- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Resistendum est contra senectutem et eius vitia diligentia compensanda sunt. Pugnandum sicut contra morborum vim, ita contra senectutem: habenda ratio valetudinis, utendum exercitationibus modicis, tantum cibi et potionis adhibendum (est), quantum satis sit ad reficiendas, non ad opprimendas, vires. Nec verum corpori solum subveniendum est, sed menti multo magis; nam haec, nisi tamquam lumini oleum instilles, extinguitur senectute. Corpora quidem defatigatione ingravescunt, animi autem se exercendo levantur. Quattuor robustos filios, quinque filias, tantam domum Appius Claudius regebat et caecus et senex: intentum enim animum tamquam arcum habebat nec succumbebat senectuti. Ita enim senectus honesta habenda est, si se ipsa defendendo nemini emancipata est. Non modo igitur vituperatio nulla, sed etiam summa laus senectuti tribuenda est quod ea voluptates nullas magnopere desiderat; sed, si aliquid dandum putat voluptati, modicis tamen coviviis delectari potest.
Bisogna resistere contro la vecchiaia e i suoi vizi sono da compensare con la diligenza. Bisogna combattere come contro la forza delle malattie, così contro la vecchiaia: si deve avere ragione di salute, bisogna fare esercizi moderati, si deve ricorrere a tanto di cibo e di bevanda, quanto è abbastanza per reintegrare, e non per reprimere le forze tuttavia non bisogna curare solo il corpo, ma molto di più la mente; infatti questa, qualora non versi l'olio come in un lume, viene spenta dalla vecchiaia. I corpi peggiorano senza dubbio con la stanchezza, mentre gli animi si risollevano esercitandosi. Appio Claudio reggeva quattro robusti figli, cinque figlie, una casa così grande benchè cieco e vecchio: infatti aveva l'animo teso quanto un arco e non soccombeva alla vecchiaia. Così infatti la vecchiaia deve essere ritenuta dignitosa, difendendosi essa stessa se non è ceduta a nessuno. Dunque non solo nessuna critica deve essere attribuita alla vecchiaia, ma anche la somma lode poiché questa non desidera particolarmente nessuna gioia; ma, se considera che bisogna dare qualcosa alla gioia, tuttavia può essere attirata da banchetti moderati.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Archia è degno della cittadinanza Romana
versione latino cicerone traduzione VERSIONE 281
PAG 243 VERSIONE LATINA NEL BIENNIO
INIZIO: quotienscumque ego, iudices, Archiam carmina recitantem audivi... FINE: Archias ad populi Romani gloriam laudemque celebrandam.
Quante volte io ho visto Archia, qui presente, o giudici - e considerando che mi ascoltate con tanta attenzione mentre sperimento una nuova tecnica oratoria, approfitterò della vostra benevolenza - quante volte, dicevo, l'ho visto improvvisare un gran numero di versi incredibilmente belli su vari argomenti d'attualità, senza aver scritto una sola riga! E quante volte l'ho sentito ripetere lo stesso discorso con parole ed espressioni completamente differenti! Inoltre, ho potuto constatare che le poesie da lui messe per iscritto dopo attenta riflessione, sono giudicate degne di essere equiparate alle più famose e lodate opere degli antichi scrittori. Quindi, non dovrei apprezzare quest'uomo? Non dovrei ammirarlo e ritenere che lo si deve difendere a ogni costo? Inoltre, noi siamo venuti a conoscenza dal pensiero di personalità autorevoli e di grandissima cultura che l'apprendimento di qualunque altra disciplina si fonda sulla teoria, sugli insegnamenti e sul talento personale; il poeta invece si avvale del suo stesso modo di essere ed è spinto a comporre dalle forti capacità della sua mente, come animato da una sorta di ispirazione divina. Per questo motivo ben a ragione il nostro Ennio definisce «sacri» i poeti, in quanto sembra che ci siano stati concessi quasi come un prezioso dono degli dèi. Quindi, o giudici, poiché siete estremamente civili, considerate sacrosanto questo titolo di poeta, che mai nessun uomo, neanche barbaro, osò profanare. Le montagne e i deserti rispondono alla sua voce, persino gli animali più feroci diventano mansueti e si fermano al suo canto: e noi, che siamo stati educati esemplarmente, non dovremmo essere colpiti dalle parole dei poeti? Gli abitanti di Colofone sostengono che Omero sia loro compatriota, quelli di Chio lo rivendicano a sé, i cittadini di Salamina insistono di avergli dato i natali; quelli di Smirne, poi, ne sono così convinti che gli hanno persino dedicato un tempietto in città; numerosi altri se lo contendono con accanimento. Dunque tante persone reclamano, anche dopo la morte, uno straniero, per il semplice fatto che fu un poeta; e noi rifiuteremo Archia, che è vivo e già ci appartiene, per sua scelta e per la legge? Non dimentichiamo che Archia ha messo più volte la sua arte e il suo talento al servizio del popolo romano, per celebrarne la grandezza e il prestigio.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Patres infelices iacebant in limine, matresque miserae pernoctabant ad ostium carceris, exclusae ab extremo conspectu liberorum. Hae, acerbo dolore confectae, orabant ut filiorum suorum postremum spiritum exciperent. Aderat Sextius, ianitor carceris, mors terrorque sociorum et civium Romanorum, cui ex omni gemitu doloreque certa merces comparabatur. «Tantum (= tanto) mihi dabis ut filium tuum videas; tantum ut cibum in carcerem portare possis». Nemo (= nessuno, nom. ) recusabat. «Quid (= che cosa, n. ) dabis ut uno ictu securis filium tuum interficiam? Ne diutius crucietur, ne saepius feriatur, ne acerbis doloribus vitam amittat?» Etiam ob hanc causam pecunia lictori dabatur. Non vitam liberorum, sed mortis celeritatem redimere cogebantur parentes. Hoc quoque satis non erat! «Redimant parentes magno pretio potestatem ut filios sepeliant: aliter, eorum corpora feris obicientur».
