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Mihi nihil erat propositum ad scribendum, quia quid ageres, ubi terrarum esses, ne suspicabar quidem. nec hercule umquam tam diu ignarus rerum mearum fui, quid de Caesaris, quid de Milonis nominibus actum sit; ac non modo nemo domo, ne Roma quidem quisquam, ut sciremus in re publica quid ageretur. qua re si quid erit quod scias de iis rebus quas putabis scire me velle, per mihi gratum erit si id curaris ad me perferendum. quid est praeterea? nihil sane nisi illud. valde me Athenae delectarunt urbe dumtaxat et urbis ornamento et hominum amore in te et in nos quadam benevolentia; sed mutata multa. philosophia sursum deorsum tu velim cum primum poteris tua consilia ad me scribas, ut sciam quid agas, ubi quoque tempore, maxime quando Romae futurus sis.
Sebbene non fosse stato da me previsto nulla da scrivere** poiché non sospettavo neppure cosa tu facessi in quale luogo della terra tu fossi. Mai, per Ercole, fui tanto a lungo ignaro delle mie cose, di che cosa sia stato fatto circa i debiti di Cesare, quelli di Milone; e non solo nessuno da casa, ma nemmeno alcuno da Roma (sott. è arrivato) affinché sapessimo che cosa si stava facendo in campo politico. Perciò, se ci sarà qualcosa che tu sappia su quegli argomenti che riterrai che io voglia sapere, mi sarà molto gradito se ti occuperai di farmelo sapere. Che altro c'è? Niente del tutto tranne questo: Atenemi è piaciuta molto, almeno per la città le bellezze della città e l’affetto umano nei tuoi confronti, e per una certa benevolenza verso di noi; ma molto è cambiato. La filosofia è sottosopra. Vorrei che tu mi scrivessi i tuoi progetti prima che potrai, per sapere cosa tu faccia, dove (sarai) in ogni circostanza, in particolare quando sarai a Roma
**gerundio finale
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Te vero moneo et oro cum beneficiis tuis, tum amore incitatus meo, ut omnem gloriam, ad quam a pueritia inflammatus fuisti, omni cura atque industria consequare magnitudinemque animi tui, quam ego semper sum admiratus semperque amavi, ne umquam inflectas cuiusquam iniuria. ut omnem gloriam, ad quam a pueritia inflammatus fuisti, omni cura atque industria consequare magnitudinemque animi tui, quam ego semper sum admiratus semperque amavi, ne umquam inflectas cuiusquam iniuria. Magna est hominum opinio de te, magna commendatio liberalitatis, magna memoria consulatus tui: haec profecto vides quanto expressiora quantoque illustriora futura sint, cum aliquantum ex provincia atque ex imperio laudis accesserit; quamquam te ita gerere volo, quae per exercitum atque imperium gerenda sunt, ut haec multo ante meditere, huc te pares, haec cogites, ad haec te exerceassentiasque id, quod quia semper sperasti, non dubito quin adeptus intelligas, te facillime posse obtinere summum atque altissimum gradum civitatis.
Io dunque ti esorto e scongiuro, spinto sia dai tuoi favori (per me), sia soprattutto dal mio affetto (nei tuoi confronti) ad aspirare con ogni sforzo e operosità a tutta la gloria alla quale fin da giovane ti sentivi sospinto con tanto ardore e di non permettere che alcuna ingiustizia pieghi la grandezza del tuo animo che io ho sempre ammirato e apprezzato. Grande è la stima che gli uomini hanno di te, grande è l'ammirazione della liberalità grande è il ricordo del tuo consolato. Certamente tu intuisci quanto maggiore rilievo e splendore avranno questi elogi quando se ne aggiungeranno molti altri per il tuo governo nella provincia. Tuttavia mentre voglio che tu faccia tutto ciò che devi fare con l'esercito e nell'esercizio del tuo comando desidero anche tu rifletta bene in anticipo sul tuo futuro qui: preparati per questo, pensa a questo, esercitati a questo e renditi conto dato che è ciò che hai sempre sperato, non dubito che una volta conseguitolo, tu ne abbia coscienza, che puoi ottenere senza alcuna difficoltà il più grande e il più alto posto nella cittadinanza
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Noli putare pigritia me facere quod non mea manu scribam, sed me hercule pigritia. Nihil enim habeo aliud quod dicam. Et tamen in tuis quoque epistulis Alexim videor agnoscere. sed ad rem venio. Ego si me non improbissime Dolabella tractasset, dubitassem fortasse utrum remissior essem an summo iure contenderem. Nunc vero etiam gaudeo mihi causam oblatam in qua et ipse sentiat et reliqui omnes me ab illo abalienatum, idque prae me feram et quidem me causa facere et rei publicae cui illum oderim, quod, cum eam me auctore defendere coepisset, non modo deseruerit emptus pecunia sed etiam, quantum in ipso fuerit, everterit. Quod autem quaeris quo modo agi placeat, cum dies venerit, primum velim eius modi sit ut non alienum sit me Romae esse; de quo ut de ceteris faciam ut tu censueris. De summa autem agi prorsus vehementer et severe volo.

