- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Pro deum hominumque fidem! quid hoc est? quae haec causa est, quae ista inpudentia? Quae dico signa, ante quam abs te sublata sunt, Messanam cum imperio nemo venit quin viserit. Tot praetores, tot consules in Sicilia cum in pace, tum etiam in bello fuerunt, tot homines cuiusque modi (non loquor de integris, innocentibus, religiosis), tot cupidi, tot improbi, tot audaces, quorum nemo sibi tam vehemens, tam potens, tam nobilis visus est, qui ex illo sacrario quicquam poscere aut tollere aut attingere auderet; Verres, quod ubique erit pulcherrimum, auferet? nihil habere cuiquam praeterea licebit? tot domus locupletissimas domus istius una capiet? Idcirco nemo superiorum attigit, ut hic tolleret? ideo C. Claudius Pulcher rettulit, ut C. Verres posset auferre? At non requirebat ille Cupido lenonis domum ac meretriciam disciplinam, facile illo sacrario patrio continebatur; Heio se a maioribus relictum esse sciebat in hereditate sacrorum, non quaerebat meretricis heredem. Sed quid ego tam vehementer invehor? verbo uno repellar. 'Emi, ' inquit. O, di immortales, praeclaram defensionem! Mercatorem in provinciam cum imperio ac securibus misimus, omnia qui signa, tabulas pictas, omne argentum, aurum, ebur, gemmas coemeret, nihil cuiquam relinqueret! Haec enim mihi ad omnia defensio patefieri videtur, emisse. Primum, si id, quod vis, tibi ego concedam, ut emeris, quoniam in toto hoc genere hac una defensione usurus es, quaero, cuius modi tu iudicia Romae putaris esse, si tibi hoc quemquam concessurum putasti, te in praetura atque imperio tot res tam pertiosas, omnes denique res, quae alicuius pretii fuerint, tota ex provincia coemisse.

- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
quatenus amor in amicitia progredi debeat. Numne, si Coriolanus habuit amicos, ferre contra patriam arma illi cum Coriolano debuerunt? num Vecellinum amici regnum adpetentem, num Maelium debuerunt iuvare?Ti. quidem Gracchum rem publicam vexantem a Q. Tuberone aequalibusque amicis derelictum videbamus. At C. Blossius Cumanus, hospes familiae vestrae, Scaevola, cum ad me, quod aderam Laenati et Rupilio consulibus in consilio, deprecatum venisset, hanc ut sibi ignoscerem, causam adferebat, quod tanti Ti. Gracchum fecisset ut, quidquid ille vellet, sibi faciendum putaret. Tum ego: 'Etiamne, si te in Capitolium faces ferre vellet?' 'Numquam' inquit 'voluisset id quidem; sed si voluisset, paruissem. ' Videtis, quam nefaria vox! Et hercule ita fecit vel plus etiam quam dixit; non enim paruit ille Ti. Gracchi temeritati sed praefuit, nec se comitem illius furoris, sed ducem praebuit. Itaque hac amentia quaestione nova perterritus in Asiam profugit, ad hostes se contulit, poenas rei publicae graves iustasque persolvit. Nulla est igitur excusatio peccati, si amici causa peccaveris
vediamo innanzi tutto fino a che punto deve spingersi l'amore per un amico. Gli amici di Coriolano, se mai ne ebbe, avrebbero dovuto impugnare le armi contro la patria insieme a lui? E quando Vecellino e Melio aspiravano alla tirannide, gli amici avrebbero dovuto seguirli? Tiberio Gracco fomentava disordini contro lo stato: Quinto Tuberone e gli altri amici suoi coetanei lo abbandonarono, come si è visto. Invece Caio Blossio di Cuma, ospite della vostra famiglia, Scevola, quando venne da me a chiedere perdono, perché ero membro della commissione d'inchiesta con i consoli Lenate e Rupilio, per giustificarsi diceva di aver stimato tanto Tiberio Gracco da credere suo dovere l'esaudire ogni sua decisione. Allora io: «Anche se ti avesse chiesto di dare alle fiamme il Campidoglio?» «Non mi avrebbe mai chiesto una cosa simile!» rispose. «In quel caso, però, avrei ubbidito. » Vedete che parole infami! E, perdio, lo fece davvero. Anzi, superò quanto aveva detto: non obbedì alla temerarietà di Tiberio Gracco, ma la istigò, non si offrì come complice della sua follia, ma come guida. E così, persa completamente la testa, per paura dell'inchiesta straordinaria, riparò in Asia, passò al nemico e pagò allo stato una pena dura, ma giusta. Perciò, dire di aver commesso un reato per un amico non è un'attenuante. Se infatti è stata la tua fede nella virtù a conciliarti l'amicizia, difficilmente l'amicizia resisterà se rinunci alla virtù
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Quotiens ego hunc Archiam vidi, iudices, utar enim vestra benignitate, quoniam me in hoc novo genere dicendi tam diligenter attenditis, quotiens ego hunc vidi, cum litteram scripsisset nullam, magnum numerum optimorum versuum de eis ipsis rebus quae tum agerentur dicere ex tempore! Quotiens revocatum eandem rem dicere, commutatis verbis atque sententiis! Quae vero adcurate cogitateque scripsisset, ea sic vidi probari, ut ad veterum scriptorum laudem perveniret. Hunc ego non diligam? non admirer? non omni ratione defendendum putem! Atque sic a summis hominibus eruditissimisque accepimus, ceterarum rerum studia et doctrina et praeceptis et arte constare: poetam natura ipsa valere, et mentis viribus excitari, et quasi divino quodam spiritu inflari. Qua re suo iure noster ille Ennius sanctos appellat poetas, quod quasi deorum aliquo dono atque munere commendati nobis esse videantur.
