannunciavo spesso che la nube che si trova sui monti, un giorno avrebbe portato tempesta da noi?"
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Τριτη δ' απο της μαχης ημερα παρην ο Βρεννος, αγων επι την πολιν το στρατευμα· ...
Τρίτῃ δ' ἀπὸ τῆς μάχης ἡμέρᾳ παρῆν ὁ Βρέννος ἐπὶ τὴν πόλιν ἄγων τὸ στράτευμα, καὶ τάς τε πύλας εὑρὼν ἀνεῳγμένας καὶ τὰ τείχη φυλάκων ἔρημα, πρῶτον μὲν ἔδεισεν ἐνέδραν καὶ λόχον, ἀπιστῶν οὕτω παντάπασιν ἀπειρηκέναι τοὺς Ῥωμαίους. ἐπεὶ δ' ἔγνω τὸ ἀληθές, εἰσελάσας διὰ τῆς Κολλίνης πύλης ἔσχε τὴν πόλιν, ἑξήκοντα καὶ τριακοσίων ἐτῶν πλείονα βραχεῖ χρόνον ἀπὸ τῆς κτίσεως ἔχουσαν, εἴ τῳ πιστὸν ἀποσῴζεσθαί τινα τῶν χρόνων ἀκρίβειαν, οἷς καὶ περὶ νεωτέρων ἄλλων ἀμφισβήτησιν ἡ σύγχυσις ἐκείνη παρέσχε. τοῦ μέντοι πάθους αὐτοῦ καὶ τῆς ἁλώσεως ἔοικεν ἀμυδρά τις εὐθὺς εἰς τὴν Ἑλλάδα φήμη διελθεῖν. Ἡρακλείδης γὰρ ὁ Ποντικὸς οὐ πολὺ τῶν χρόνων ἐκείνων ἀπολειπόμενος ἐν τῷ Περὶ ψυχῆς συντάγματί φησιν ἀπὸ τῆς ἑσπέρας λόγον κατασχεῖν, ὡς στρατὸς ἐξ Ὑπερβορέων ἐλθὼν ἔξωθεν ᾑρήκοι πόλιν Ἑλληνίδα Ῥώμην, ἐκεῖ που συνῳκημένην περὶ τὴν μεγάλην θάλασσαν. οὐκ ἂν οὖν θαυμάσαιμι μυθώδη καὶ πλασματίαν ὄντα τὸν Ἡρακλείδην ἀληθεῖ λόγῳ τῷ περὶ τῆς ἁλώσεως ἐπικομπάσαι τοὺς Ὑπερβορέους καὶ τὴν μεγάλην θάλασσαν. Ἀριστοτέλης δ' ὁ φιλόσοφος τὸ μὲν ἁλῶναι τὴν πόλιν ὑπὸ Κελτῶν ἀκριβῶς δῆλός ἐστιν ἀκηκοώς, τὸν δὲ σώσαντα Λεύκιον εἶναί φησιν· ἦν δὲ Μᾶρκος, οὐ Λεύκιος, ὁ Κάμιλλος. ἀλλὰ ταῦτα μὲν εἰκασμῷ λέλεκται. Κατασχὼν δὲ τὴν Ῥώμην ὁ Βρέννος τῷ μὲν Καπιτωλίῳ φρουρὰν περιέστησεν, αὐτὸς δὲ καταβαίνων δι' ἀγορᾶς ἐθαύμαζε τοὺς προκαθημένους ἄνδρας ἐν κόσμῳ καὶ σιωπῇ θεώμενος, ὡς οὔθ' ὑπεξανέστησαν ἐπιόντων πολεμίων οὔτ' ὄψιν ἢ χρόαν ἔτρεψαν, ἀλλὰ ῥᾳθύμως καὶ ἀδεῶς ἐγκεκλιμένοι τοῖς σκίπωσιν, οὓς ἐφόρουν, καὶ προσβλέποντες ἀλλήλοις ἡσύχαζον. ἦν οὖν θαῦμα τοῖς Γαλάταις πρὸς τὴν ἀτοπίαν, καὶ πολὺν χρόνον ὀκνοῦντες ἅψασθαι καὶ προσελθεῖν ὡς κρείττοσι διηπόρουν. ἐπεὶ δὲ τολμήσας τις ἐξ αὐτῶν ἐγγὺς παρέστη Παπειρίῳ Μανίῳ καὶ προσαγαγὼν τὴν χεῖρα πρᾴως ἥψατο τοῦ γενείου καὶ κατῆγε τὴν ὑπήνην βαθεῖαν οὖσαν, ὁ μὲν Παπείριος τῇ βακτηρίᾳ τὴν κεφαλὴν αὐτοῦ πατάξας συνέτριψεν, ὁ δὲ βάρβαρος ἐκεῖνον σπασάμενος τὴν μάχαιραν ἀπέκτεινεν.
