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Quamquam praeclare Socrates hanc viam ad gloriam proximam et quasi compendiariam dicebat esse, si quis id ageret, ut qualis haberi vellet, talis esset. Quod si qui simulatione et inani ostentatione et ficto non modo sermone sed etiam voltu stabilem se gloriam consequi posse rentur, vehementer errant. Vera gloria radices agit atque etiam propagatur, ficta omnia celeriter tamquam flosculi decidunt nec simulatum potest quicquam esse diuturnum. Testes sunt permulti in utramque partem, sed brevitatis causa familia contenti erimus una. Tiberius enim Gracchus, P. f. , tam diu laudabitur, dum memoria rerum Romanarum manebit, at eius filii nec vivi probabantur bonis et mortui numerum optinent iure caesorum. Qui igitur adipisci veram gloriam volet, iustitiae fungatur officiis. Ea quae essent, dictum est in libro superiore.
E' vero che Socrate diceva, con parole assai famose, che la via più breve e quasi la scorciatoia per la gloria è quella di comportarsi in modo da essere tali, quali si voglia esser stimati; ma sbagliano in maniera molto grave quanti credono di poter ottenere una gloria duratura con la simulazione e con un vano ostentare, non solo con discorsi falsi, ma anche con l'aspetto esteriore. La vera gloria pone salde radici ed anche si accresce; ogni finzione cade rapidamente come i fiori delicati e non vi può essere alcuna simulazione duratura. Vi sono moltissimi esempi nell'uno e nell'altro caso, ma per brevità ci accontenteremo di quello di una sola famiglia. Si loderà Tiberio Gracco, figlio di Publio, fino a quando durerà il ricordo della romanità. Ma i suoi figli da vivi non riscuotevano l'approvazione dei buoni e da morti sono nel novero degli uccisi a giusta ragione. Colui che, dunque, vorrà ottenere. la vera gloria adempia i doveri della giustizia. E nel libro precedente si è detto quali siano.
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Cuius prima aetas dedita disciplinae fuit iisque artibus, quibus instituimur ad hunc usum forensem, ad capessendam rem publicam, ad honorem, gloriam, dignitatem; iis autem fuit amicitiis maiorum natu, quorum imitari industriam continentiamque maxime vellet, iis aequalium studiis, ut eundem quem optimi ac nobilissimi petere cursum laudis videretur. Cum autem paulum iam roboris accessisset aetati, in Africam profectus est Q. Pompeio pro consule contubernalis, castissimo homini atque omnis officii diligentissimo; in qua provincia cum res erant et possessiones paternae, tum etiam usus quidam provincialis non sine causa a maioribus huic aetati tributus. Decessit illinc Pompei iudicio probatissimus, ut ipsius testimonio cognoscetis
I suoi primi anni (la sua prima età) furono (lett. singolare fu) dedicati (dedicata) allo studio e a quelle discipline che ci formano alla vita del foro, ci avviano alla carriera politica, agli onori, alla gloria, all'autorità. In lui, la ricerca di quelle amicizie con gli uomini d'età, dei quali ambiva prendere a modello l'operosità e la correttezza, e, fra i suoi compagni di studio, con quanti dei migliori e dei più degni apparissero indirizzati a battere la stessa onorevole via. Non appena maturatosi un poco negli anni, parti per l'Africa. Fu al seguito del proconsole Quinto Pompeo, purissimo uomo e zelantissimo nell'adempimento dei propri doveri. In quella provincia, non solo il padre suo aveva interessi e proprietà, ma gli era pure offerta l'occasione di farsi una pratica di vita provinciale, che a ragione i nostri vecchi riservavano a quella età. Se ne venne via con un alto elogio di Pompeo, come sapete dalla sua stessa testimonianza
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Sin autem ieiunitatem et siccitatem et inopiam, dummodo sit polita, dum urbana, dum elegans, in Attico genere ponit, hoc recte dumtaxat; sed quia sunt in Atticis alia meliora, videat ne ignoret et gradus et dissimilitudines et vim et varietatem Atticorum. 'Atticos', inquit, 'volo imitari. ' quos? nec enim est unum genus. nam quid est tam dissimile quam Demosthenes et Lysias, quam idem et Hyperides, quam horum omnium Aeschines? quem igitur imitaris? si aliquem: ceteri ergo Attice non dicebant? si omnis: qui potes, cum sint ipsi dissimillumi inter se? in quo illud etiam quaero, Phalereus ille Demetrius Atticene dixerit. mihi quidem ex illius orationibus redolere ipsae Athenae videntur. at est floridior, ut ita dicam, quam Hyperides, quam Lysias: natura quaedam aut voluntas ita dicendi fuit.
Se poi uno mette nel genere attico uno stile macilento, rinsecchito, misero, purché sia forbito, urbano, elegante, fin qui, e solo fin qui, è nel giusto; ma siccome tra gli oratori attici c'è chi è migliore per una cosa e chi per l'altra, stia attento a non ignorare le gradazioni, le differenze, l'indole degli attici in tutta la sua varietà. "Sono gli attici che voglio imitare" dice. Quali? Infatti non sono di un genere solo. Perché, cosa c'è di così diverso quanto Demostene e Lisia, o sempre Demostene ed Iperide, o Eschine da tutti questi? Chi imiti, dunque? Uno in particolare? e gli altri, allora, non parlavano atticamente? Tutti insieme? e come potresti, visto che sono tanto diversi tra loro? E a tale proposito voglio sapere anche questo, se parlava atticamente quel famoso Demetrio Falereo. Almeno a me, pare che dai suoi discorsi esali il profumo stesso di Atene. Ma è più florido, per dir così, di Iperide, o di Lisia: era la sua natura, o fece questa scelta stilistica.