Quante volte ho visto Archia, o giudici - approfitterò della vostra benevolenza, giacché mi ascoltate con tanta attenzione in questo nuovo genere d'oratoria - quante volte l'ho visto recitare all'occasione, senza aver preparato nulla per iscritto, un gran numero di versi eccellenti sulle vicende allora in atto! Quante volte l'ho visto, se richiamato, ritrattare un soggetto cambiando parole e concetti! Ciò che poi aveva composto con cura e riflessione, ho notato che riscuoteva un'approvazione degna della gloria degli antichi scrittori. E quest'uomo non dovrei dunque amarlo, non dovrei ammirarlo, non dovrei pensare di difenderlo in tutti i modi? Ma noi abbiamo appreso da uomini di grande valore e grande cultura che lo studio delle altre discipline è fatto di dottrina, di regole, di tecnica, mentre il poeta vale per la sua naturale inclinazione, è animato da forza intellettiva, è come pervaso da uno spirito divino. Perciò giustamente quel nostro celebre poeta che fu Ennio chiama sacri i poeti, perché sembrano esserci stati assegnati come per un dono e un favore degli dei.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Cicerone Nuovo dalla sintassi al testo
Inizio: Nec enim tantum mali est peccare principes Fine: vel corrumpere mores civitatis vel corrigere possunt.
Ma i difetti degli ottimati non sono tanto un male in sé, sebbene questo sia già un grande male di per sé stesso, quanto per il fatto che degli ottimati spuntino fuori moltissimi imitatori. . Infatti si può constatare, se si vuole ricordare le varie epoche, che quali furono i personaggi più eminenti della cittadinanza, tali furono i cittadini; quale fu il cambiamento di costumi dei reggenti, tale esso si verificò successivamente nel popolo. E questo è molto più vero di quanto aggrada al nostro Platone, il quale asserisce che la condizione della città cambia con il mutare dei canti dei musicanti: io invece credo che i costumi delle città cambino una volta che siano mutati vita e tenor di vita dei nobili. Tanto più è grave il danno che i cattivi governanti arrecano allo Stato, dal momento che non solo loro stessi nutrono in sé i vizi ma li diffondono in mezzo alla gente e non solo nuocciono con la propria corruzione, ma anche perché corrompono e recano danno più con l'esempio che con le loro colpe. E questa legge dilatata ed estesa ad ogni ceto, può anche essere ristretta in modesti limiti; infatti pochi e ancora rari sono quelli, ingigantiti dagli onori e la gloria, che possono corrompere o emendare i costumi cittadini
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Inizio: Circumspicite paulisper mentibus vestris, iudices, hosce ipsos homines, qui huic coniurationi affines fuerunt. Fine: ...in malis pugnare contra bonos, non rei publicae cedere, non fortunae ipsi succumbere
Esaminate per un attimo con vostra attenzione, o giudici, questi stessi uomini, che parteciparono a questa congiura. Catilina mise in atto una congiura contro lo Stato. Chi ignora che egli fin dalla fanciullezza ha preso parte non solo con smoderatezza e malvagità, ma anche con frequenza e ardore in ogni reato, violenza e carneficina? Chi non ricorda le alleanze di Lentulo con i traditori, chi non ricorda la sua insana brama, la sua perversa ed empia superstizione, chi si meraviglia che quello abbia pensato esecrabilmente o sperato stoltamente? Tralascio tutti gli altri misfatti affinché non ci sia un elenco infinito. Vi chiedo soltanto di pensare in silenzio riguardo a tutti quelli che è noto abbiano partecipato alla congiura. Comprenderete che ciascuno di quelli fu dichiarato condannato dalla sua vita prima che dalla nostra accusa. La sua vita non dimostra colpevole quello stesso Autronio? Sempre audace, insolente, libidinoso: sappiamo che egli non solo è solito servirsi di parole vergognosissime nel respingere le accuse di violenze, ma anche di pugni e calci; (sappiamo che) egli priva gli uomini dei loro beni, commette uccisioni di persone a lui vicine, spoglia con la forza e con le armi i templi degli alleati, confonde le indagini giudiziarie, nelle buone azioni disprezza tutti, in quelle cattive combatte contro i galantuomini, non ubbidisce allo Stato, non si piega alla sorte stessa.