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Quid hoc homine faciatis aut ad quam spem tam perfidiosum, tam importunum animal reservetis? qui in Cn. Carbone sortem, in Cn. Dolabella voluntatem neglexerit ac violarit, eosque ambo non modo deseruerit sed etiam prodiderit atque oppugnarit. Nolite, quaeso, iudices, brevitate orationis meae potius quam rerum ipsarum magnitudine crimina ponder...are; mihi enim properandum necessario est, ut omnia vobis quae mihi constituta sunt possim exponere. Quam ob rem quaestura istius demonstrata primique magistratus et furto et scelere perspecto, reliqua attendite. In quibus illud tempus Sullanarum proscriptionum ac rapinarum praetermittam; neque ego istum sibi ex communi calamitate defensionem ullam sinam sumere, suis eum certis propriisque criminibus accusabo. Quam ob rem hoc omni tempore Sullano ex accusatione circumscripto legationem eius praeclaram cognoscite
Che volete fare di quest'uomo? Che cosa potete sperare da un essere così sleale e crudele se lo risparmierete? Un uomo che ha trascurato e oltraggiato, , nel caso di Gneo Carbone, il sacro vincolo imposto dal sorteggio, nel caso di Gneo Dolabella quello di una scelta volontaria, ed entrambi li ha non solo abbandonati ma anche traditi e attaccati. No, giudici, vi prego, non valutate le sue colpe dalla brevità del mio discorso piuttosto che dalla gravità dei fatti stessi; io infatti sono costretto ad affrettarmi, per potervi esporre tutto ciò che mi sono prefisso. Perciò, dopo questo accenno alla questura di costui, ora che siete stati informati delle ruberie e dei delitti della sua prima magistratura, fate attenzione al resto. Di questo tralascerò il periodo delle proscrizioni e dalle rapine sillane; e non permetterò che costui possa addurre a propria discolpa la sciagura che coinvolse tutti; lo accuserò con imputazioni ben precise e che riguardano lui solo. Perciò, escluso dall'accusa tutto questo periodo sillano. Perciò, escluso dall'accusa tutto questo periodo sillano, state a sentire come splendidamente adempì al suo ufficio di coadiutore del governatore.
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Pythagoram, ut scribit auditor Platonis Ponticus Heraclides, Phliuntem ferunt venisse, eumque cum Leonte, principe Phliasiorum, docte et copiose disseruisse quaedam. cuius ingenium et eloquentiam cum admiratus esset Leon, (ferunt)quaesivisse ex eo, qua maxime arte confideret; at illum: artem quidem se scire nullam, sed esse philosophum. admiratum Leontem novitatem nominis quaesivisse, quinam essent philosophi, et quid inter eos et reliquos interesset; Pythagoram autem respondisse similem sibi videri vitam hominum et mercatum eum, qui haberetur maxumo ludorum apparatu totius Graeciae celebritate; nam ut illic alii corporibus exercitatis gloriam et nobilitatem coronae peterent, alii emendi aut vendendi quaestu et lucro ducerentur, esset autem quoddam genus eorum, idque vel maxime ingenuum, qui nec plausum nec lucrum quaererent, sed visendi causa venirent studioseque perspicerent, quid ageretur et quo modo, item nos quasi in mercatus quandam celebritatem ex urbe aliqua sic in hanc vitam ex alia vita et natura profectos alios gloriae servire, alios pecuniae, raros esse quosdam, qui ceteris omnibus pro nihilo habitis rerum naturam studiose intuerentur; hos se appellare sapientiae studiosos id est enim philosophos
Come scrive Eraclide Pontico, discepolo di Platone, raccontano che Pitagora si recò a Fliunte e che egli con Leonte, signore dei Fliasi dissertò dottamente e con facondia di alcune questioni. (Raccontano che) Leonte, poiché rimase ammirato dell'ingegno e dell'eloquenza di lui, gli chiese su quale professione egli facesse affidamento: ma quello non conosceva alcuna arte, ma era un filosofo. Stupito per la novità di quella denominazione, Leonte chiese chi mai fossero, e quale differenza ci fosse fra loro e gli altri; Pitagora poi rispose che la vita degli uomini gli sembrava simile a quell'incontro festivo che si tiene con grandissimo apparato di giochi e l'accorrere in massa dell'intera Grecia; infatti come là alcuni, fisicamente preparati, cercano la gloria e la celebrità della corona, altri (vi) sono condotti dal lucroso guadagno del comprare e vendere, c'è però anche un certo genere di loro, e per di più (lett. "ed esso") assai dabbene, che non cercano né l'applauso né il guadagno ma vanno per essere spettatori ed osservare con attenzione che cosa si svolga ed in che modo, del pari noi, quasi (= come se fossimo...) giunti da un'altra città in mezzo all'affollamento di una riunione gioiosa ("mercatus", qui come sopra, indica l'incontro per i giochi: Olimpia, Corinto ecc. ), così da un'altra vita e natura in questa vita, serviamo altri alla gloria, altri al danaro, ci sono alcuni, rari, che, considerate tutte le altre cose degne di nulla, fissano il loro sguardo attento sulla natura delle cose; questi chiamano sé amanti della conoscenza - e cioè infatti filosofi.