Tre giorni dopo quella battaglia giunse Brenno conducendo il suo esercito contro la città. Trovate le porte aperte e le mura prive di difesa, dapprima temette un agguato e un inganno, non potendo credere che i Romani si rifiutassero del tutto di combattere. Ma quando si fu reso conto della verità, entrato per la porta Collina prese la città poco più di 360 anni dopo la sua fondazione, se a qualcuno sembra attendibile che si sia potuta salvare la cronologia esatta di quegli eventi, mentre per altri, anche posteriori, proprio quello sconvolgimento ne ha determinato l'incertezza cronologica. Di quel disastroso evento e della presa di Roma sembra invero che una pur vaga notizia si diffondesse in Grecia. Infatti Eraclide Pontico non molto tempo dopo quegli avvenimenti nella sua opera "Sul Tanima" afferma che dall'Occidente giunse una voce che un esercito calato di lontano dagli Iperborei aveva preso una città greca di nome Roma, situata pressi poco là sulla costa del Grande Mare Non mi meraviglierei che uno scrittore così amante del favoloso e del fantastico come Eraclide abbia voluto abbellire il racconto del fatto vero della presa di Roma con gli Iperborei e il Gran Mare. Ma pure il filosofo Aristotele che chiaramente aveva esatte informazioni sulla presa di Roma da parte dei Galli, afferma che fu Lucio a salvarla, mentre il prenome di Camillo era Marco, non Lucio. Ma son cose, codeste, dette per congettura.
Brenno, occupata Roma, stese un cordone di truppe intorno al Campidoglio. Egli, poi, scese nel Foro e attraversandolo guardava con meraviglia quegli uomini seduti in silenzio con tutti i loro ornamenti: neppure si erano alzati al sopraggiungere dei nemici né cambiarono espressione o colore del volto, ma in tutta quiete e senza paura, appoggiati ai bastoni che tenevano in mano, si guardavano imperturbabili fra di loro. Era per i Galli uno spettacolo che per la sua stranezza suscitava meraviglia ed esitarono a lungo a toccarli e ad avvicinarsi a loro, imbarazzati come davanti a esseri superiori. Ma dopo che uno di essi, fattosi ardito, si avvicinò a Marco Papirio e allungando la mano gli toccò leggermente il mento e gli tirò la barba che lunga gli scendeva giù, Marco Papirio col bastone lo colpì in testa pestandogliela. Allora il barbaro sguainò la spada e lo uccise.
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Atti eroici di soldati Romani
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
TRADUZIONE dal libro greco nuova edizione
Inizio : Ακιλιος εν τη περì Μασσαλιαν ναυμαχια
fine: των οικειων περισχοντων
TRADUZIONE
Acilio nella battaglia navale presso Marsilia salito su una nave da guerra fu mutilato della mano destra da una sciabola, ma con la sinistra non abbandonò lo scudo ma colpendo i nemici sui volti li allontanò tutti, e prese il controllo della nave… nella battaglia presso Durazzo colpito all’occhio da una freccia essendo stato trafitto alla spalla da un giavellotto e alla coscia da un altro dopo aver ricevuto contro trenta colpi di giavellotto sullo scudo chiamava i nemici per nome. Tale, ancora, fu Cassio Sceva, che nella battaglia di Durazzo, dopo che un colpo di freccia gli aveva asportato un occhio e due giavellotti gli si erano conficcati uno nella spalla e l'altro in una coscia e una gragnola di ben centotrenta proiettili si erano abbattuti sul suo scudo, urlò ai nemici come in segno di resa, poi, quando due di loro si fecero avanti, uno lo colpì alla spalla con la spada, l'altro lo ferì in viso volgendolo in fuga, finché non lo trassero in salvo i suoi compagni sottraendolo alla mischia.
