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Et queruntur quidam Epicurei, viri optiminam nullum genus est minus malitiosum, - me studiose dicere contra Epicurum. Ita credo, de honore aut de dignitate contendimus. Mihi summum in animo bonum videtur, illi autem in corpore, mihi in virtute, illi in voluptate. Et illi pugnant, et quidem vicinorum fidem implorant—multi autem sunt, qui statim convolent -; ego sum is qui dicam me non laborare, actum habiturum, quod egerint. Quid enim? de bello Punico agitur? De quo ipso cum aliud M. Catoni, aliud L. Lentulo videretur, nulla inter eos concertatio umquam fuit: hi nimis iracunde agunt, praesertim cum ab is non sane animosa defendatur sententia, pro qua non in senatu, non in contione, non apud exercitum neque ad censores dicere audeant.
E dire che ci sono Epicurei - bravissimi uomini - infatti non c'è gente che sia più in bona fede di loro - che si lamentano che io ce l'ho con Epicuro: Già, come se si trattasse di una questione d'onore, di dignità. Il bene supremo per me è nell'anima, per loro è nel corpo, per me è nella virtù, per loro è nel piaere. Loro si battono e invocano l'aiuto dei compagni e ce ne sono tanti pronti a correre subito. Io invece sono uno che non si scalda, qualunque cosa loro facciano, ci passerò sopra. Che diamine? Neanche si stessa a dibattere sulla guerra punica! Con tutto che anche allora Marco Catone e Lucio Lentulo nonostante la loro diversità di vedute non scesero in lite nemmeno una volta. Si accalorano troppo quelli là, e non è davvero il principio che difendono a chiedere tutto questo ardore un principio che non oserebbero sostenere ne in senato ne allassemblea del poplo e neanche davanti all'esericito o davanti ai censori
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Sequitur ut de una reliqua parte honestatis dicendum sit, in qua verecundia et quasi quidam ornatus vitae, temperantia et modestia omnisque sedatio perturbationum animi et rerum modus cernitur. hoc loco continetur id, quod dici latine decorum potest; Graece enim prepon dicitur. Huius vis ea est, ut ab honesto non queat separari; nam et quod decet honestum est et quod honestum est decet. qualis autem differentia sit honesti et decori, facilius intellegi quam explanari potest. quicquid est enim, quod deceat, id tum apparet, cum antegressa est honestas. Itaque non solum in hac parte honestatis, de qua hoc loco disserendum est, sed etiam in tribus superioribus quid deceat apparet. Nam et ratione uti atque oratione prudenter et agere quod agas considerate omnique in re quid sit veri videre et tueri decet, contraque falli, errare, labi, decipi tam dedecet quam delirare et mente esse captum; et iusta omnia decora sunt, iniusta contra, ut turpia, sic indecora. Similis est ratio fortitudinis. quod enim viriliter animoque magno fit, id dignum viro et decorum videtur, quod contra, id ut turpe sic indecorum.
Rimane da trattare della quarta ed ultima parte dell'onestà cieè di quella parte che comprende in se, anzitutto il ritegno, e poi - come ornamento della vita - la temperanza e la moderazione, vale a dire il pieno acquietamento delle passioni e la giusta misura in ogni cosa. Questa parte dell'onesto contiene quella virtù che i Greci chiamano pre/pon e che noi possiamo chiamare decoro. Essa è tale per sua natura che non può separarsi dall'onesto: poiché ciò che è decoroso è onesto e ciò che è onesto è decoroso; e la differenza che passa tra l'onestà e il decoro, è più facile a intendere che a spiegare. In verità, tutto ciò che ha il carattere del decoro, non appare se non quando lo precede l'onestà. Ecco perché, non solo in questa parte dell'onestà, della quale dobbiamo ora trattare, ma anche nelle tre precedenti si manifesta il decoro. Il sapiente uso della ragione e della parola, il meditare ogni azione, e in ogni cosa cercare e osservare la verità, e ad essa attenersi, è decoroso, mentre al contrario l'ingannarsi e l'errare, il cadere in fallo e il lasciarsi raggirare è altrettanto indecoroso quanto l'uscir di strada e uscire di senno; e così ogni azione giusta è decorosa, e ogni azione ingiusta, com'é disonesta, così è anche indecorosa. Allo stesso modo si comporta la fortezza: tutte le azioni generosi e magnanime appaiono degne dell'uomo e decorose: le azioni contrarie, invece, come sono disoneste, così offendono il decoro.
