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Calvi mordebat musca nudatum caput; vir muscam opprimere temtabat, sed plagam imponebat sibi....Hoc est fabellae praeceptum: aut consilio aut fortuna peccant viri: alteris poenam, alteris veniam dare debemus (da Fedro)
Una mosca pungeva il capo senza capelli di un calvo; l'uomo tentava di schiacciare la mosca, ma s'imponeva una piaga. La mosca dunque derideva l'uomo e diceva: "mi uccidi per una piccola puntura! ma ora t'infliggi una pesante e nuova pena: ti facesti infatti una grande offesa". Ma l'uomo rispondeva: "mi concedo facilmente il perdono; non desiderai infatti ledermi. Tu invece, mosca ti applichi a preparare fastidi agli uomini; per tale motivazione desidero anche con mio danno ucciderti o per meglio dire schiacciarti". questa è la morale della favoletta: gli uomini sbagliano o di proposito o per la sorte avversa: dobbiamo concedere il castigo ad alcuni, il perdono ad altri. (by Maria D.)
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Numquam est fida et certa cum potente societas: haec (= questa) fabella hoc (= ciò) comprobat. Vacca et capella et ovis in saltibus vivebant et sociae fuerunt cum leone. Olim animalia esuriebant et, cum cervum vasti corporis deprehenderunt, leo partes fecit et ita locutus est (= parlò): «Ego primam tollo, quoniam leo sum; secundam, quia sum socius, tribuetis mihi tertiam partem accipiam quia plus valeo; si animal quartam partem assumpserit, eum occidam. Sic totam praedam sibi retinuit quia improbus et pravus erat.
Non c'è mai un'alleanza sicura con un prepotente: questa favola dimostra ciò. Una mucca, una capretta e una pecora vivevano nei boschi e furono alleate con un leone. Una volta gli animali desideravano mangiare e catturarono un cervo di grande corporatura, il leone fece le parti e così parlò: "io prendo la prima (parte), perché sono un leone, la seconda perché sono un alleato, la darete a me, la terza parte la prenderò perché valgo di più: se un animale prenderà la quarta parte io lo ucciderò. Così trattenne per se tutta la preda perché era disonesto e malvagio
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Quicumque turpi fraude innotuit etiam si verum dicit, amittit fidem. Brevis Aesopi fabula hoc ........ Iudicium neutrum absolvit, utrumque damnavit.
Chiunque è diventato noto per una ignobile frode, anche se dice la verità, perde fiducia. Questa breve favola di Esopo dimostra ciò. Il lupo accusava la volpe, poiché quella aveva commesso il crimine del furto della sua ricchezza. Mala volpe negava: «Sono innocente, poiché non ho mai commesso il furto». Allora una scimmia siede come giudice tra la volpe e il lupo. Entrambi sostennero la loro causa, la scimmia ascoltò con attenzione il reclamo di entrambi ed emise questa sentenza, poiché non credeva né alla volpe né al lupo: «Tu, o lupo, non hai mai perso la ricchezza; ma tu, o volpe, hai bellamente sottratto ciò che neghi». Il giudizio non prosciolse nessuno dei due, condannò entrambi
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Papilio vespam prope volantem viderat: "O sortem iniquam! Dum vivebant corpora, quorum ex reliquiis animam nos accepimus, ego eloquens in pace, fortis proeliis, arte omni princeps inter aequalis fui; en cuncta levitas putris et volito cinis. Tu, qui fuisti mulus clitellarius, quemcumque visum est laedis infixo aculeo." At vespa dignam memoria vocem edidit: "Non qui fuerimus, sed qui nunc simus, vide."
La farfalla aveva visto la vespa che volava vicino: "O sorte iniqua. Mentre vivevano i corpi, dai cui resti noi ricevemmo lo spirito, io eloquente in pace, forte nei combattimenti, fui tra i contemporanei il primo in ogni arte; ecco io volo tutta leggerezza molle e cenere. Tu, che fosti un mulo portatore, chiunque ti è parso colpisci conficcato il pungiglione." Ma la vespa pronunciò una frase degna di memoria: "Guarda non chi siamo stati, ma chi ora siamo."
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Cum se ferarum regem leo fecit, aequitatis famam obtinere cupiebat; itaque a pristina consuetudine deflexit et inter illas, tenui cibo contentus, sancta iura incorrupta fide reddebat. Sed, quoniam naturam nutare non potuit, coepit aliquos ducere in secreto et eos interrogare: "Mihi os putet?". Si quis dicebat "putet", devorabat, et si quis dicebat "non putet", laniabat, omnes aeque necans. Postquam de multis hoc fecerat, iussit simium ad se venire et interrogavit. Ille respondit eius os cinnamomo flagrare ut deorum altaria. Leo vero erubuit. sed alteram fraudem, ut simium laederet, quaesivit. Languere se simulavit: medici continuo adcurrere iussi sunt, sed, ut venas consideraverunt et pulsum sanum viderunt, suaserunt ei ut sumeret cibum aliquem qui levis esset et fastidium pro digestione tolleret. At leo "ignota est" inquit "mihi caro simii: vellem illam probare" et imperavit ut statim simius necaretur et eius caro cito in escam converteretur.
Quando il leone si proclamò re degli animali, desiderava ottenere fama di imparzialità; perciò si allontanò dall'antica consuetudine e tra quelle, contento di poco cibo, ripristinava i sacri diritti con incorrutibile lealtà. Ma poiché non fu capace di mutare la natura, cominciò a portare alcuni in disparte e ad interrogarli: "La mia bocca puzza?". Se uno rispondeva "Puzza", lo divorava, e se uno rispondeva "Non puzza" lo sbranava, uccidendo tutti ugualmente. Dopo che aveva fatto ciò a molti animali, ordinò ad una scimmia di venire e la interrogò. Quella rispose che la sua bocca profumava di cannella come gli altari degli dei. Il leone in verità arrossì, ma cercò un altro inganno per colpire la scimmia. Simulò di essere stanco: ai medici fu ordinato di accorrere immediatamente, ma, non appena ebbero osservato bene le vene e ebbero visto il polso sano, lo persuasero a prendere qualche cibo che fosse facile a digerirsi e che sopportasse il peso della digestione. Ma il leone disse: "Non conosco la carne della scimmia: vorrei provarla" e ordinò immediatamente che la scimmia fosse uccisa e che la sua carne venisse subito mutata in cibo.