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Fabio, viro optimo et homine doctissimo, familiarissime utor mirificeque eum diligo cum propter summum ingenium eius summamque doctrinam tum propter singularem modestiam. Eius negotium sic velim suscipias ut si esset res mea. Novi ego vos magnos patronos; hominem occidat oportet quia vestra opera uti velit. Sed in hoc homine nullam accipio excusationem. Omnia relinques, si me amabis, cum tua opera Fabius uti volet. Ego res Romanas vehementer exspecto et desidero, in primisque quid agas scire cupio. Nam iam diu propter hiemis magnitudinem nihil novi ad nos adferebatur.
Sono intimo amico (utor regge l'ablativo) di M. Fabio, persona perbene e coltissima, e lo stimo davvero tanto e per il suo raffinato ingegno e la sua immensa cultura, e per la singolare modestia. Perciò, vorrei che tu assumessi la sua causa, come fosse mia. Vi conosco bene, a voi grandi patroni: un uomo dev’esser disposto ad uccidere (lett. è necessario che un uomo uccida) per potersi beneficiare del vostro sostegno! Ma per il suddetto, non ammetto scuse! Se davvero mi vorrai bene, abbandonerai ogni tua occupazione, quando Fabio vorrà usufruire del tuo appoggio. Io, per me, aspetto e desidero ardentemente notizie di Roma, ma desidero innanzitutto sapere come stai; già da lungo tempo, in effetti, a causa della rigidezza dell’inverno, non ho (tue) notizie (lett. nulla di nuovo … a noi plurale majestatis).
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Cicero cum in Sicilia quaestor fuit, maxima integritate munere functus est. Quare apud Siculos eius memoria semper gratissima fuit; et cum, post aliquot annos, omnibus rebus despoliati atque vexati a Verre praetore, istum repetundarum accusaverunt, Ciceronem rogaverunt ut apud iudices causam ageret. Cicero autem, quia eius multum intererat ut Verres damnaretur, Siculorum exspectationem explevit. Nam in prima oratione contra Verrem habita ostendit nihil turpe, indignum et immane esse, quod a Verre apud Siculos non perpetratum esset. At Verres, prima oratione audita, de absolutione desperavit: qua re iudicum sententiam non exspectavit et ipse se, exilio damnavit. Ante actionem contra Verrem, Cicero iam magni existimatur quia Roscium Amerinum, parricidii accusatum, egregie defenderat.
Cicerone, quando fu questore in Sicilia, adempì al (suo) compito con la massima integrità. Per la qual cosa, presso gli abitanti della Sicilia fu sempre graditissimo il suo ricordo. Ora, quando dopo alcuni anni (questi si ritrovarono) spogliati di tutti gli averi, nonchè vessati, dal pretore Verre, accusarono costui di concussione (e) pregarono Cicerone di sostenere la causa davanti ai giudici. Cicerone, dal canto suo, poiché rientrava nei suoi interessi che Verre venisse condannato, realizzò appieno l'aspettativa dei Siciliani. Infatti, nella prima orazione tenuta contro Verre, mostrà che non (vi era) nulla di turpe, di indegno e di feroce che non fosse stato perpetrato ai Siciliani da Verre. Al che Verre, udita la prima orazione, perse ogni speranza a riguardo dell' assoluzione: per la qual cosa, non attese la sentenza dei giudici e condannò se stesso all'esilio. Prima dell'atto di accusa contro Verre, Cicerone godeva già di grande stima, poiché aveva egregiamente difeso Roscio Amerino, accusato di parricidio.
