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Qua re, etsi nihil est homini magis optandum quam prospera, aequabilis perpetuaque fortuna secundo vitae sine ulla offensione cursu, tamen, si mihi tranquilla et placata omnia fuissent, incredibili quadam et paene divina, qua nunc vestro beneficio fruor, laetitiae voluptate caruissem. quid dulcius hominum generi ab natura datum est quam sui cuique liberi? mihi vero et propter indulgentiam meam et propter excellens eorum ingenium vita sunt mea cariores. tamen non tantae voluptati erant suscepti, quantae nunc sunt restituti.
Per un uomo nulla sia più augurabile di una vita caratterizzata da una prospera, continua e progressiva fortuna - (voglio dire) senza alcun intralcio o avversità - tuttavia, se (appunto) la mia vita fosse stata tutta tranquilla e calma, io sarei stato privato, ora, di questa grande gioia, incredibile e direi addirittura divina, (che è quella di) essere onorato della vostra affezione. Qual è il bene più dolce che la natura ha assegnato alla razza umana, se non i propri figli? A me, invero, più cari della mia vita, sia perché voglio bene loro già di mio, sia per le loro eccellenti qualità. Tuttavia, non ho provato tanta gioia quando nacquero, quanta (ne provo ora) ora che mi son stati restituiti.
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Neque hac nos patria lege genuit aut educavit ut nulla quasi alimenta exspectaret a nobis, ac tantummodo nostris ipsa commodis serviens tutum perfugium otio nostro suppeditaret et tranquillum ad quetem locum, sed ut plurimas et maximas nostri animi ingenii consilii partis ipsa sibi ad utilitatem suam pigneraretur, tantumque nobis in nostrum privatum usum quantum ipsi superesse posset remitteret. Iam illa perfugia, quae sumunt sibi ad excusationem quo facilius otio perfruantur, certe minime sunt audienda, cum ita dicunt accedere ad rem publicam plerumque homines nulla re bona dignos, cum quibus comparari sordidum, confligere autem multitudine praesertim incitata miserum et peicolosum sit; quam ob rem neque sapientis esse accipere habenas cum insanos atque indomitos impetus volgi cohibere non possit, neque liberi cum inpuris atque anmanibus adversariis decertantem vel contumeliarum verbera subire, vel expectare sapienti non ferendas iniurias: proinde quasi bonis et fortibus et magno animo praeditis ulla sit ad rem publicam adeundi causa iustor quam ne pareant inprobis, neve ab isdem lacerari rem publicam patiantur, cum ipsi auxilium ferre si cupiant non queant.
La patria non ci ha generato o allevato con questa legge, che non si aspettasse da noi quasi nessun alimento, e facendo essa soltanto i nostri interessi, che offrisse una sicura protezione al nostro ozio ed un luogo tranquillo per il riposo, ma che essa stessa riservasse a sé ed a proprio vantaggio le più grandi e importanti parti del nostro animo, dell’intelletto e del senno, e lasciasse a noi per il nostro uso privato soltanto quanto potesse sopravanzare a lei stessa. Già quelle scuse, che si attribuiscono come pretesto per fruire dell'ozio più facilmente, non bisogna di certo ascoltarle assolutamente, proprio quando dicono che accede alla vita pubblica la maggior parte degli uomini dotati di nessuna buona qualità, con i quali è turpe paragonarsi, che sarebbe poi pericoloso e misero battersi contro una moltitudine soprattutto se impetuosa; per questo motivo né è proprio del saggio prendere le redini (dello Stato) non potendo frenare i folli e indomabili impeti del popolo, né (è proprio) dell'uomo libero, combattendo contro avversari crudeli e corrotti, o subire l'offesa delle ingiurie, o per il saggio aspettarsi offese intollerabili: come se per i buoni e per i forti e per coloro che sono dotati di un grande animo non vi sia alcun motivo più giusto di dedicarsi allo stato di quello di non sottomettersi ai disonesti, né tollerare che lo stato sia lacerato dagli stessi, mentre essi non possono portargli aiuto (allo Stato) se lo desiderano.
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Ac iam illa omitto (neque enim sunt aut obscura aut non multa commissa postea); quotiens tu me designatum, quotiens consulem interficere conatus es! quot ego tuas petitiones ita coniectas, ut vitari posse non viderentur, parva quadam declinatione et, ut aiunt, corpore effugi! nihil adsequeris neque tamen conari ac velle desistis. Quotiens tibi iam extorta est ista sica de manibus, quotiens excidit casu aliquo et elapsa est! quae quidem quibus abs te initiata sacris ac devota sit, nescio, quod eam necesse putas esse in consulis corpore defigere. Nunc vero quae tua est ista vita? Sic enim iam tecum loquar, non ut odio permotus esse videar, quo debeo, sed ut misericordia, quae tibi nulla debetur. Venisti paulo ante in senatum. Quis te ex hac tanta frequentia totque tuis amicis ac necessariis salutavit? Si hoc post hominum memoriam contigit nemini, vocis expectas contumeliam, cum sis gravissimo iudicio taciturnitatis oppressus? Quid, quod adventu tuo ista subsellia vacuefacta sunt, quod omnes consulares, qui tibi persaepe ad caedem constituti fuerunt, simul atque adsedisti, partem istam subselliorum nudam atque inanem reliquerunt, quo tandem animo tibi ferundum putas?
