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Reliquae sunt venationes binae per dies quinque, magnificae, nemo negat; sed quae potest homini esse polito delectatio cum aut homo imbecillus a valentissima bestia laniatur aut praeclara bestia venabulo transverberatur? Quae tamen, si videnda sunt, saepe vidisti, neque nos, qui haec spectavimus, quicquam novi vidimus. Extremus elephantorum dies fuit. In quo admiratio magna vulgi atque turbae, delectatio nulla exstitit; quin etiam misericordia quaedam consecuta est atque opinio eius modi, esse quandam illi beluae cum genere humano societatem. "
Rimangono due cacce al giorno per cinque giorni; magnifiche, nessuno lo nega; ma quale diletto ci può essere per un uomo raffinato quando un debole viene azzannato da una belva ferocissima o se una belva stupenda viene trafitta da uno spiedo? Tuttavia, se queste sono cose da vedere, le hai viste più di una volta e anch'io, che vi ho assistito, non ho visto niente di nuovo. L'ultimo giorno era dedicato (lett. : degli) agli elefanti. In questo c'è stata grande ammirazione delle masse popolari, divertimento nessuno; anzi, ne è scaturita una certa compassione e una sensazione che quell'animale ha una sorta di amicizia naturale (societatem) col genere umano.
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quid sit animus, aut ubi, aut unde, magna dissensio est. aliis cor ipsum animus videtur. Empedocles animum esse censet cordi suffusum sanguinem; aliis pars quaedam cerebri visa est animi principatum tenere; aliis nec cor ipsum placet nec cerebri quandam partem esse animum, sed alii in corde, alii in cerebro dixerunt animi esse sedem et locum; animum autem alii animam, ut fere nostri declarat nomen: nam et agere animam et efflare dicimus et animosos et bene animatos et ex animi sententia; ipse autem animus ab anima dictus est; Zenoni Stoico animus ignis videtur. sed haec quidem quae dixi, cor, cerebrum, animam, ignem volgo, reliqua fere singuli. ut multo ante veteres, proxime autem Aristoxenus, musicus idemque philosophus, ipsius corporis intentionem quandam, velut in cantu et fidibus quae harmonia dicitur: sic ex corporis totius natura et figura varios motus cieri tamquam in cantu sonos xenocrates animi figuram et quasi corpus negavit esse ullum, numerum dixit esse, cuius vis, ut iam ante pythagorae visum erat, in natura maxima est
Quanto alla natura dell'anima, alla sua sede e alla sua origine, esiste un gran divario di opinioni. Per alcuni l'anima si identifica con il cuore. Secondo Empedocle l'anima è il sangue che affluisce al cuore; altri hanno visto in una parte determinata del cervello l'elemento essenziale dell'anima; altri, senza identificare quest'ultima né col cuore né con una parte del cervello, hanno indicato chi il cuore, chi iF cervello solo come suo luogo di residenza. C'è poi chi ritiene che l'anima è soffio, come in genere i Romani (e lo prova il termine: si dice agere, efflare animam™ animosus> bene animatus^ e ex animi sententia\ lo stesso vocabolo animus deriva da anima). Per lo stoico Zenone l'anima si identifica col fuoco. io Ma queste che ho finito adesso di elencare (cuore, cervello, soffio, fuoco) sono le teorie più comuni: ora passiamo a vedere quelle che appartengono in genere ai pensatori isolati. Una teoria diffusa nell'antichità, e ripresa recenemente da Aristosseno che oltre che filosofo era cnche musico, fa dell'anima una specie di tensione del corpo stesso come nel campo e negli strumenti a corda si ha quella che viene chiamata armonia così secondo la natura e l'organizzazione del corpo nel suo complesso si avrebbero delle diverse vibrazioni analoghe ai toni della musica. Senocrate sostenne che l'anima non ha ne forma ne materialità, ma va identiicata col numero e al numero attribuiva, come già prima di lui Pitagora una importanza essenziale nella natura.
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interitus quasi discessus et secretio ac diremptus earum partium, quae ante interitum iunctione aliqua tenebantur. His et talibus rationibus adductus Socrates nec patronum quaesivit ad iudicium capitis nec iudicibus supplex fuit adhibuitque liberam contumaciam a magnitudine animi ductam, non a superbia, et supremo vitae die de hoc ipso multa disseruit et paucis ante diebus, cum facile posset educi e custodia, noluit, et tum, paene in manu iam mortiferum illud tenens poculum, locutus ita est, ut non ad mortem trudi, verum in caelum videretur escendere. Ita enim censebat itaque disseruit, duas esse uias duplicesque cursus animorum e corpore excedentium: nam qui se humanis uitiis contaminauissent et se totos libidinibus dedissent, quibus caecati uel domesticis uitiis atque flagitiis se inquinauissent uel, re publica uiolanda, fraudes inexpiabiles concepissent, iis deuium quoddam iter esse, seclusum a concilio deorum;
La morte infatti altro non è che il distacco, la dissociazione, la separazione di quelle parti, che prima di esse erano tenute (assieme) da una specie di forza di coesione. Socrate indotto da queste e (altre) simili ragioni né chiese in difensore per il giudizio di morte né fu supplice verso i giudici e tenne un contegno fiero derivante dalla grandezza d'animo, non dalla superbia, e nell'ultimo giorno di vita ragionò molto su questo stesso; e pochi giorni prima allorchè poteva facilmente esser tratto di prigione, non volle; e quasi sul punto di recarsi alle labbra la tazza fatale, parlo non come un condannato a morte ma come uno che stava per salire al cielo. Egli pensava e lo disse allora, che due sono le vie, due le direzioni che può prendere l'anima quando esce dal corpo. Per le anime che si sono macchiate dei vizi comuni degli uomini e si sono abbandonate alle passioni, lasciandosene accecare ed infangando perciò la loro vita privata di colpe scandalose o rendendosi responsabili di delitti che non ammettono perdono ai danni dello stato, esiste una strada diversa da quella principale, una strada che non porta al cielo
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Num igitur horum senectus miserabilis fuit, qui se agri cultione oblectabant? Mea quidem sententia haud scio an nulla beatior possit esse, neque solum officio, quod hominum generi universo cultura agrorum est salutaris, sed et delectatione et saturitate copiaque rerum omnium, quae ad victum hominum, ad cultum etiam deorum pertinent. Semper enim boni assiduique domini referta cella vinaria, olearia, etiam penaria est, villaque tota locuples est, abundat porco, haedo, agno, gallina, lacte, caseo, melle. Quid de pratorum viriditate aut arborum ordinibus aut vinearum olivetorumve specie plura dicam? Brevi praecidam: agro bene culto nihil potest esse nec usu uberius nec specie ornatius.
