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Vetus est haec hominum opinio insulam Siciliani totani Cereri et Liberae consecratam esse. Natas esse in his locis dea ... virginem secum asportavisse et subito non longe a Syracusis penetravisse sub terras.
È vetusta questa opinione fra gli uomini secondo la quale l'isola di tutta la Sicilia è stata consacrata a Cerere e a Libera. Ritengono che le dee siano nate in questi luoghi e che in quella terra siano stati trovati per prima dei cereali e che Libera, che chiamano Proserpina, sia stata rapita dal bosco degli ennesi; questo luogo, poiché è situato al centro dell'isola, è chiamato l'ombelico della Sicilia. Volendo Cerere andare alla ricerca della figlia Libera, si narra che abbia acceso le fiaccole con quei fuochi, che eruttarono dalla sommità dell'Etna. Dal momento che essa stessa le portava d'innanzi, visitò ogni angolo della terra. D'altro canto, Enna, in cui sono ricordate quelle imprese, giace su un promontorio molto elevato, dove vi sono da sempre un lago e moltissimi lucci e fiori assai rigogliosi. In prossimità, si trova una grotta rivolta a nord di un'altezza estremamente elevata, dalla quale si narra che sia uscito improvvisamente il padre Dite su un carro e, strappata la fanciulla dal luogo, l'abbia portata via con sé e d'un tratto, non lontano da Siracusa, sia sceso sotto terra.
La famiglia è il nucleo che da principio alle città ed il germe da cui nasce lo stato - Versione Cic
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Gradus autem plures sunt societatis hominum. Ut enim ab illa infinita discedatur, proprior est eiusdem gentis, nationis, linguae, qua maxime homines coniunguntur. Interius etiam est eiusdem esse civitatis; multa enim sunt civibus inter se communia, forum, fana, porticus, viae, leges, iura, iudicia, suffragia, consuetudines praeterea et familiaritates multisque cum multis res rationesque contractae. Artior vero colligatio est societatis propinquorum; ab illa enim inmensa societate humani generis in exiguum angustumque concluditur. Nam cum sit hoc natura commune animantium, ut habeant libidinem procreandi, prima societas in ipso coniugio est, proxima in liberis, deinde una domus, communia omnia; id autem est principium urbis et quasi seminarium rei publicae. Sequuntur fratrum coniunctiones, post consobrinorum sobrinorumque, qui cum una domo iam capi non possint, in alias domos tamquam in colonias exeunt. Sequuntur conubia et affinitates ex quibus etiam plures propinqui; quae propagatio et suboles origo est rerum publicarum. Sanguinis autem coniunctio et benivolentia devincit homines caritate. Magnum est enim eadem habere monumenta maiorum, eisdem uti sacris, sepulchra habere communia
La società umana ha diversi gradi o forme. La società più ampia, dopo quella che non ha confini e di cui abbiamo già parlato, è quella che consiste nell'identità di nazione e di linguaggio, che è il vincolo più saldo che unisca gli uomini fra loro. Società più intima ancora è quella di appartenere alla stessa città: molte cose i cittadini hanno in comune fra loro, come il fòro, i templi, i portici, le strade, le leggi, i diritti, i tribunali, i suffragi; inoltre, la familiarità e le amicizie, i molteplici e scambievoli rapporti d'interessi e di affari. Ancora più stretto è il legame che avvince i membri di una stessa famiglia: la società umana, da quella forma universale e infinita, si restringe così a una cerchia piccola e angusta. In verità, tutti gli esseri viventi tendono per naturale istinto alla procreazione, e perciò la prima forma di società si attua nell'accoppiamento sessuale; la seconda, nella prole, e quindi nell'unità della casa e nella comunanza di tutti i beni. Ed è questo il primo principio della città e, direi quasi, il semenzaio dello Stato. Seguono le unioni tra fratelli e sorelle, poi tra cugini e biscugini, i quali, quando una sola casa non può più contenerli escono a fondar nuove case, quasi come colonie. Seguono i matrimoni, le affinità, per cui si moltiplicano le parentele; e in questo propagarsi e pullulare della prole è appunto l'origine degli Stati. Or bene, la comunanza del sangue lega gli uomini con la benevolenza e l'amore: è davvero una gran cosa avere le stesse mernorie degli avi, compiere gli stessi riti sacri, avere in comune i sepolcri.