Giacevano sulla soglia tristi padri, e povere madri passavano la notte alla porta carcere, escluse dall'estrema presenza dei figli. Costoro, soffocate da un dolore grande, pregavano affinché accogliessero l'ultimo respiro dei loro figli. Era presente Sestio, il carnefice del carcere, morte e terrore degli alleati e dei cittadini Romani, al quale a ogni gemito e dolore veniva contrapposta una certa ricompensa: "tanto mi darai per vedere tuo figlio; tanto cibo potrai portare in carcere" nessuno rifiutava. "Cosa darai perché io uccida tuo figlio con un solo colpo di scure?Affinché non soffra a lungo, affinché non sia ferito più spesso, affinché non muoia con atroci dolori?" Anche per questo motivo era dato del denaro al littore. I genitori erano costretti a riscattare non la vita dei figli, ma la velocità della morte. Anche questo non era sufficiente! "I genitori riscattino con grande prezzo il potere di sepellire i figli: altrimenti i loro corpi saranno gettati alle bestie"
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Non eram nescius, Brute, cum, quae summis ingeniis exquisitaque doctrina philosophi Graeco sermone tractavissent, ea Latinis litteris mandaremus, fore ut hic noster labor in varias reprehensiones incurreret. nam quibusdam, et iis quidem non admodum indoctis, totum hoc displicet philosophari. quidam autem non tam id reprehendunt, si remissius agatur, sed tantum studium tamque multam operam ponendam in eo non arbitrantur. erunt etiam, et ii quidem eruditi Graecis litteris, contemnentes Latinas, qui se dicant in Graecis legendis operam malle consumere. postremo aliquos futuros suspicor, qui me ad alias litteras vocent, genus hoc scribendi, etsi sit elegans, personae tamen et dignitatis esse negent.
O Bruto ero ben consapevole, nell'affidare all'espressione latina gli argomenti trattati in greco dai filosofi con geniale pensiero e con dottrina profonda che questa mia fatica sarebbe stata oggetto si svariate critiche. Ad alcuni non davvero privi di istruzione da fastidio, in blocco, questo filosofare, altri invece non biasimano poi tanto quest'attività purchè sia svolta senza esagerare ma non sono del parere che vi si debba porre tanto impegno e tanta fatica. Ci saranno anche coloro e sono conoscitori del greco disprezzatori del latino - che diranno che preferiscono applicarsi a leggere i testi greci. Infine immagino che ci saranno di quelli che m'inviteranno ad altri lavori letterari con il pretesto che questo genere, anche se fine, non si addice alla mia personalità nel suo duplice aspetto di carattere e di dignità. A tutti costoro penso di dovere una breve replica.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Iste ait se velie illud etiam atque etiam considerare: nequaquam se esse satiatum. Iubet illos discedere et candelabrum relinquere. Sic illi tum inanes ad Antiochum revertuntur. Rex primo nihil metuere, nihil suspicari; dies unus, alter, plures; non referri. Tum mittit, si videatur, ut reddat. Iubet iste posterius ad se reverti. Mirum illi videri; mittit iterum; non redditur. Ipse hominem appellat rogat ut reddat. Os hominis insignemque impudetiam cognoscite. Quod sciret, quod ex ipso rege audisset in Capitolio esse ponendum, quod lovi Optimo Maximo, quod populo Romano servavi videret, id sibi ut donaret rogare et vehementissime petere coepit. Cum ille se et religione Iovis Capitolini et hominum exstimatione impediri diceret, quod multae nationes testes essent illius operis ac muneris, isti homini minari acerrime coepit. Ubi videt eum nihilo magis minis quam precibus permoveri, repente hominem de provincia iubet ante noctem decedere; ait se comperisse ex eius regno piratas ad Siciliam esse venturos.
Costui dice che vuole esaminarlo ripetutamente, non essendo per niente sazio. Ordina loro di andarsene e lasciare il candelabro. Così allora tornano da Antioco a mani vuote. Il re, in un primo momento non teme nulla, non sospetta nulla; (passa) un giorno, un secondo giorno, parecchi (altri); non restituisce. Allora manda a dire di restituir(lo), se lo riteneva opportuno. Quello (Verre) ordina che tornino da lui in un momento successivo. A quello (Antioco) (la cosa) pareva strana; manda a chiedere di nuovo, non viene restituito. Quello (Antioco) in persona chiede all'uomo di restituir(lo). Rendetevi conto della sfacciataggine e della straordinaria impudenza dell'uomo. Quello che sapeva, perché l'aveva appreso dallo stesso principe, che doveva essere posto in Campidoglio, che per Giove Ottimo Massimo, per il popolo romano pareva dover essere preservato (servari, non servavi), iniziò a pregare e a chiedere con grandissima insistenza che venisse donato a lui. Poiché quello faceva presente che ciò era impedito sia dal voto a Giove Capitolino sia dalla considerazione dei cittadini, dato che molti popoli erano a conoscenza di quell'opera e della (sua) offerta votiva, costui iniziò a minacciare l'uomo in maniera violentissima. Vedendo che quello non era smosso dalle minacce più che dalle preghiere, all'improvviso ordina che l'uomo si allontani dalla provincia prima di notte; dice di avere appreso che dei pirati dal suo regno si dirigevano in Sicilia.