Ebbene, sorvolo anche su questi fatti: non sono ignoti e in seguito ne hai commessi molti altri. Quante volte hai attentato alla mia vita quando ero console designato! Quante volte quando ero entrato in carica! A quanti attacchi sono sfuggito con un leggero scarto del corpo, come si dice, ed erano diretti in modo da sembrare infallibili! Non concludi nulla, non ottieni nulla, eppure non desisti dal tentare e dal volere. Quante volte ormai questo pugnale ti è stato strappato dalle mani! Quante volte, per caso, ti è caduto, ti è scivolato a terra! A quali misteri tu lo abbia consacrato e dedicato io non so, dal momento che ritieni inevitabile piantarlo nel corpo del console. VII Dimmi: che vita è adesso la tua? Ti parlerò, ormai, non come se fossi mosso dall'odio, eppure dovrei, ma da una compassione di cui non sei affatto degno. Poco fai sei venuto in Senato. In un'assemblea così affollata, tra tanti amici e conoscenti, chi ti ha salutato? Se, a memoria d'uomo, nessuno è stato mai trattato così, ti aspetti forse parole di ingiuria quando già sei schiacciato dal durissimo giudizio del silenzio? Che dire di più? Al tuo arrivo questi seggi si sono svuotati. Non appena hai preso posto, tutti gli ex consoli, che tu hai condannato a morte tante volte, hanno lasciato vuoto, deserto questo settore dei banchi. Insomma, con che animo pensi di sopportare?
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In cotidianis autem commentationibus equidem mihi adulescentulus proponere solebam illam exercitationem maxime, qua C. Carbonem nostrum illum inimicum solitum esse uti sciebam, ut aut versibus propositis quam maxime gravibus aut oratione aliqua lecta ad eum finem, quem memoria possem comprehendere, eam rem ipsam, quam legissem, verbis aliis quam maxime possem lectis, pronuntiarem; sed post animadverti hoc esse in hoc viti, quod ea verba, quae maxime cuiusque rei propria quaeque essent ornatissima atque optima, occupasset aut Ennius, si ad eius versus me exercerem, aut Gracchus, si eius orationem mihi forte proposuissem: ita, si eisdem verbis uterer, nihil prodesse; si aliis, etiam obesse, cum minus idoneis uti consuescerem. Postea mihi placuit, eoque sum usus adulescens, ut summorum oratorum Graecas orationes explicarem, quibus lectis hoc adsequebar, ut, cum ea, quae legeram Graece, Latine redderem, non solum optimis verbis uterer et tamen usitatis, sed etiam exprimerem quaedam verba imitando, quae nova nostris essent, dum modo essent idonea.
da giovanissimo, parte mia mi sottoponevo nella preparazione quotidiana, di solito (mi sottoponevo) soprattutto a quel tipo di esercizio che sapevo essere abitualmente praticato dal mio nemico Gaio Carbone: postimi davanti dei versi di particolare solennità, oppure scelta una parte di orazione di estensione tale da poter essere tenuta a mente, solevo recitare proprio quello che avevo letto con altre parole, scelte con la maggior cura possibile. In seguito mi resi conto però che in questo esercizio c'era questo errore: il fatto che le parole di volta in volta più appropriate, più eleganti, più belle, le aveva già adoperate Ennio, se mi esercitavo con i suoi versi, oppure Gracco, se avevo scelto una sua orazione; pertanto, se usavo le medesime parole, non ne traevo alcun beneficio; se ne usavo altre, ne avevo addirittura un danno, poiché mi abituavo a usare termini meno precisi. Poi decisi di passare alla traduzione libera di orazioni dei massimi oratori greci, un esercizio che ho praticato un pò più avanti negli anni. Il risultato di tale lettura era che, traducendo in latino ciò che avevo letto in greco, non solo adoperavo le espressioni migliori, e tuttavia già in uso nella nostra lingua, ma anche coniavo, per analogia, parole nuove per i nostri concittadini, ben accette, purchè appropriate.
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Cicerone arringa il senato Catilina esca da Roma versione latino Cicerone
traduzione Scrinium
Egredere Catilina aliquando ex URBE patent portae proficiscere ...
Vattene Catilina, una buona volta dalla città; parti le porte sono aperte. L'accampamento di Manlio, il tuo, da troppo tempo ti aspetta come comandante. Porta fuori con te tutti i tuoi: purifica a città. Mi libererai da una grande paura, purché ci sia un muro tra me e te. Trattenerti con noi ancora a lungo non posso potresti; no lo sopporterò, tollererò, permetterò. Vattene da Roma, libera lo stato dalla paura vattene dritto in esilio! Voglia il cielo che gli dei immortali ti donassero questa decisione. Si allontanino i disonesti si allontanino dai cittadini onesti, si radunino in un sol luogo. Smettano di attentare alla vita del console nella sua casa, di accalcarsi intorno al palco del pretore urbano, di assediare, armi un pugno, la Curia, di preparare proiettili e torce per incendiare la città! Insomma, ciascuno porti scritta in fronte la sua opinione politica! Questo vi prometto, senatori: ci sarà tanto impegno in noi consoli, tanta autorità in voi senatori, che vedrete presto Catilina schiacciato.