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Cicerone Lingua latina per se illustrata
Cum in Africam venissem - M. Manilio consuli ad quartam legionem tribunus ut scitis militum ... sed etiam dieta meminisset.
Dopo essere arrivato in Africa come tribuno presso la quarta legioni agli ordini del console M. Manlio (come ben sapete) nulla mi fu più gradito che incontrare Massinissa, re molto amico della nostra famiglia per giusti motivi. Quando giunsi da lui, il vecchio, abbracciandomi, scoppiò in lacrime e dopo un pò alzò lo sguardo al cielo e disse: "Rendo grazie a te, o sommo Sole, e a voi, altri dei celesti, poiché prima di allontanarmi da questa vita vedo nel mio regno e questo tetto P. Cornelio Scipione, dal cui stesso nome sono rianimato; pertanto giammai dal mio animo svanisce il ricordo di quell'ottimo e invincibilissimo uomo". Quindi io gli chiesi del suo regno, lui della nostra repubblica, e, dopo aver parlato molto scambievolmente, ci trascorse quella giornata. Poi, accolti con un'ospitalità regale, prolungammo la conversazione fino a notte fonda, dal momento che il vecchio non parlava d'altro se non dell'Africano e ricordava non solo tutte le sue imprese, ma anche i detti.
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Ego si hoc optimum factu iudicarem, patres conscripti, Catilinam morte multari, unius usuram horae gladiatori isti ad vivendum non dedissem. Etenim si summi viri et clarissimi cives saturnini et Gracchorum et Flacci et superiorum complurium sanguine non modo se non contaminarunt, sed etiam honestarunt, certe verendum mihi non erat, ne quid hoc parricida civium interfecto invidiae in posteritatem redundaret. Quodsi ea mihi maxime inpenderet tamen hoc animo fui semper, ut invidiam virtute partam gloriam, non invidiam putarem. Quamquam non nulli sunt in hoc ordine, qui aut ea, quae inminent non videant aut ea, quae vident, dissimulent; qui spem Catilinae mollibus sententiis aluerunt coniurationemque nascentem non credendo corroboraverunt; quorum auctoritate multi non solum improbi, verum etiam inperiti, si in hunc animadvertissem, crudeliter et regie factum esse dicerent. Nunc intellego, si iste, quo intendit, in Manliana castra pervenerit, neminem tam stultum fore, qui non videat coniurationem esse factam neminem tam improbum, qui non fateatur. Hoc autem uno interfecto intellego hanc rei publicae pestem paulisper reprimi, non in perpetuum comprimi posse. Quodsi se eiecerit secumque suos eduxerit et eodem ceteros undique collectos naufragos adgregarit, extinguetur atque delebitur non modo haec tam adulta rei publicae pestis, verum etiam stirps ac semen malorum omnium.
Io, padri coscritti, se avessi pensato che la scelta migliore da farsi fosse di mandare a morte Catilina, non avrei permesso a un delinquente come lui di vivere un'ora di più. Se infatti i cittadini più autorevoli e illustri non si sono macchiati del sangue di Saturnino, dei Gracchi, di Flacco e di tanti altri in passato, se, al contrario, si sono coperti di onore, certamente non avrei dovuto temere che la disapprovazione dei posteri ricadesse su di me per aver eliminato uno che assassina i suoi concittadini. E se anche corressi un tale pericolo, non cambierei idea: l'impopolarità nata dal valore è gloria, non impopolarità. Eppure ci sono alcuni, qui in Senato, che non vedono cosa sta per abbattersi su di noi oppure fingono di non vedere quel che hanno sotto gli occhi; alcuni che hanno alimentato con la condiscendenza le aspettative di Catilina e rafforzato con l'incredulità una congiura nascente! Facendosi scudo dell'autorità di questi, molti, non solo disonesti, ma anche ingenui, avrebbero detto che agivo con la crudeltà di un tiranno se lo avessi punito, Ma ora mi rendo conto che se Catilina raggiungerà l'accampamento di Manlio, dove intende dirigersi, nessuno sarà così stupido da non capire che è stata organizzata una congiura, nessuno sarà così disonesto da non ammetterlo. E se lui solo verrà ucciso, mi rendo conto che riusciremo a contenere questo flagello per un po', ma non a debellarlo per sempre. Se invece partirà, se si porterà dietro i suoi, se riunirà nella stessa località tutti gli altri disperati che ha raccolto da ogni dove, non solo verrà completamente estirpato il flagello che è tanto cresciuto nello Stato, ma pure la radice e il seme di ogni male.