Fu forse triste la vecchiaia di costoro, che si dilettavano di agricoltura ? Almeno a parer mio, non so se nessuna può essere più felice, non solo per la (sua) funzione, poiché la coltivazione dei campi è salutare per tutto il genere umano, ma anche per il piacere e l'abbondanza di tutti i prodotti, che riguardano il nutrimento umano e il culto degli dèi. La cantina, la dispensa dell'olio e quella dei viveri di un buono e attento padrone sono sempre piene e l'intera fattoria è ricca, abbonda di maiali, di capretti, di agnelli, di gallinee, di latte, formaggio e miele. Che cosa dovrei dire di più del verdeggiare dei prati, dei filari di alberi e della qualità di vigneti e oliveti ? Taglierò corto : nulla può essere né più vantaggiosamente produttivo né più elegante alla vista di un campo ben coltivato.
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Quid enim est, per deos, optabilius sapientia, quid praestantius, quid homini melius, quid homine dignius? Hanc igitur qui expetunt, philosophi nominantur, nec quicquam aliud est philosophia, si interpretari velis, praeter studium sapientiae. Sapientia autem est, ut a veteribus philosophis definitum est, rerum divinarum et humanarum causarumque, quibus eae res continentur, scientia, cuius studium qui vituperat haud sane intellego quidnam sit quod laudandum putet. Nam sive oblectatio quaeritur animi requiesque curarum, quae conferri cum eorum studiis potest, qui semper aliquid anquirunt, quod spectet et valeat ad bene beateque vivendum?
sive ratio constantiae virtutisque ducitur, aut haec ars est aut nulla omnino, per quam eas assequamur. Nullam dicere maximarum rerum artem esse, cum minimarum sine arte nulla sit, hominum est parum considerate loquentium atque in maximis rebus errantium. Si autem est aliqua disciplina virtutis, ubi ea quaeretur, cum ab hoc discendi genere discesseris.
TRADUZIONE LIBRO ORNATUS
Che cos'è infatti, nel nome degli dei, più desiderabile della sapienza, più nobile, più adatto all'uomo, più degno per l'uomo? Dunque coloro che la ricercano sono chiamati filosofi, né altro è la filosofia, se vuoi che sia compresa, che amore per il sapere; ma la sapienza è, come viene definita dagli antichi filosofi, la scienza del divino e dell'umano e delle cause, da cui esse dipendono, e se qualcuno biasima lo studio di tale scienza allora invero non comprendo che cosa possa essere stimato degno di lode. infatti se cerchiamo la tranquillità dell'animo e la tranquillità dagli affanni, quale diletto e quale tranquillità si posso paragonare con la costante applicazione di coloro che ricercano sempre qualcosa che riguardi e balga il vivere bene e felicemente?
ANCORA
Che cosa infatti, per gli dei, è più desiderabile della sapienza, cosa è superiore, cosa è preferibile per l’uomo e cosa è più degno dell’uomo? Pertanto quelli che la cercano, sono chiamati filosofi, e la filosofia non è nient’altro, se tu volessi intendere bene, se non l’amore della sapienza. E la sapienza è, come è stata definita dagli antichi filosofi, la scienza delle cose divine e umane e delle cause, con le quali queste cose sono connesse, e chi ne biasima lo studio non so per nulla che cosa ci sia che questo riterrebbe che debba esser lodato. E se si ricerca il diletto dell'animo e la tranquillità degli affanni, quale diletto e qua le tranquillìtà si possono paragonare con la co stante applicazione di coloro che ricercano sempre qualche cosa che riguardi e valga per vivere bene e felicemente?
Se si ricerca la norma della coerenza e della virtù, o è questa l'arte filosofica per mezzo della quale poterle perseguire o non ve ne è affatto alcuna. Il sostenere che non esista alcuna scienza dei massimi problemi, mentre dei minimi non ve ne è alcuno senza la sua specifica regola, è considerazione degna di uomini che parlano senza riflettere e che sbagliano proprio sui massimi problemi. Se esiste una disciplina della virtù, dove la ricercheremmo, qualora ci allontanassimo da questo genere di studi?