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Sed quoniam coegisti, ut concederem, qui mortui essent, eos miseros non esse, perfice, si potes, ut ne moriendum quidem esse miserum putem. Iam istuc quidem nihil negotii est, sed ego maiora molior. Quo modo hoc nihil negotii est? aut quae sunt tandem ista maiora? Quia, quoniam post mortem mali nihil est, ne mors quidem est malum, cui proxumum tempus est post mortem, in quo mali nihil esse concedis: ita ne moriendum quidem esse malum est; id est enim perveniendum esse ad id, quod non esse malum confitemur. Uberius ista, quaeso. haec enim spinosiora, prius ut confitear me cogunt quam ut adsentiar. sed quae sunt ea, quae dicis te maiora moliri? Ut doceam, si possim, non modo malum non esse, sed bonum etiam esse mortem. Non postulo id quidem, aveo tamen audire. ut enim non efficias quod vis, tamen, mors ut malum non sit, efficies. sed nihil te interpellabo; continentem orationem audire malo.
Ma dal momento che mi hai costretto a riconocere che chi è morto non è infelice convincimi ora se ti riesce che neanche il ftto che si debba morire costituisce motivo di infelicità — Questo oramai è facile : ma io ho intenzione di fare qualche cosa di più importante. — Come, facile? E che cos'è questo qualcosa di più importante? — Ecco: se dopo la morte non esiste male, non è un male neanch'essa, perché precede immediatamente, come tu stesso riconosci, un periodo in cui non esiste male; quindi, neanche il fatto dì dover morire costituisce infelicità, perché consiste nella necessità di pervenire a uno stato in cui abbiamo ammesso che non esiste male. — Spiegati più chiaramente, ti prego. Questi ragionamenti cosi intricati mi vincono ma non mi convincono. Ma tu dicevi dì voler fare qualche cosa di più importante, mi pare. — Farti vedere, se ci riesco, che la morte non solo non è un male, ma anzi è un bene. — Non pretendo tanto, però sono ansioso di ascoltare egualmente. Anche se non arriverai a questo risultato, arriverai sempre a provare che la morte non è un male. Io però non ti interromperò mai, perché preferisco ascoltare un discorso continuato.
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Hunc ego non diligam, non admirer, non omni ratione defendendum putem? A summis hominibus eruditissimisque accepimus, poetam quasi divino quodam spiritu inflari. Qua re iure noster ille Ennius 'sanctos' appellat poetas: nam quasi deorum aliquo dono atque munere commendati nobis esse videntur. Sit igitur, iudices, sanctum apud vos, humanissimos homines, hoc poetae nomen, quod nulla umquam barbaria violavit. Saxa atque solitudines voci respondent, bestiae saepe immanes cantu flectuntur atque consistunt; nos, instituti rebus optimis, non poetarum voce moveamur? Homerum Colophonii civem esse dicunt suum, Chii suum vindicant, Salaminii repetunt, Smyrnaei vero suum esse confirmant itaque etiam delubrum eius in oppido dedicaverunt, permulti alii praeterea pugnant inter se atque contendunt. Ergo illi alienum, quia poeta fuit, post mortem etiam expetunt; nos hunc vivum, qui et voluntate et legibus noster est, repudiemus?
Non dovrei apprezzare, io, costui, non ammirarlo, non ritenere sia da difendere con ogni ragione? Sappiamo da sommi e molto eruditi uomini che un poeta è come animato da una sorta di spirito divino. E per la qual cosa, a buon diritto, quel nostro celebre poeta Ennio chiama 'santi' i poeti: difatti essi paiono esserci stati affidati quasi per dono o per favore degli dei. Sia dunque, giudici, ritenuto sacro presso di voi, coltissimi uomini, questo nome di poeta che nessuna gente barbara ha mai insozzato. Le montagne ed i deserti ne rieccheggiano la voce, le bestie spesso immani sono ammansite e si placano dinanzi al loro canto, e noi, eruditi nelle discipline più dotte, non dovremmo essere smossi dalla voce dei poeti? I Colofoni affermano che Omero sia un loro concittadino, gli abitanti di Chio lo rivendicano come proprio, quelli di Salamina lo reclamano, anche i residenti a Smirne confermano che sia loro, e dunque gli hanno dedicato anche un tempio nella propria città, e moltissimi altri, inoltre, combattono l'uno contro l'altro e se lo contendono. Dunque essi rivendicano, anche dopo la morte, uno straniero, giacchè fu poeta; e noi dovremmo forse rifiutare costui, vivo, che è nostro per volontà e leggi?
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INIZIO: nos brundisii apud laenium flaccum dies XIII fuimus, virum optimum, qui periculum. . FINE: . .sin, ut ego metuo, transactum est, quoquo modo potes, ad me fac venias.
Noi fummo a Brindisi per 13 giorni presso Lenio Flacco, uomo ottimo, che non tenne in considerazione il rischio delle ricchezze e della propria vita per la mia salvezza né dalla pena della legge molto malvagia fu distolto dall'osservare meno gli obblighi e i doveri dell'ospitalità e dell'amicizia. Voglia il cielo che possiamo un giorno ricambiare il beneficio a questo! Avremo senza dubbio sempre (quest'intenzione). Partimmo da Brindisi 2 giorni prima delle calende di maggio attraverso la Macedonia eravamo diretti a Cizico. Oh me perduto, oh me rovinato! Cosa ora? (Dovrei) chiederti di venire, donna malata e afflitta nel corpo e nell'anima? Non (dovrei) chiedertelo? (Dovrei) stare dunque senza di te? Credo di fare così: se c'è la speranza del nostro ritorno, confermala; se invece, come temo, è concluso, in qualunque modo puoi, fai in modo di raggiungermi.