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L'uomo è padrone della parte migliore di se stesso
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
TRADUZIONE dal libro De tranquillitate Animi 464e-477f
ὅθεν οὐ δεῖ παντάπασιν ἐκταπεινοῦν οὐδὲ καταβάλλειν τὴν φύσιν ὡς μηδὲν ἰσχυρὸν μηδὲ μόνιμον μηδ' ὑπὲρ τὴν τύχην ἔχουσαν, ἀλλὰ τοὐναντίον εἰδότας, ὅτι μικρόν ἐστι μέρος τοῦ ἀνθρώπου τὸ σαθρὸν καὶ τὸ ἐπίκηρον, ᾧ δέχεται τὴν τύχην, τῆς δὲ βελτίονος μερίδος αὐτοὶ κρατοῦμεν, ἐν ᾗ τὰ μέγιστα τῶν ἀγαθῶν ἱδρυθέντα, δόξαι τε χρησταὶ καὶ μαθήματα καὶ λόγοι τελευτῶντες εἰς ἀρετήν, ἀναφαίρετον ἔχουσι τὴν οὐσίαν καὶ ἀδιάφθορον, ἀνεκπλήκτους πρὸς τὸ μέλλον εἶναι καὶ θαρραλέους, πρὸς τὴν τύχηνλέγοντας, ἃ Σωκράτης δοκῶν πρὸς τοὺς κατηγόρους λέγειν πρὸς τοὺς δικαστὰς ἔλεγεν, ὡς ἀποκτεῖναι μὲν Ἄνυτος καὶ Μέλητος δύνανται, βλάψαι δ' οὐ δύνανται (Plato Apol. 30c). καὶ γὰρ ἡ τύχη δύναται νόσῳ περιβαλεῖν, ἀφελέσθαι χρήματα, διαβαλεῖν πρὸς δῆμον ἢ τύραννον· κακὸν δὲ καὶ δειλὸν καὶ ταπεινόφρονα καὶ ἀγεννῆ καὶ φθονερὸν οὐ δύναται ποιῆσαι τὸν ἀγαθὸν καὶ ἀνδρώδη καὶ μεγαλόψυχον οὐδὲ παρελέσθαι τὴν διάθεσιν, ἧς ἀεὶ παρούσης πλέον ἢ κυβερνήτου πρὸς θάλατταν ὄφελός ἐστι πρὸς τὸν βίον
TRADUZIONE
Assolutamente non bisogna sminuire né svilire la natura umana, come se non possedesse nulla di forte né di stabile né al di sopra della sorte, ma, al contrario, sapendo che è una piccola parte dell’uomo quella debole e mortale con la quale egli subisce la sorte, mentre della parte migliore noi stessi siamo padroni, quella nella quale i più grandi tra i beni edificati rette opinioni, conoscenze e ragionamenti che sfociano nella virtù) hanno un’essenza che non può esser portata via né distrutta, si deve essere imperterriti di fronte al futuro e confidenti, dicendo di fronte alla sorte le cose che Socrate diceva ai giudici, mentre sembrava che le dicesse agli accusatori, cioè che un Anito ed un Meleto potevano sì farlo condannare a morte, ma rovinarlo no, non potevano. E infatti la sorte può ghermire con una malattia, strappare lericchezze, far cadere in discredito presso il popolo o presso un sovrano; malvagio e vile, però, di basso sentire, ignobile ed astioso non può rendere chi è buono, virile e magnanimo, né togliergli quella disposizione d’animo, della cui presenza costante c’è più utilità per la vita che di un nocchiero per il mare.