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Mendaces saepe poenas malefìci luunt. Canis calumniator reposcebat ab ove panem, quem se commendavisse contendebat. Canis ante iudicem dixit se habere multos testes et statim lupus, citatus testis, non unum modo deberi dixit, sed airmavit decem. Ovis damnata falso testimonio quod non debebat solvit. Post paucos dies bidens ovis iacentem in foveam lupum conspexit et dixit: "Haec merces fraudis a superis datur".
I bugiardi spesso pagano il fio del misfatto. Un cane calunniatore reclamava da una pecora del pane, che affermava di averle prestato. Il cane davanti al giudice disse di avere molti testimoni e subito il lupo, citato come testimone, disse che si doveva restituire non solo una, ma, affermò, dieci. La pecora, condannata per una falsa testimonianza, pagò ciò che non doveva. Dopo pochi giorni la pecora vide il lupo che giaceva in una fossa e disse: "Questa punizione è stata data dagli dei per la frode".
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Olim gallus et canis iter una faciebant. Cum nox advenit, labore fessi, consistere statuerunt. Gallus super altam arborem ut dormlret ascendit, canis autem in cavo ad arboris pedes accubuit, itaque totam noctem placidi quiebant. Solis ortu gallus more solito cantavit ut adventum novi diei nuntiaret: tum repente vulpes famelica ad arboris radices accurrit ut gallum voraret et ita dicére instituit: "Descende sine mora, amice, ut animai tam pulchra voce praeditum ipsa salutem". Sed gallus falsis laudibus in errorem non inductus est et callidi animalis insidias vitavit. Tunc gallus callide sic vulpi respondit: "Libenter descendam, amica, sed antea oportet ianitorem sub arbòrem dormientem expergefacére, ut portam aperiat". Tum vulpes ad arboris cavum accessit et magna voce clamavit: "Surge, piger ianìtor, portam apéri! Sol iam altus in caelo fulget". At canis, e somno repente excitatus, volpe irruit eamque laniavit.
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Non semper utile videtur nos continenter ad studium aut negotia animum applicare, ut demonstrat haec fabella Phaedri poetae. Olim Atheniensis vir, postquam...
Fine: ... vir eum esse non solum magnum poetam, sed etiam virum magni ingenii.
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Fedro latino allo specchio
Inzia: Pavo ad Iunonem ut reclamaret venit, quod deav Finisce: Ne adfectaveris quod tibi non est datum, ne delusa spes ad querelam recidat"
Un pavone venne da Giunone per lamentarsi, perché gli dei non gli avevano concesso il canto dell'usignolo; perciò così disse: "Si ritiene il pavone il più meraviglioso degli uccelli: ma allo stesso tempo, quando emette la voce, viene deriso da tutti". Allora la dea, per offrire conforto all'animale rispose: "Ma tu prevali per la bellezza, prevali per la nobiltà: lo splendore dello smeraldo rifulge sul tuo collo e apri la coda gemmea di penne variopinte. Per decisione del fato agli animali è assegnato un ruolo: il pavone è molto famoso per la bellezza, l'aquila è molto nobile per la forza, l'usignolo è noto per il canto melodioso, il corvo è molto celebre per la divinazione e tutti sono contenti delle proprie qualità. Non aspirare a ciò che non ti è stato concesso, affinché la speranza delusa non si muti in dolore. "
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Multa egregia carmina Simonides poeta scripsit qui urbes Asiae nobiles peragrans et laudes victorum canens magnas mercedes accepit: postquam arte sua locupes evasit in insulam ciam patriam suam revertere statuit et navem ascendit. sed horrida tempestas et navigii vetustas in medio mari navem dissolverunt. ceteri zonas perasque argenti ac auri plenas, velut vitae subsidia, collegererunt, simonides autem nihil sumpsit. tum quidam curiosus ex poeta quaesivit: "Cur, simonides, ex opibuss tuis nihil sumis?"" Mecum - inquit simonides - cuncta mea sunt". tunc multi cum gravi onere natantes in aquis demerserunt et vitam amiserunt; pauci tantum enataverunt, sed postquam ad litus incolumes pervenerant, praedonibus occurrerunt qui omnis eorum bona rapuerunt et ex locupletibus egentes eos fecerunt.
Il poeta Simonide scrisse molti magnifici poemi ed egli, attraversando famose città dell'Asia e cantando le lodi dei vincitori, aveva accumulato delle grandi ricchezze. Dopo essersi arricchito grazie alla sua arte, decise di tornare nell'isola di Ceo, sua patria, e salì su una nave. Ma una terribile tempesta e la fatiscenza del'imbarcazione, fecero sì che la nave affondasse nel bel mezzo del mare. Gli altri raccolsero cinture e bisacce piene di argento e di oro, come se fossero beni di prima necessità, mentre Simonide non prese nulla. Allora un tale, curioso, chiese al poeta: "Simonide, perché non prendi nulla delle tue ricchezze?". "Con me - disse Simonide - sono tutti i miei averi". Allora in molti, nuotando con un grave peso, annegarono e persero la vita; solo pochi riuscirono a cavarsela, ma dopo essere giunti incolumi sulla spiaggia, si imbatterono in alcuni predoni che li rapinarono di tutti i loro beni e che, da ricchi, li trasformarono in indigenti.