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Qui status rerum fuerit tum, quum has litteras dedi, scire poteris ex C. Titio Strabone, viro bono et optime de re publica sentiente; nam quid dicam "cupidissimo tui, " qui domo et fortunis relictis ad te potissimum profectus sit? itaque eum tibi ne commendo quidem; adventus ipsius ad te satis eum commendabit. Tu velim sic existimes tibique persuadeas, omne perfugium bonorum in te et Bruto esse positum, si, quod nolim, adversi quid evenerit. Res, quum haec scribebam, erat in extremum adducta discrimen; Brutus enim Mutinae vix iam sustinebat: qui si conservatus erit, vicimus; sin—quod di omen avertant!—, omnis omnium cursus est ad vos. Proinde fac animum tantum habeas tantumque apparatum, quanto opus est ad universam rem publicam recuperandam. Vale.
Potrai sapere quale sarà stato lo stato delle cose allora, quando ti inviai questa lettera, tramite Tito Strabone buon uomo e amante dello stato, perché molto desideroso di te, lasciate la casa e le sue fortune, si è messo in cammino verso di te. E così neanche te lo raccomando l'arrivo di lui stesso a te lo raccomanderò sufficientemente. Spero che tu valuti così e ti persuadi che ciascun rifugio dei buoni è posto presso di te e presso Bruto se qualcosa va storto, cosa che spero non accada. Il fatto, quando ho scritto questa lettera, era verso il momentodecisivo. Decimo Bruto infatti ormai resisteva appena a Modena. Se sarà rispettato, abbiamo vinto; Altrimenti (che gli dei ci scongiurino un simile destino) la sola via di salvezza + presso di voi. Quindi cerca di avere coragggio e tanta preparazione quanta è necessaria per recuperare lo stato intero. Stammi bene
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Resistendum est contra senectutem et eius vitia diligentia compensanda sunt. Pugnandum est tamquam contra morbum, ita contra senectutem: Habenda est cura valetudinis, utendum est exercitationibus modicis, tantum cibi et potionis adhibendum est, quantum satis sit ad reficiendas, non ad opprimendas vires. Nec verum corpori solum subveniendum est, sed menti atque animo multo magis ne exstinguantur senectute. Corpora quidam defatigatione ingravescunt, animi autem se exercedo levantur. Senectus enim honesta est, si dignitatem suam ipsa defendit. Ut enim adprobo adulescentem in quo est aliquid senile, sic senem in quo est aliquid adulescentis; qui haec consilia sequitur, corpore senex esse poterit, animo numquam erit.
isogna opporsi alla vecchiaia e bisogna saper compensare i suoi difetti con la diligenza. Bisogna combattere come contro una malattia, così contro la vecchiaia. Bisogna avere cura della salute, fare pochi esercizi, usare cibo e bevanda tanto quanto sia abbastanza per rimettere le forze non per opprimerle. E non bisogna solo aiutare il corpo in verità, ma anche la mente e molto di più l'animo affinché non siamo distrutti dalla vecchiaia. Alcuni con la stanchezza rendono pesanti i corpi, ma gli animi con l'esercizio sono sollevati. infatti la vecchiaia è onesta, se essa stessa difende la sua dignità. Infatti come rimprovero un giovane nel quale c'è qualcosa di vecchio, così il vecchio nel quale c'è qualcosa di giovane: chi segue questi consigli, potrà essee vecchio nel corpo, mai lo sarà d'animo.
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Ut fit in proelio, ut ignavus miles ac timidus, simul ac viderit hostem, abiecto scuto fugiat, quantum possit, ob eamque causam pereat non numquam etiam integro corpore, cum ei qui steterit, nihil tale evenerit, sic qui doloris speciem ferre non possunt, abiiciunt se atque ita adflicti et exanimati iacent; qui autem restiterunt, discedunt saepissime superiores. Sunt enim quaedam animi similitudines cum corpore. Ut onera contentis corporibus facilius feruntur, remissis opprimunt, simillime animus intentione sua depellit pressum omnem ponderum, remissione autem sic urgetur, ut se nequeat extollere. 55 Et, si verum quaerimus, in omnibus officiis persequendis animi est adhibenda contentio; ea est sola offici tamquam custodia. Sed hoc idem in dolore maxime est providendum, ne quid abiecte, ne quid timide, ne quid ignave, ne quid serviliter muliebriterve faciamus, in primisque refutetur ac reiiciatur Philocteteus ille clamor. Ingemescere non numquam viro concessum est, idque raro, eiulatus ne mulieri.
