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NOBILI PAROLE DI UNA DONNA, SORELLA DI UN TIRANNO versione greco Plutarco traduzione libro Il greco per il biennio
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ALESSANDRO E DIOGENE
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
TRADUZIONE dal libro Verso Itaca
TRADUZIONE
Essendosi i Greci radunato presso Istmo e avendo votato di combattere con Alessandro contro i Persiani, costui fu proclamato comandante. Poichè molti uomini politici e filosofi gli erano andati incontro, Alessandro sperava che Diogene, che soggiornava nei dintorni di Corinto, facesse la stessa cosa. Poiché quello, tenendo in pochissimo conto Alessandro, era in ozio nel Craneo, egli stesso (Alessandro) si recava presso di lui; Diogene si trovava stando steso al sole. E si raddrizzò un pò e guardò fissamente verso Alessandro. Quando Alessandro, salutatolo, chiese se avesse bisogno di qualcosa, disse: "Spostati un pò dal sole". Si dice che per la tal cosa Alessandro abbia a tal punto determinato e apprezzato, sebbene disprezzato, l'arroganza dell'uomo, che a quelli intorno a lui che (lo) deridevano e (lo) beffeggiavano disse: "Se non fossi Alessandro, sarei Diogene".
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I risultati di una diversa educazione
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
TRADUZIONE dal libro LA lingua grecapagina è 272 numero CXL
Inizio: Λυκοῦργος γὰρ ὁ τῶν Λακεδαιμονίων νομοθέτης ...
TRADUZIONE
Licurgo il legislatore poiché voleva indurre i cittadini dall'abitudine precedente a una condizione più equilibrata di vita e rendere (i cittadini) inclini alla nobiltà (infatti erano di vita raffinata) allevò due cuccioli nati dallo stesso padre e dalla (stessa) madre e uno (dei due cuccioli) lo abituò lasciandolo a casa tra prelibatezze, esercitò invece l'altro alla caccia. Poi, dopo aver(li) condotti davanti all'assemblea, collocò alcune lische e prelibatezze, gettò anche una lepre; Poichè si mossero ognuno dei due secondo le abitudini, avendo uno dei due preso la lepre, (Licurgo) disse: " vedete, o cittadini, che, pur essendo di identica stirpe, nella regola della vita diventarono diversi l'uno dall'altro in molte cose, e l'esperienza (è) più produttiva della dote naturale (e) ottiene le cose belle?
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LA MORTE DI PAN
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
Dal libro sul tramonto degli oracoli 16 e 17
