- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 3
Fedro Scaena latina
Frase iniziale: Cn. Pompeius, qui unus fuit e maximis Romanis ducibus, bellum contra hostes gerebat et multas sarcinas ...
Gneo Pompeo, che fu uno dei più grandi comandanti Romani, combatteva contro i nemici e aveva con sé molti carichi pieni d'oro, che guardie sorvegliavano. Nell'accampamento si trovava un soldato dalla corporatura robusta, che tutti deridevano, poiché lo reputavano un vile. Costui, di notte, tentò di rubare le mule che portavano i carichi di Pompeo. Ma accorsero le guardie e recuperarono i carichi. Quel soldato non evitò il sospetto di rapina e le sentinelle lo condussero da Pompeo. Ma egli disse così al condottiero: "Si facciano acqua i miei occhi se ho rubato i tuoi carichi". Allora Pompeo, al quale tutti avevano descritto quel soldato come vile, lo lasciò andare impunito. Poco dopo uno dei nemici sfidò i Romani a duello, tutti si rifiutavano di combattere, ma quel soldato, che reputavano vile, si slanciò contro quel fortissimo avversario e lo uccise subito con un solo colpo di spada. Allora Pompeo gli disse: "Sei stato un uomo audace e coraggioso e hai procurato grande gloria ai Romani. Per questo motivo ti darò la ricompensa che il tuo valore si è meritato. Ma che i miei occhi si facciano acqua se tu non hai rubato i miei carichi".
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 0
Ranae Libertate sua non contentae erant. Itaque a Iove clamore magno regem petiverunt, ut dissolutos mores vi compesceret. Pater deorum risit atque illis dedit parvum tigillum. Illud subito vadis motu sonoque terruit pavidum genus. Hoc limo diuiacebat iners, forte una rana tacite caput e stagno tollit, explorat regem et cunctas evocat. illae sine timore certatim adnatant lignumque supra turba insilit. Igitur alium regem petierunt a Iove, quod iste inutilis erat. Tum misit illis hydrum: is dente aspero corripere coepit singulas. Frustra necem fugitant inertes, vocem praecludit terror. Furtim igitur dant Mercurio mandata ad Iovem, adflictis ut succurrat. Tunc contra deus: Quiavestrum bonum non accepistis, malum tolerate. Hoc sustinete, ne maius veniat malum
Le rane non erano contente per la loro libertà. Perciò chiesero con grande clamore a Giove un re, affinché contenesse con la forza le loro trascurate abitudini. Il padre degli dei rise e diede a quelle un piccolo pezzo di legno. All'improvviso (il pezzo di legno) spaventò la stirpe paurosa con un movimento e con un suono dai bassifondi. Questa giaceva inerte nel fango a lungo, contemporaneamente una rana sollevò la robusta testa dallo stagno, osservò il re e chiamò tutte le altre. Quelle nuotano a gara senza paura e saltano tutte sopra il pezzo di legno. Pertanto chiesero a giove un altro re poiché quello era inutile. Allora mandò a quelle un serpente acquatico: questo cominciò ad afferarle ognuna con il dente affilato. Invano fuggivano la strage, incapaci, il terrore fiaccava la voce. Pertanto di nascosto danno a Mercurio richieste per Giove affinché soccorra gli afflitti. Allora al contrario il Dio (disse): "Poichè non accettaste il vostro bene, sopportate il male. Sostenete questo affinché non venga a voi un male maggiore. "
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 4
Duo cum incidissent in latronem milites, unus profugit, alter autem restitit et vindicavit sese forti dextera. Latrone excusso timidus accurrit comes stringitque gladium, dein reiecta paenula
"Cedo" inquit "illum; iam curabo sentiat quos attemptarit. " Tunc qui depugnaverat: "Vellem istis verbis saltem adiuvisses modo; constantior fuissem vera existimans. Nunc conde ferrum et linguam pariter futilem. Ut possis alios ignorantes fallere, ego, qui sum expertus quantis fugias viribus, scio quam virtuti non sit credendum tuae. " Illi adsignari debet haec narratio, qui re secunda fortis est, dubia fugax.
Due soldati imbattutisi in un bandito, uno fuggì, l'altro però si fermò e si vendicò con la sua forte destra. Abbattuto il bandito, il compagno accorre timido stringe la spada, poi gettata dietro la mantellina: "Dallo qua, disse; ormai baderò che capisca chi abbia attentato. " Allora chi aveva lottato: "Avrei voluto che avessi aiutato almeno con codeste parole; sarei stato più sicuro pensandole vere. Ora nascondi il ferro e la lingua similmente futile. Che tu possa ingannare altri che non sanno, io, che ho sperimentato con qunte grando forze tu fugga,
so quanto non sia da credere al tuo valore. " Questo racconto deve essere asseganto a colui,
che è forte in una cosa favorevole, nella dubbia fuggitivo
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 3
dal libro cotidie discere
Chi desidera la ricompensa per un beneficio dai disonesti, sbaglia due volte. innanzitutto perché aiuta quelli che non lo meritano poi perché non piu andarsene senza danno. poiché un osso inghiottito stava conficcato nella gola del lupo, vinto dal gran dolore, cominciò ad attirare gli animali ad uno ad uno con una ricompensa, affinché gli togliessero quel male. infine si lasciò persuadere la gru, inserendo il suo lungo collo nella gola, fece al lupo la pericolosa operazione. e poiché chiese con insistenza a quello il premio pattuito (il lupo) disse: < sei ingrata, tu che hai tolto la testa sana e salva dalla nostra bocca e chiedi una riconpensa>.
damoduli di lingua latina pag. 121 n. 1
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Fedro
- Visite: 3
Omnibus pueris nota est Phaedri fabella de cervi vanitate. Cervus quondam, qui ad fontem venerat, effigiem suam intentis oculis in aqua observans, ramosa cornua laudabat crurumque nimiam tenuitatem vituperabat. Subito agitantium vocibus conterritus et canes latrantes audiens, per campum fugere coepit brevi tempore cruribus exilibus quidem, velocibus tamen, canes elusit et in tutum se recepit inter vicinae silvae arbores. Paulo post, cum canes appropinquantes audivisset, salutem fuga petere iterum temptavit; sed densi rami, cornua retinentes, eius fugam impediverunt. Venatores eum ceperunt et cervus, moriens, flebili voce talia dixit: " O me Infelicem! Crura contempsi et crura mihi salutem praebuerunt; cornua magnopere laudavi et cornua mihi mortem pareverunt".
A tutti i fanciulli è nota la favola di Fedro sulla vanità del cervo. Un giorno un cervo, che che era arrivato a una fonte, guardando la sua immagine con occhi attenti nell'acqua, lodava le corna ramificate e criticava l’eccessiva magrezza delle sue zampe. Improvvisamente, impaurito dei cacciatori, e udendo dei cani che abbaiavano, in breve tempo cominciò a fuggire con le gambe sicuramente gracili, ma tuttavia veloci, evitò i cani e si ritirò al sicuro tra gli alberi della foresta vicina. Poco dopo, poiché udì i cani che si avvicinavano, cercò per la seconda volta di raggiungere la salvezza con la fuga; ma i folti rami, che trattenevano le corna, impedirono la sua fuga. I cacciatori lo presero e il cervo, mentre moriva, con voce triste disse queste parole : "O me misero! Ho disprezzato le gambe e le gambe mi hanno dato la salvezza; ho lodato le corna vivamente e le corna mi hanno procurato la morte".