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Ante diem V Kalendas Decembres servus Cn. Plancii Brundisii tandem aliquando mihi a te exspectatissimas litteras reddidit, datas Idibus Novembribus, quae me molestia valde levarunt utinam omino liberassent Sed tamen Asclapo medicus plane confirmat propediem te valentem fore. Nunc quid ego te horter ut omnem diligentiam adhibeas ad convalescendum? Tuam prudentiam, temperantiam, amorem erga me novi; scio te omnia facturum ut nobiscum quam primum sis. Sed tamen ita velim ut ne quid propers. Reliquum est ut te hoc rogem et a te petam ne temere naviges. Solent nautae festinare quaestus sui causa. Cautus sis, mi Tiro. Mare magnum et difficile tibi restat. Etiam atque etiam, noster Tiro, vale. Medico de te scripsi diligentissime. Vale,
Il giorno 27 il servo di Gn. Plancio a Brindisi finalmente una buona volta mi ha consegnato una missiva (lettera) molto attesa da parte tua, che era stata data il primo essa mi ha liberato molto dalla pena che provavo – o se mi avesse liberato del tutto! – ma, tuttavia, il medico Asclapone conferma a pieno che tu ben presto starai bene. Ora, perché io dovrei esortarti ad impiegare tutta la scrupolosità per ristabilirti? Io conosco la tua saggezza, moderazione, affetto nei miei riguardi so che tu farai di tutto per essere con noi quanto prima; ma, tuttavia, vorrei che tu non ti affrettassi per niente. Per il resto, ti prego di ciò e ti chiedo di non navigare sconsideratamente. I marinai sono soliti avere fretta per il loro guadagno. Ti chiedo di essere cauto, o mio Tirone. Il mare resta per te grande ed ostico. Ancora ed ancora, o nostro Tirone, sta bene. Ho scritto di te al medico, in modo molto accurato. Addio, sta bene
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Cicerone scrive a Tirone, il suo servo ammalato versione latino Cicerone tradottalibro Lintres e libro scrinium
Andricus ad me venit postridie quam exspectaveram itaque habui noctem plenam timoris ac miseriae. Tuis epistulis nihilo factus sum certior ...
Andranico giunse da me il giorno dopo, a quello in cui lo aspettavo, infatti ebbi una notte di timore e di miseria. Non fui informato per niente dalle tue lettere su come stavi, ma tuttavia sono stato confortato. Io sono privo di ogni godimento e di tutte le lettere di cui non posso occuparmi prima che avrò visto. Tu ordinerai che venga promesso al medico quanto del prezzo domanderà: io scrissi questa cosa a Ummio. Io sento che tu ti lamenti e io sento che tu ti affatichi: se mi vuoi bene, sveglia dal sonno le tue lettere e la benevolenza a causa della quale tu sei carissima; ora bisogna che tu stia bene nell’animo così che tu possa stare bene nel corpo: a te chiedo che faccia questo sia a causa tua che a causa mia il giorno delle promesse si avvicina, che anche anticiperò se tu verrai.
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Cicerone scrive all'amico Attico versione
latino Cicerone libro lingua magistra
cum essem in Tusculano (erit hoc tibi pro illo tuo: 'cum essem in Ceramico') verum tamen cum ibi essem,
Cicerone dice "ciao" a Attico. Trovandomi io a Tuscolo (sarà questa casa in luogo al posto di quel tuo: "trovandomi io nel ceramico") dunque dicevo essendo io lì, lo schiavetto mandato da Roma da tua sorella mi diede una lettera da parte tua e riferì che in quello stesso giorno nel pomeriggio sarebbe partito per venire da te. Per quella cosa accadde che io riscrivessi qualcosa in risposta alla tua lettera ma che ero costretto a scrivere poche cose a causa della brevità del tempo a mia disposizione. In primo luogo mi impegno a riconciliare il nostro amico oppure anche a placarlo totalmente. Io voglio che tu capisca questo, che quello è stato offeso molto gravemente; ma poiché vedo che non c'è sotto una grave motivazione, non dubito che quello rispetti l'impegno e torni in nostro potere. Io vorrei che tu facessi imbarcare le nostre statue e i busti di Ercole e Mercurio, come scrivi, quando potrei nel modo più agevole possibile e se troverai qualcos'altro di più adatto a quel luogo che tu conosci (non ignori) e che ti sembreranno soprattutto adatte alla palestra e al ginnasio. Inoltre ti raccomando i bassorilievi affinché io li possa includere nell'intonaco del piccolo atrio e in due parapetti sigillati. Presta attenzione a non promettere a nessuno la tua biblioteca; infatti io riservo ogni mia piccola vendemmia cosicché possa fungermi da sussidio per la vecchiaia. A proposito del fratello, io confido che le cose stiano così come io ho sempre voluto e cui mi sono sempre adoperato di fare. Ci sono molti segni di questa cosa, soprattutto(non il più piccolo) del fatto che tua sorella è incinta. Io ricordo a proposito delle mie discussioni di averti promesso e io dico già in anticipo queste cose ai nostri amici comuni, i quali ti aspettano, che tu non soltanto non sei chiamato da me ma ti viene proibito poiché capisco che è molto meglio che tu faccia, ciò che deve essere fatto in questo momento piuttosto che tu sia presente ai miei comizi.
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