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Fuit enim pueris nobis huius pater, C. Curtius, princeps ordinis equestris, fortissimus et maximum publicanus, cuius in negotiis gerendi magnitudinem animi non tam homines probasset, nisi in eodem benignitas incredibilis fuisset, ut in augenda re non avaritiae praedam, sed instrumentum bonitati quaerere videretur. Hocille natus, quamquam patrem suum numquam viderat, tamen et natura ipsa duce, quae plurimum valet, et adsiduis domesticorums sermonibus in paternae disciplinae similitudinem deductus est. Multa gessit, multa contraxit, magnas partes habuit publicorum; credidit populis; in pluribus provinciis eius versata res est; dedit se etiam regibus; huic ipsi Alexandrino grandem iam antea pecunia credidit; nec interea locupletare amicos umquam suos destitit, mittere in negotium, dare partes, augere re, fide sustentare. Quid multa? Cum magnitudine animi tum liberalitate vitam patris et consuetudinem expresserat.
In effetti, quand'eravamo fanciulli il padre di costui, C. Curzio, fu il rappresentante più di spicco dell'ordine equestre, un pubblicano molto rispettato e molto in gamba, la cui magnanimità gli uomini non avrebbero apprezzatoa sufficienzanell'espletamento degli affari, . se in lui stesso non ci fosse stata un'incredibile affabilità; tal che, nell'accrescere la sostanza, dava l'impressione di andare in cerca non di un bottino atto a soddisfare l'ingordigia, bensì di un mezzo per poter esercitare la propria prodigalità. Costui, suo figlio, sebbene non avesse mai conosciuto suo padre, tuttavia - grazie sia ad un dono di natura, il che conta molto, sia grazie alle assidue raccomandazioni dei familiari - giunse ad eguagliare il modo di vivere del padre. Ha condotto molti affari, ne ha stretto altrettanti, si è accaparrato buona parte degli appalti pubblici, ha concesso prestiti ad un sacco di gente; in moltissime province si è ricorso al suo prestito; ha concesso credito addirittura a dei re. Già in precedenza ha concesso in prestito una forte somma di denaro a questo famigerato alessandrino; né, nel frattempo, ha mai smesso di beneficiare i suoi intimi, di coinvolgerli in affari, d'istituire cointeressi, di accrescerne il patrimonio, di sostenere col proprio credito. Cosa dire di più?, sia in magnanimità, sia in prodigalità, aveva iprodotto la condotta di vita paterna.
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Video duas adhuc esse sententias, unam D. Silani, qui censet eos, qui haec delere conati sunt, morte esse multandos, alteram C. Caesaris, qui mortis poenam removet, ceterorum suppliciorum omnis acerbitates amplectitur. Uterque et pro sua dignitate et pro rerum magnitudine in summa severitate versatur. Alter eos, qui nos omnis vita privare conati sunt, qui delere imperium, qui populi Romani nomen extinguere, punctum temporis frui vita et hoc communi spiritu non putat oportere atque hoc genus poenae saepe in inprobos civis in hac re publica esse usurpatum recordatur. Alter intellegit mortem ab dis inmortalibus non esse supplicii causa constitutam, sed aut necessitatem naturae aut laborum ac miseriarum quietem esse. Itaque eam sapientes numquam inviti, fortes saepe etiam lubenter oppetiverunt. Vincula vero, et ea sempiterna, certe ad singularem poenam nefarii sceleris inventa sunt. Municipiis dispertiri iubet. Habere videtur ista res iniquitatem, si imperare velis, difficultatem, si rogare. Decernatur tamen, si placet.
Vedo che, sinora, sono due le proposte avanzate. Decimo Silano sostiene che bisogna condannare a morte chi ha cercato di distruggere lo Stato. Caio Cesare, invece, respinge la pena di morte e propone tutta la durezza di ogni altro castigo. Entrambi, come conviene alla loro carica e alla gravità dei reati in causa, fanno appello al massimo rigore. Il primo ritiene che neppure per un istante devono vivere e respirare la nostra stessa aria individui che hanno cercato di eliminare tutti noi, di cancellare l'impero, di estinguere il nome del popolo romano e ricorda che questo tipo di pena fu spesso comminata, nel nostro Stato, a cittadini colpevoli. Il secondo è dell'opinione che gli dèi immortali hanno creato la morte non perché fosse una punizione, ma una necessità naturale e una cessazione di travagli e miserie. Per questo i saggi l'hanno sempre affrontata senza rimpianto e i valorosi spesso con gioia. Il carcere, invece, in particolare l'ergastolo, è stato istituito come pena eccezionale per i reati più empi. Cesare suggerisce che i colpevoli siano confinati in municipi diversi. Tale proposta comporta tuttavia un'ingiustizia, se la imponiamo ai municipi, e una difficoltà, se chiediamo il loro consenso. Ma qualora ne siate convinti, approvatela.
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