Ταῦτα τοῦ Κλεομβρότου διελθόντος ὁ Ἡρακλέων 'οὐδεὶς μέν' ἔφη 'τῶν βεβήλων καὶ ἀμυήτων καὶ περὶ θεῶν δόξας ἀσυγκράτους ἡμῖν ἐχόντων πάρεστιν· αὐτοὶ δὲ παραφυλάττωμεν αὑτούς, ὦ Φίλιππε, μὴ λάθωμεν ἀτόπους ὑποθέσεις καὶ μεγάλας τῷ λόγῳ διδόντες'. 'εὖ λέγεις' ὁ Φίλιππος εἶπεν· 'ἀλλὰ τί μάλιστά σε δυσωπεῖ τῶν ὑπὸ Κλεομβρότου τιθεμένων; ' καὶ ὁ Ἡρακλέων 'τὸ μὲν ἐφεστάναι τοῖς χρηστηρίοις' εἶπε 'μὴ θεοὺς οἷς ἀπηλλάχθαι τῶν περὶ γῆν προσῆκόν ἐστιν, ἀλλὰ δαίμονας ὑπηρέτας θεῶν, οὐ δοκεῖ μοι κακῶς ἀξιοῦσθαι· τὸ δὲ τοῖς δαίμοσι τούτοις μονονουχὶ δράγδην λαμβάνοντας ἐκ τῶν ἐπῶν τῶν Ἐμπεδοκλέους ἁμαρτίας καὶ ἄτας καὶ πλάνας θεηλάτους ἐπιφέρειν, τελευτῶντας δὲ καὶ θανάτους ὥσπερ ἀνθρώπων ὑποτίθεσθαι, θρασύτερον ἡγοῦμαι καὶ βαρβαρικώτερον. ' ἠρώτησεν οὖν ὁ Κλεόμβροτος τὸν Φίλιππον, ὅστις εἴη καὶ ὁπόθεν ὁ νεανίας· πυθόμενος δὲ τοὔνομα καὶ τὴν πόλιν 'οὐδ' ἡμᾶς αὐτούς' ἔφη 'λανθάνομεν, ὦ Ἡρακλέων, ἐν λόγοις ἀτόποις γεγονότες· ἀλλ' οὐκ ἔστι περὶ πραγμάτων μεγάλων μὴ μεγάλαις προσχρησάμενον ἀρχαῖς ἐπὶ τὸ εἰκὸς τῇ δόξῃ προελθεῖν. σὺ δὲ σεαυτὸν λέληθας ὃ δίδως ἀφαιρούμενος· ὁμολογεῖς γὰρ εἶναι δαίμονας, τῷ δὲ μὴ φαύλους ἀξιοῦν εἶναι μηδὲ θνητοὺς οὐκέτι δαίμονας φυλάττεις· τίνι γὰρ τῶν θεῶν διαφέρουσιν, εἰ καὶ κατ' οὐσίαν τὸ ἄφθαρτον καὶ κατ' ἀρετὴν τὸ ἀπαθὲς καὶ ἀναμάρτητον ἔχουσι; ' Πρὸς ταῦτα τοῦ Ἡρακλέωνος σιωπῇ διανοουμένου τι πρὸς αὑτὸν ὁ Φίλιππος 'ἀλλὰ φαύλους μέν' ἔφη 'δαίμονας οὐκ Ἐμπεδοκλῆς μόνον, ὦ Ἡρακλέων, ἀπέλιπεν, ἀλλὰ καὶ Πλάτων καὶ Ξενοκράτης καὶ Χρύσιππος· ἔτι δὲ Δημόκριτος εὐχόμενος 'εὐλόγχων εἰδώλων' τυγχάνειν, ᾗ δῆλος ἦν ἕτερα δυστράπελα καὶ μοχθηρὰς γιγνώσκων ἔχοντα προαιρέσεις τινὰς καὶ ὁρμάς. περὶ δὲ θανάτου τῶν τοιούτων ἀκήκοα λόγον ἀνδρὸς οὐκ ἄφρονος οὐδ' ἀλαζόνος. Αἰμιλιανοῦ γὰρ τοῦ ῥήτορος, οὗ καὶ ὑμῶν ἔνιοι διακηκόασιν, Ἐπιθέρσης ἦν πατήρ, ἐμὸς πολίτης καὶ διδάσκαλος γραμματικῶν. οὗτος ἔφη ποτὲ πλέων εἰς Ἰταλίαν ἐπιβῆναι νεὼς ἐμπορικὰ χρήματα καὶ συχνοὺς ἐπιβάτας ἀγούσης· ἑσπέρας δ' ἤδη περὶ τὰς Ἐχινάδας νήσους ἀποσβῆναι τὸ πνεῦμα, καὶ τὴν ναῦν διαφερομένην πλησίον γενέσθαι Παξῶν· ἐγρηγορέναι δὲ τοὺς πλείστους, πολλοὺς δὲ καὶ πίνειν ἔτι δεδειπνηκότας· ἐξαίφνης δὲ φωνὴν ἀπὸ τῆς νήσου τῶν Παξῶν ἀκουσθῆναι, Θαμοῦν τινος βοῇ καλοῦντος, ὥστε θαυμάζειν. ὁ δὲ Θαμοῦς Αἰγύπτιος ἦν κυβερνήτης οὐδὲ τῶν ἐμπλεόντων γνώριμος πολλοῖς ἀπ' ὀνόματος. δὶς μὲν οὖν κληθέντα σιωπῆσαι, τὸ δὲ τρίτον ὑπακοῦσαι τῷ καλοῦντι· κἀκεῖνον ἐπιτείνοντα τὴν φωνὴν εἰπεῖν 'ὁπόταν γένῃ κατὰ τὸ Παλῶδες, ἀπάγγειλον ὅτι Πὰν ὁ μέγας τέθνηκε. ' τοῦτ' ἀκούσαντας ὁ Ἐπιθέρσης ἔφη πάντας ἐκπλαγῆναι καὶ διδόντων ἑαυτοῖς λόγον εἴτε ποιῆσαι βέλτιον εἴη τὸ προστεταγμένον εἴτε μὴ πολυπραγμονεῖν ἀλλ' ἐᾶν, οὕτως γνῶναι τὸν Θαμοῦν, εἰ μὲν εἴη πνεῦμα, παραπλεῖν ἡσυχίαν ἔχοντα, νηνεμίας δὲ καὶ γαλήνης περὶ τὸν τόπον γενομένης ἀνειπεῖν ὃ ἤκουσεν. ὡς οὖν ἐγένετο κατὰ τὸ Παλῶδες, οὔτε πνεύματος ὄντος οὔτε κλύδωνος, ἐκ πρύμνης βλέποντα τὸν Θαμοῦν πρὸς τὴν γῆν εἰπεῖν, ὥσπερ ἤκουσεν, ὅτι 'ὁ μέγας Πὰν τέθνηκεν'. οὐ φθῆναι δὲ παυσάμενον αὐτὸν καὶ γενέσθαι μέγαν οὐχ ἑνὸς ἀλλὰ πολλῶν στεναγμὸν ἅμα θαυμασμῷ μεμιγμένον. οἷα δὲ πολλῶν ἀνθρώπων παρόντων ταχὺ τὸν λόγον ἐν Ῥώμῃ σκεδασθῆναι, καὶ τὸν Θαμοῦν γενέσθαι μετάπεμπτον ὑπὸ Τιβερίου Καίσαρος. οὕτω δὲ πιστεῦσαι τῷ λόγῳ τὸν Τιβέριον, ὥστε διαπυνθάνεσθαι καὶ ζητεῖν περὶ τοῦ Πανός· εἰκάζειν δὲ τοὺς περὶ αὐτὸν φιλολόγους συχνοὺς ὄντας τὸν ἐξ Ἑρμοῦ καὶ Πηνελόπης γεγενημένον. ' ὁ μὲν οὖν Φίλιππος εἶχε καὶ τῶν παρόντων ἐνίους μάρτυρας Αἰμιλιανοῦ τοῦ γέροντος ἀκηκοότας