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Diis aliis alii sacerdotes sunto, omnibus diis pontifices, singulis flamines sunto. Virginesque Vestales, castitate semper servata, in urbe custodiunto ignem foci publici sempiternum. Nostrae religionis sacra, privata et publica, eorumque ritus discuntur per publicos sacerdotes. Eorum autem genera sunto tria: unum quod praeest caerimoniis et sacris, alterum quod interpretatur fatidicorum et vatium effata incognita, quae senatus populusque adsciverint. Interpretes autem Iovis optimi maximi, publici augures signis et auspiciis operam danto, disciplinam tenento, sacerdotesque agunto rem duelli et popularem, auspicium praemonento illique obtemperanto. Deorumque ira provisa, caelesti voluntati pareant, caelique fulgura regionibus ratis temperent, urbemque et agros et templa liberata et effata servent.
Vi siano per alcuni Dei altri sacerdoti, per tutti gli Dei il pontefice, vi siano per i singoli i flamini. E le vergini e le vestali, sempre conservata la castità, nella città custodiscano il fuoco perenne del focolare pubblico. Si apprendano le sacre cerimonie della nostra religione, private e pubbliche ed i loro riti tramite sacerdoti pubblici. Di questi siano tre i tipi: uno che presiede le cerimonie ed i sacrifici, un altro interpreta gli oracoli degli indovini e dei vati che il senato ed il popolo approveranno. Inoltre gli interpreti di Giove Ottimo Massimo, i pubblici àuguri facciano previsioni dai presagi e dagli auspici, osservino la regola ed i sacerdoti si occuperanno di duelli o deliberazioni popolari, consultino gli auspici e li osservino. Obbediscano al volere degli dei così vaticinato, distinguano le folgori determinate le regioni del cielo; tengano purificati e consacrati, la città, i campi ed i templi.
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Quid de bubus loquar; quorum ipsa terga declarant non esse se ad onus accipiendum figurata, cervices autem natae ad iugum, tum vires umerorum et latitudines ad aratra Êextrahenda. Quibus cum terrae subigerentur fissione glebarum, ab illo aureo genere, ut poetae loquuntur, vis nulla umquam adferebatur: 'Ferrea tum vero proles exorta repentest ausaque funestum primast fabricarier ensem et gustare manu iunctum domitumque iuvencum': tanta putabatur utilitas percipi e bubus, ut eorum visceribus vesci scelus haberetur. Longum est mulorum persequi utilitates et asinorum, quae certe ad hominum usum paratae sunt. Sus vero quid habet praeter escam; cui quidem, ne putesceret, animam ipsam pro sale datam dicit esse Chrysippus; qua pecude, quod erat ad vescendum hominibus apta, nihil genuit natura fecundius. Quid multitudinem suavitatemque piscium dicam, quid avium; ex quibus tanta percipitur voluptas, ut interdum Pronoea nostra Epicurea fuisse videatur, atque eae ne caperentur quidem nisi hominum ratione atque sollertia; quamquam avis quasdam, et alites et oscines, ut nostri augures appellant, rerum augurandarum causa esse natas putamus Nos immanes et feras belvas nanciscimur venando, ut et vescamur is et exerceamur in venando ad similitudinem bellicae disciplinae et utamur domitis et condocefactis, ut elephantis, multaque ex earum corporibus remedia morbis et vulneribus eligamus, sicut ex quibusdam stirpibus et herbis
