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Tantum mali non est peccare principes, quamquam est magnum hoc per se ipsum malum, quantum illud, quod permulti imitatores principum exsistunt. ... sed etiam quod corrumpunt, plusque exemplo quam peccato nocent.
Non è tanto male che i principi peccano, benché questo solo sia un gran male, quanto lo é che esistano molti imitatori dei principi. Infatti si può vedere, se vuoi ripercorrere il ricordo dei tempi, di quale genere sono stati gli uomini più eminenti della città, tale fu la città: qualunque mutamento dei costumi si sia verificato nei governanti, quello subentrò nel popolo. E questo non poco è più vero di ciò che piaceva al nostro Platone, il quale dice che, cambiati i canti dei musicanti, cambi lo stato delle città. Io invece penso che con il mutare della vita e del modo di condursi dei nobili, cambino i costumi delle città. Tanto più sono colpevoli verso lo stato i governanti viziosi, perché non solo concepiscono essi stessi i vizi, ma li infondono nella cittadinanza, e non solo nuocciono, perché essi stessi si corrompono, ma perché corrompono, e sono nocivi più con l'esempio che con il vizio.
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Sabini, cum eorum mulieres a Romanis raptae essent, Capitolium diu obsidebant frustra, nec sperabant se vi arcem capere possem. Tunc intellexerunt dolum necessarium esse et virginem Tarpeiam, filiam custodis arcis, corrumpere statuerunt. Virgini ergo promiserunt omnia quae in sinistris brachiis haberent. Puella, cum videret eos armillas pretiosas gerere, speravit se suum corpus illis ornatibus decorare posse, et portas incaute hostibus aperuit. Cum Sabini arcem occupavissent, processit ad eos Tarpeia et petivit quod promiserant. At illi eam gravissima scuta, quae brachiis sinistris gerebant, proiecerunt et vanam puellam obruerunt. Non tamen illo onere oppressam esse virginem narrant historici, sed superstitem fuisse. At Romani cum putarent Tarpeiam prodidisse patriam, puellam de rupe praecipitaverunt, quae ex eius nomine Tarpeia appellata est.
sabini, essendo state le loro mogli rapite dai Romani, assediavano a lungo il Campidoglio invano, e non credevano di poter occupare la rocca con la forza. Allora capirono che l’inganno era necessario e decisero di corrompere la vergine Tarpea, figlia del custode della rocca. Promisero dunque alla vergine tutte le cose che avevano nelle braccia sinistre. La fanciulla, vedendo che quelli indossavano preziosi braccialetti, sperò di poter ornare il proprio corpo con quei gioielli e incautamente aprì le porte ai nemici. Avendo i Sabini occupato la rocca, Tarpea avanzò verso di loro e chiese ciò che avevano promesso. Ma quelli gettarono su di lei i pesantissimi scudi che portavano nelle braccia sinistre e seppellirono la vanitosa fanciulla. Gli storici narrano che tuttavia la vergine non morì per quel peso ma sopravvisse. Ma i Romani giudicando che Tarpea aveva tradito la patria, gettarono la fanciulla dalla rupe che dal suo nome fu chiamata Tarpea
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I malvagi sono schiavi
versione latino Cicerone
Quid est libertas?potestas vivendi ut velis... omnes cupidos, omnes denique inprobos esse servos?
Che cos'è infatti, la libertà? La possibilità (effettiva) di vivere secondo la propria natura . E chi, allora, vive secondo la propria natura se non colui che segue il giusto , trae diletto dal dovere morale; colui il cui genere di vita è improntato a discrezione e saggezza; colui che, per giunta, non si sottomette alle leggi in virtù del timore, ma che (al contrario) le segue e le rispetta in sommo grado perché giudica ciò essere innanzitutto cosa buona e giusta ; se non colui che infine nulla fa o dice se non in modo (per sè) piacevole e libero? E se bisogna esporre con più parole che quanto detto sia così, quest'altra cosa tuttavia deve essere ammessa brevemente: che nessuno se non chi sia stato messo in una certa condizione è libero. Chi nega che tutti i servi siano bramosi, ingannevoli e malvagi?
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Ego quaestor Archimedis sepulcrum, ignoratum ab Syracusanis, cum esse omnino negarent, saeptum undique et vestitum vepribus et dumetis indagavi. Tenebam enim quosdam senariolos, ... monumentum ignoraverat, sed ab Arpinate inventum est
Mentre ero un questore, ho scovato, il sepolcro di Archimede, circondato e nascosto da ogni parte da cespugli di rovi e spine, ignorato dai Siracusani, poiché negavano che esistesse. In effetti ero in possesso dei versi senari, che sapevo per certo che fossero iscritti sulla sua tomba, i quali affermavano che sulla sommità della tomba fosse posta una sfera con un cilindro. Ma io mentre esaminavo ogni cosa con lo sguardo (in effetti, presso le porte sacre di Agrigento c'è una grande quantità di sepolcri), mi sono accorto di una piccola colonna che s'innalzava di poco dal cespuglio di rovi, sulla quale si trovava la sagoma di una sfera e di un cilindro. E io allora ho subito riferito ai Siracusani (d'altra parte erano con me i capi della città) che pensavo che fosse proprio quello che cercavo. Molte persone mandate con le falci ripulirono e resero accessibile il luogo. Quando lì fu (era stato) reso praticabile l'accesso, ci siamo avvicinati alla parte frontale del piedistallo. Si vedeva un'iscrizione quasi dimezzata, poiché la parte finale dei versetti era corrosa (essendo state corrose le parti finali dei versetti). Così una città tanto nobile della Grecia, un tempo anche molto dotta, avrebbe ignorato l'esistenza della tomba del suo cittadino più geniale (del suo unico cittadino intelligentissimo), se non fosse stata trovata un uomo di Arpino.
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Ego enim sic existimo, in summo imperatore quattuor has res inesse oportere, scientiam rei militaris, virtutem, auctoritatem, felicitatem. Quis igitur hoc homine scientior umquam aut fuit aut esse debuit? qui e ludo atque e pueritiae disciplinis bello maximo atque acerrimis hostibus ad patris exercitum atque in militiae disciplinam profectus est; qui extrema pueritia miles in exercitu fuit simmi imperatoris, ineunte adulescentia maximi ipse exercitus imperator; qui saepius cum hoste conflixit quam quisquam cum inimice concertavit, plura bello gessit quam ceteri legerunt, plures provincias confecit quam alii concupiverunt; cuius adulescentia ad scientiam rei militaris non alienis praeceptis sed suis imperiis, non offensionibus belli sed victoriis, non stipendiis sed triumphis est erudita.