TRADUZIONE
Mentre Cleombroto esponeva tale opinione, intervenne Eracleone "È vero che qui non c’è alcuno che sia profano e non iniziato ed abbia sugli dèi opinioni discordi dalle nostre; tuttavia guardiamoci anche per noi stessi, o Filippo, dal presentare, senza accorgercene, ipotesi strane e complesse. «Dici bene — convenne Filippo — ma che cosa ti sconcerta tanto nelle opinioni di Cleombroto?". "Ecco: — rispose Eracleone — che presiedano agli oracoli non già degli dèi, cui si conviene in realtà avere distacco da cose terrestri, ma i demoni, ministri degli dèi, non è questo che mi scandalizza; ma imputare a tali demoni— cogliendo quasi di furto i versi di Empedocle — le colpe i crimini e i vagabondaggi per volere divino, e finalmente ammettere che essi muoiono della stessa morte degli uomini, tutto questo per me, sa di temerarietà e di barbarie". A questo punto Cleombroto domandò a Filippo chi fosse e da dove venisse il giovane; e, saputo il nome e la città, rispose: "Neppure a noi sfugge, o Eracleone, l’importanza del vostro inconsueto discorso eppure, in questioni gravi, non è possibile rinunciare a principi ugualmente gravi per procedere, ragionando, al fine più attendibile. Tu, del resto, non puoi nasconderti che dài e togli al tempo stesso. Mi spiego: tu da un lato, ammetti che esistano i dèmoni; ma pretendendo che essi non siano né imperfetti né mortali tu li annulli senz’altro: perché in che cosa differirebbero essi dagli dei se possedessero per essenza l’immortalità, e per virtù l’impassibilità e l’impeccabilità?". In silenzio, Eracleone rifletteva tra sè e se alle cose dette, allorchè Filippo intervenne: "In verità, quanto a demoni inferiori, o Eracleone, non fu solo Empedocle ad ammetterli, sì anche Platone, Senocrate e Crisippo e, inoltre, Democrito, allorché si augurava di incontrare solo ‘idoli di buona sorte ’: espressione questa, che rendeva chiaro come egli conoscesse altri demoni funesti, malintenzionati, malnati. "Sulla morte dei demoni ho udito un racconto da uno che non era né uno sciocco né un ciarlatano. Epiterse, padre del retore Emiliano – le cui lezioni taluni di voi hanno udito- è mio concittadini e maestro di grammatica. Ecco quanto mi raccontò: "navigava egli una volta verso l’Italia su un naviglio che trasportava mercanzie e una folla di passeggeri. A sera già vicino alle isole Echinadi il vento arrivò all’improvviso e la nave fu portata dai flutti nelle vicinanze di Paxo. La maggior parte erano svegli; e molti continuavano a bere dopo aver pranzato. All’improvviso dall’isola di Paxo fu udita una voce o meglio