E che dire dei buoi? La stessa conformazione del dorso risulta inadatta a sostenere dei pesi, ma il collo appare nato proprio per reggere il giogo e gli omeri ampi e vigorosi per trascinate l'aratro. Furono i buoi a domare la terra scindendone le zolle e per questo loro merito gli uomini dell'età dell'oro, a quanto ci riferiscono i poeti, non fecero mai loro alcuna violenza: « Quindi sorse d'un tratto una stirpe di ferro contesta e prima osò costruire la spada ministra di morte e dei giovenchi, domati ed avvinti, a cibarsi d'intraprese » Il servizio prestato dai buoi era valutato a tal punto che il cibarsi delle loro carni era ritenuto un delitto. Sarebbe troppo lungo passare in rassegna le benemerenze degli asini e dei muli certamente creati per servire all'uomo. Quanto al maiale non serve ad altro che a fornir carne da mangiare, tanto che Crisippo afferma che gli fu data persino un'anima invece del sale per impedirne la putrefazione. Proprio per queste sue straordinarie doti alimentari la natura ha fatto di questo animale il più prolifico di tutti. Che dire poi dei delicato sapore di tante varietà di pesci? Che dire degli uccelli, un cibo cosi raffinato da far sospettare che la nostra Provvidenza stoica sia stata alla scuola di Epicuro? E si noti che gli uccelli si riescono a catturare solo grazie all'intelligenza e all'astuzia dell'uomo anche se alcuni di essi - quelli che i nostri aruspici chiamano alites e oscines - hanno per noi la sola funzione di predire il futuro. Noi Andiamo anche a caccia di belve feroci e selvagge sia per ricavarne cibo sia a scopo di allenamento in vista dei cimenti della guerra, sia per ricavarne un aiuto una volta che siano state sottomesse ed ammaestrate, come avviene per gli elefanti, nonché per ricevere dai loro corpi dei farmaci contro le malattie e le ferite non dissimili da quelli che estraiamo da erbe e radiici
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Nam nisi multorum praeceptis multisque litteris mihi ab adulescentia suasissem, nihil esse in vita magno opere expetendum nisi laudem atque honestatem, in ea autem persequenda omnis cruciatus corporis, omnia pericula mortis atque exsili parvi esse ducenda, numquam me pro salute vestra in tot ac tantas dimicationes atque in hos profligatorum hominum cotidianos impetus obiecissem. Sed pleni omnes sunt libri, plenae sapientium voces, plena exemplorum vetustas: quae iacerent in tenebris omnia, nisi litterarum lumen accederet. Quam multas nobis imagines non solum ad intuendum, verum etiam ad imitandum fortissimorum virorum expressas scriptores et Graeci et Latini reliquerunt? Quas ego mihi semper in administranda re publica proponens animum et mentem meam ipsa cognitatione hominum excellentium conformabam
Se fin dall'adolescenza, grazie all'insegnamento di numerosi maestri e ad approfonditi studi, non mi fossi persuaso che nella vita nulla si deve desiderare con forza, quasi fosse un dovere, tranne la fama e la virtù, e che per ottenerle si deve essere disposti a tenere in poco conto tutti i tormenti fisici, la morte e l'esilio, non mi sarei mai esposto per la vostra salvezza a tante gravose contese e agli attacchi quotidiani di gente senza scrupoli. Ma di questi ragionamenti sono zeppi i libri, i discorsi degli uomini di buon senso e gli esempi antichi: ma sarebbero tutte cose immerse nelle tenebre più fitte, se non fosse la letteratura a illuminarle. Quanti ritratti di personaggi illustri da ammirare e imitare ci hanno lasciato gli scrittori greci e latini! E io, tutte le volte che rivestivo una carica della repubblica, conformavo il mio cuore e la mia mente al pensiero dei grandi