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in m. catone, iudices, haec bona quae videmus divina et egregia ipsius scitote esse propria; quae non numquam requirimus, ea sunt omnia non a natura verum a magistro. fuit enim quidam summo ingenio vir, zeno, cuius inventorum aemuli Stoici nominantur. huius sentetiae sunt et praecepta eius modi. sapientem gratia numquam moveri, numquam cuiusquam delicto ignoscere; neminem misericordem esse nisi stultum et levem, viri non esse neque exorari neque placari; solos sapientes esse, si distortissimi sint, formosos, si mendicissimi, diììvites si servitutem serviant, reges, nos autem, qui sapientes non sumus, fugitivos, exsules, hostis(= hostes), insanos denique esse dicunt; omnia peccata esse paria; omne delictum scelus esse nefarium, nec minus delinquere eum qui gallum gallinaceum, cum opus non fuerit, quam eum qui patrem suffocaverit, sapientem nihil opinari, nullius rei paenitere, nulla in re falli, sententiam mutare numquam
Sotto anche la traduzione della parte II
O giudici, sappiate che le cose(buone) divine e straordinarie che vediamo in Marco Catone sono proprio sue; quelle che noi cerchiamo, tutte quelle cose derivano non dalla natura, ma in verità da un maestro. Fu infatti un uomo dal sommo intelletto, Zenone, gli emuli delle sue scoperte sono chiamati stoici. Le sentenze e gli insegnamenti di questo sono di questo tipo. Il sapiente non è mai mosso dalla grazia, non indulge mai il delitto di alcuno; nessuno è misericordioso tranne lo stolto e il femmineo; non è proprio dell’uomo ne essere implorato ne essere ne essere calmato; solo i sapienti sono belli, se assai deformi, ricchi, se assai poveri, re, se stanno in condizione servile; dicono che noi, che non siamo sapienti, siamo fuggitivi, esuli, nemici e anche insani; tutti i peccati sono uguali; ogni delitto è una scelleratezza assai nefasta, e non fu meno in fallo quello che soffocò un gallo, quando non era necessario, di chi soffocò il proprio padre; il saggio non suppone, non si pente di nessuna cosa, non sbaglia riguardo a niente, non cambia mai opinione.
PARTE SECONDA
Marco Catone, uomo intelligentissimo, spinto da eruditissimi maestri, apprese questo (insegnamento) non per discutere, come i più, ma per vivere. Gli appaltatori chiedono qualcosa; attento che non abbia alcun peso. Certi supplici vengano miseri e sventurati; sarai stato scellerato ed empio, se avessi fatto indurre qualcuno in misericordia. Qualcuno confessa di aver peccato chiede perdono per il suo delitto, ”perdonare un crimine è orrendo”. Ma il peccato è modesto. “I peccati sono tutti uguali. ” Dicesti qualcosa: è fermo e immobile. Non sei mosso dai fatti, ma da un’opinione; “il sapiente non suppone nulla. ” Sbagliasti qualche cosa nel ragionamento; pensa che lo si stia offendendo. Da questa disciplina, queste cose sono per noi: “ho detto che avrei denunciato in senato il nome del candidato consolare. ” Lo dicesti arrabbiato. “Il sapiente non si arrabbia mai”dice. Ma per il momento. “È proprio dell’uomo cattivo dire una menzogna; è indegno cambiare idea, essere pregato è un delitto, aver pietà è un orrore dice lui. ”
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Cicero, cum Catilinae coniurationem patefacere vellet, senatum in templum Iovis Statoris convocavit. Eo senatores omnes inierunt et mox catilina ipse accessit. sed nemo senatorum eum salutavit et eam partem subselliorum, ad quam accesserat, nudam et vacuam omnes reliquerunt. itaque, dum Cicero in eum orationem habet, Catilina solus sedebat. post orationem hanc vero roma profectus est et in etruriam ad manlium legatum suum su contulit. postridie ergo cicero alteram orationem in foro habuit qua populo romano ostendit catilinam non in exilium profectum esse sed patriae bellum indixisse. omnes igitur cupidi erant catilinam bello persequendi et ciceroni maximas laudes ob civitatem servatam egerunt.
Cicerone, volendo smascherare una congiura di Catilina, convocò il Senato nel tempo di Giove Statono. Tutti i senatori entrarono là e subito arrivò lo stesso Catilina. Ma nessuno dei senatori lo salutò e tutti lasciarono quella parte di sedili, da cui era entrato, nuda e vuota. Dunque, mentre Cicerone teneva un discorso contro di lui, Catilina sedeva solo. Dopo questa orazione se ne andò davvero da Roma e portò con se il suo legato in Etruria presso Manlio. Dopo alcuni giorni quindi Cicerone tenne un altro discorso nel foro, con cui mostrò al popolo romano che Catilina non era partito in esilio ma aveva indetto una guerra contro la patria. Tutti quindi erano desiderosi di contrastare Catilina con una guerra e fecero grandissime lodi a Cicerone per la patria salvata