un grido, che chiamava Tamo. Erano tutti stupiti. Tamo era il nostro pilota egizio e molti a bordo non ne sapevano neppure il nome. Per ben due volte chiamato, egli tacque; poi alla terza volta rispose a colui che lo chiamava. E questi con tono ancora più alto disse: ‘Allorchè giungi nei pressi di Palode, annuncia che Pan, i grande è morto ’. A tali parole, continuava Epiterse, furono tutti atterriti. E si consultavano a vicenda: se fosse meglio eseguire il mandato oppure non impicciarsi e lasciare andare. Tamo prese la decisione seguente: se ci fosse stato forte vento, sarebbe passato lungo la riva in silenzio; se invece il vento cadesse e la calma regnasse nei dintorni, avrebbe riferito quanto aveva udito. Appena dunque si giunse presso Palode regnò una gran pace e di venti e di flutti; Tamo, da poppa, con lo sguardo volto alla riva esclamò come aveva udito: ‘Pan, il grande, è morto!’. Egli non aveva neppure chiusi bocca, che un immenso gemito, non di uno, ma di tanti, si levò misto a grida di stupore. Ben presto la fama del fatto, per la presenza di tanti testimoni si sparse per Roma e Tamo fu fatto chiamare da Tiberio Cesare, il quale prestò tanta fede al racconto da investigare e far ricerche su Pan. I filologi della corte, che non erano pochi, congetturarono che si trattasse di Hermes e di Penelope". Ora, Filippo trovò tra i presenti alcuni, i quali attestarono di aver udito il racconto del vecchio Emiliano.
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CAIO FABRIZIO E PIRRO
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
TRADUZIONE dal libro Ellenisti
INIZIO : Γαιος Φαβρικιος την υπο Πυρρου Ρωμαιων ητταν...
FINE: ... ως φανερος νικαν ου δυναμενοι.
TRADUZIONE
Caio Fabrizio venendo a sapere della sconfitta dei Romani da parte di Pirro disse: "Pirro ha vinto Levino non gli Epiroti hanno vinto i Romani". Poichè Pirro lo esortava ad essere dalla sua parte e ad avere il potere dopo di lui, diceva: "Questo non è vantaggioso neanche per te". Gli Epiroti infatti qualora conoscano entrambi noi, desidereranno essere governati da me piuttosto che da te. A Fabrizio che era console il medico inviò una lettera promettendo che, qualora lo ordinasse avrebbe ucciso Pirro con dei veleni, ma Fabrizio inviò la lettera a Pirro esortandolo ad accorgersi che è un pessimo giudice sia degli amici che dei nemici. Poichè Pirro, avendo scoperto la minaccia da una parte impiccò il medico, dall'altra restituì i prigionieri a Fabrizio senza riscatti, non accettò un regalo ma diede in cambio un ugual numero, affinché non sembri di prendere un compenso, Fabrizio mandò a dire a Pirro che non aveva rivelato l'insidia per fare un favore a Pirro, ma affinché i Romani non sembrassero uccidere, come se non potessero vincere apertamente.
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