Da altro libro testo latino diverso
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"Sed quo sis, Africane, alacrior ad tundam rem publicam, sic habeto: omnibus qui patriam conservaverint, adiuverint, auxerint, certum esse in caelo definitum locum, ubi beati aevo sempiterno fruantur ...
"Ma affinché tu sia, o Africano, più alacre a proteggere lo Stato, sappi questo: per tutti coloro che hanno salvato, sostenuto, accresciuto la patria c'è in cielo un luogo ben definito, dove godono beati della vita eterna. Infatti per quel dio supremo, che regge tutto il mondo, non c'è niente (perlomeno di ciò che avviene in terra) di più gradito di quelle società umane, fondate sul diritto, che si chiamano Stati; i governatori e i conservatori di questi, di qui partiti, qui ritornano". A questo punto io, sebbene fossi sconvolto non tanto dalla paura della morte quanto delle insidie da parte dei miei, chiesi tuttavia 'se fossero vivi lui e il padre Paolo e gli altri che noi riteniamo morti?'. Disse: "In realtà vivono davvero questi, che sono volati via dalle catene dei corpi come da una prigione. Invece la vostra, che è chiamata 'vita', è la morte. Perché non guardi tuo padre Paolo che viene da te?". Appena lo vidi versai davvero una gran quantità di lacrime, mentre lui, abbracciandomi e baciandomi, mi proibiva di piangere. E io, non appena, calmato il pianto, iniziai a poter parlare, dissi: "Di grazia, padre santissimo e ottimo, dal momento che questa è la vita, come sento dire l'Africano, perché indugio sulla terra? Perché non mi affretto a venire qui da voi?" "Non è così" disse quello, "infatti se quel dio, del quale è questo tempio e tutto ciò che vedi, non ti avrà liberato da questa prigione del corpo, l'entrata qui non ti può essere accessibile. Gli uomini, infatti, sono stati generati con questa legge, che custodiscano quel globo, che è chiamato 'terra', che vedi al centro in questo tempio e a essi l'anima è stata data da quei fuochi sempiterni che voi chiamate 'costellazioni' e 'stelle' che, sferiche e rotonde, animate da menti divine, compiono le loro orbite con mirabile celerità. Perciò tu, Publio, e tutti gli uomini pii dovete mantenere l'anima nel carcere del corpo, né senza il consenso di colui dal quale l'anima vi è stata data dovete emigrare dalla vita tra gli uomini perché non sembri che siate venuti meno al dovere umano assegnato dal dio. Ma così, o Scipione, come questo tuo avo, come io che ti ho generato, coltiva la giustizia e il rispetto, che, come è grande nei confronti dei genitori e dei parenti, così è grandissima nei confronti della patria. Questa vita è la strada verso il cielo e verso questa moltitudine di coloro che hanno già vissuto e, liberati dal corpo, abitano quel luogo che vedi (quellaera un'orbita folgorante di vivissimo candore tra le fiamme), che voi, come avete appreso dai Greci, chiamate 'via Lattea'. Da lì tutte le altre cose sembravano a me, che contemplavo, splendenti e meravigliose. Vi erano inoltre quelle stelle che non abbiamo mai visto da questo luogo, e di tali dimensioni che noi non avremmo mai sospettato che ci fossero - tra queste la più piccola era quella che, ultima dal cielo, più vicina alla terra, risplendeva di luce non sua. Inoltre le sfere delle stelle facilmente superavano la grandezza della terra. Già la terra stessa mi sembrò così piccola, che mi vergognavo del nostro dominio, con il quale tocchiamo quasi un punto.