Nel combattimento il soldato vile e pauroso non appena vede il nemico getta via lo scudo e fugge il più in fretta possibile e spesso per questo si fa uccidere con più facilità anche se non è stato toccato cosa questa che non succede a chi rimane fermo al proprio posto. Così, coloro che non sono capaci di resistere all'idea del dolore, si avviliscono, e rimangono in uno stato di abbattimento e di prostrazione mentre quelli che resistono il più delle volte riescono vincitori. (Questo) perché, fra l'anima e il corpo esistono delle analogie. Un corpo, se si sforza, sopporta bene il peso, e se si arrende ne rimane schiacciato: c'è molta somiglianza con l'anima che, se chiama a raccolta le sue forze, annulla il peso che le preme sopra, mentre se si lascia andare ne è oppressa e non se ne può liberare. E senza dubbio, se vogliamo andare al fondo delle cose, sono quelle forze che noi dobbiamo chiamare a raccolta nello svolgimento di ogni nostra attività, perché esse sole fanno, voglio dire, la guardia per sorvegliare che noi adempiamo il nostro dovere. Nel dolore, comunque, bisogna stare attenti a non compiere nessun atto che sappia di avvilimento, di pavidità, di codardia, nessun atto degno d'uno schiavo o d'una donna, e prima di tutto bisogna condannare e respingere un atteggiamento come quello di Filottete. Qualche gemito, raramente, a un uomo si può anche concedere, in certe circostanze: ma le grida neppure alle donne bisogna permetterle.
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Formicae, apes, ciconiae aliorum etiam causa quaedam faciunt. multo haec coniunctius homines. itaque natura sumus apti ad coetus, concilia, civitates. Quod nemo in summa solitudine vitam agere velit ne cum infinita quidem voluptatum abundantia, facile intellegitur nos ad coniunctionem congregationemque hominum et ad naturalem communitatem esse natos. Inpellimur autem natura, ut prodesse velimus quam plurimis in primisque docendo rationibusque prudentiae tradendis
Traduzione n. 1
Le formiche, le api, le cicogne compiono certe azioni anche per altri Gli uomini fanno queste cose in modo più stretto. Perciò siamo stati resi dalla natura idonei all'unione ai vincoli della vita sociale. Poiché nessuno vuole trascorrere la vita in somma solitudine neppure con infinita abbondanza di piaceri, si capisce facilmente che noi siamo nati per un’unione e aggregazione di uomini e per una comunità naturale. Siamo poi spinti dalla natura a voler giovare al maggior numero possibile di persone sia soprattutto insegnando sia dando norme di saggezza
traduzione n. 2
Le formiche, le api e le cicogne fanno qualcosa anche per altri; l'unione degli uomini fa queste cose molto di più. Perciò per natura siamo portati all'aggregazione, ai legami, alla vita sociale. Gli Stoici credono che il mondo sia retto dalla volontà degli dei, e che sia come la comune città e patria degli uomini e degli dei, e ciascuno di noi è parte di quel mondo; da ciò deriva quella disposizione naturale che ci fa anteporre la comune utilità alla nostra. Come infatti le leggi antepongono il benessere di tutti al benesseri dei singoli, così l'uomo onesto, saggio, obbediente alle leggi e non ignaro del dovere civile provvede all'utilità di tutti più che a quella di un solo individuo o alla propria. Né deve esser maggiormente biasimato il traditore della patria che il disertore della comune utilità o benessere per la propria utilità o benessere. Da ciò consegue che deve essere lodato colui che va incontro alla morte per lo stato, poiché è conveniente che la patria ci sia più cara di noi stessi. D'altra parte siamo spinti dalla natura a voler giovare a quanti più possiamo, innanzitutto con l'insegnare e con il tramandare i principi della saggezza.
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Ego enim, quam diu senatus auctoritas mihi defendenda fuit, sic acriter et vehementer proeliatus sum ut clamor concursusque maxima cum mea laude fierent. Quod si tibi umquam sum visus in re publica fortis, certe me in illa causa admiratus esses. Cum enim ille ad contiones confugisset in iisque meo nomine ad invidiam uteretur, di immortales! Quas ego pugnas et quantas strages edidi! Quos impetus in Pisonem, in Curionem, in totam illam manum feci! Quo modo sum insectatus levitatem senum, libidinem iuventutis! Saepe, ita me di iuvent, te non solum auctorem consiliorum meorum verum etiam spectatorem pugnarum mirificarum desideravi.
Io infatti mi sono battuto con tanto accanimento e tanta veemenza che gli applausi sono scrosicati fragorosi e la gente è accorsa in massa a rendermi omaggio con un eccezionale tributo di lodi. Se mai altre volte sono apparso ai tuoi occhi coraggioso nella mia milizia politica. Senza dubbio in quel frangente avresti provato per me ammirazione. Poichè egli evidentemente aveeva cercato il suo scampo nei discorsi tenuti davanti al popolo nei quali faceva il nome per scatenarmi addosso l'odiosità generale sulla fede degli dei immortali che battaglie ho sostenuto e quanto rovinose stragi ho fatto! Che assalti contro Pisone (e) contro Pisone e contro tutta quella masnada ho saputo condurre! con che tono ho attaccato la futilità di carattere degli anziani e l'arbitrio sfrenato dei giovani! spesso che me ne siano testimoni gli dei avrei desiderato che tu non fossi soltanto ispiratore delle decisioni che prendevo ma anche spettatore delle stupende battaglie che sostenevo