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Illustri vecchi creativi versione latino Cicerone
Dal libro sistema latino
... placida ac lenis senectus, qualem accepimus Platonis, qui uno et octogesimo anno scribens est mortuus, qualem Isocratis ...
... è tranquilla e dolce, secondo la tradizione, la vecchiaia, di Platone, che mori a ottantun anni mentre era impegnato a scrivere, e quella di Isocrate, che dice di aver composto, novantaquattrenne, l'opera intitolata Panatenaico e visse ancora cinque anni; il suo maestro, Gorgia di Leontini, compì centosette anni senza smettere mai di studiare e di lavorare; quest'ultimo, a chi gli chiedeva perché volesse vivere così a lungo, rispondeva "Non ho niente da rimproverare alla vecchiaia!» Risposta eccezionale! Io, sessantacinquenne, sostenni la legge Voconia con gran voce e buoni polmoni. Ebbene, a settant'anni - tanto visse Ennio - sopportava così bene i due pesi considerati più gravi, povertà e vecchiaia, da sembrare quasi compiacersene.
Da altro libro
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Sed hoc mementote, quoscumque locos attingam, unde ridicula ducantur, ex eisdem locis fere etiam gravis sententias posse duci: tantum interest, quod gravitas honestis in rebus severisque, iocus in turpiculis et quasi deformibus ponitur, velut eisdem verbis et laudare frugi servum possimus et, si est nequam, iocari. Ridiculum est illud Neronianum vetus in furaci servo: solum esse, cui domi nihil sit nec obsignatum nec occlusum, quod idem in bono servo dici solet. Sed hoc eisdem verbis; ex eisdem locis omnia. Nam quod Sp. Carvilio graviter claudicanti ex vulnere ob rem publicam accepto et ob eam causam verecundanti in publicum prodire mater dixit "quin prodis, mi Spuri? Quotienscumque gradum facies, totiens tibi tuarum virtutum veniat in mentem, " praeclarum et grave est: quod Calvino Glaucia claudicanti "ubi est vetus illud: num claudicat? At hic clodicat"! Hoc ridiculum est; et utrumque ex eo, quod in claudicatione animadverti potuit, est ductum. "Quid hoc Navio ignavius?" Severe Scipio; at in male olentem "video me a te circumveniri" subridicule Philippus
Però ricordetevi che, qualunque sia la fonte, da cui attingerò quel che suscita il riso, da quella medesima fonte potrò anche desumere pensieri seri. V'è quest'unica differenza: la serietà si applica alle cose dignitose e severe, lo scherzo a quelle piuttosto sconce e, direi, di bassa lega. Ad esempio, potremmo con le medesime parole lodare un servo onesto e ridicolizzare uno disonesto. Suscita il riso il vecchio motto di Nerone diretto ad un servo ladreo: " E' l'unico per il quale in casa non c'è nulla che sia sigillato e posto sotto chiave"; esso può essere adattato senza alcun mutamento anche ad un servo onesto. Questo è addirittura identico nelle parole, ma tutti i suoi elementi sono stati desunti dalle stesse fonti. A Spurio Carvilio, che si vergognava di uscire di casa per via d'una ferita riportata al serviziodella repubblica, la madre disse: "Perché non esci, Spurio? Ad ogni passo che farai, ricordati altrettante volte della tua virtù bellica"; E' nobile e grave. A proposito di Calvino, che era claudicante, Glaucia disse: "Dov'è più l'antico proverbio? Forse è fautore dei Claudi? Ma questo parteggia per i Cldoi!". Questa battuta fa ridere davvero. E l'una e l'altra sono state sostenute dal medesimo difetto: la zoppia. "Che c'è di più ignavo di Nevio?"; quest'altra, invece, è di Scipione ed è seria; ma quest'altra di Filippo, diretta ad un tale non proprio beneodorante, sa di cattiveria: "Video me a te circumveniri".
SECONDA PROPOSTA DI TRADUZIONE
Ma ricordate ciò, il fatto che qualunque luogo (retorico) io toccherò, da dove siano tirate fuori ridicolaggini, quasi dagli stessi luoghi possono essere tirate fuori anche sentenze serie; c'è soltanto questa differenza, che la gravità è posta nelle cose oneste e severe, il gioco nelle cose turpi e per così dire deformi, come se potessimo con le stesse parole sia lodare un servo frugale sia, se è cattivo, deriderlo. E' ridicolo quel vecchio detto neroniano sul servo rubacchione: che era l'unico al quale a casa niente fosse o sotto chiave o chiuso, perché la stessa cosa suole essere detta per il buon servo. Ma ciò (si poteva dire) anche con le stesse parole; invece dalle stesse fonti (vengono) tutte le cose. Infatti la frase che a Spurio Carvilio che zoppicava gravemente per una ferita presa a causa dello stato e che si vergognava di farsi vedere in pubblico per questo motivo disse la madre: "perché non sali, o mio Spurio? Tutte le volte che farai un gradino, ti venga in mente delle tue virtù" è famosissima e seria; ciò che a Calvino Glaucia che zoppicava "dove è quel vecchio: forse zoppica? Ma costui clodeggia". Questo è ridicolo, e entrambe le cose furono tirate fuori da quello che poté essere preso in considerazione sulla zoppia. "Che cosa c'è di più ignavo di Navio?" Severamente diceva Scipione; ma Filippo ridicolamente contro quello che puzzava "vedo che io sono circondato da te".
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Mirabile autem illud, quod, eo ipso tempore quo fieret indicium coniurationis in senatu, signum Iovis biennio post quam erat locatum in Capitolio conlocabatur. "Tu igitur animum induces - sic enim mecum agebas - causam istam et contra facta tua et contra scripta difendere?" Frater es; eo vereor. Verum quid tibi hic tandem nocet? Resne quae talis est an ego qui verum explicari volo? Itaque nihil contra dico, a te rationem totius haruspicinae peto. Sed te mirificam in latebram coniecisti; quod enim intellegeres fore ut premerere, cum ex te causas unius cuiusque divinationis exquirerem, multa verba fecisti: te, cum res videres, rationem causamque non quaerere; quid fieret, non cur fieret, ad rem pertinere; quasi ego aut fieri concederem aut esset philosophi causam, cur quidque fieret, non quaerere!Et eo quidem loco et Prognostica nostra pronuntiabas et genera herbarum, scammoniam aristolochiaeque radicem, quarum causam ignorares, vini et effectum videres.
Un fatto straordinario fu anche quello, che proprio quando avvenne la denuncia della congiura in senato, la statua di Giove fu collocata in Campidoglio, due anni dopo che era stata commissionata. "Tu dunque avrai il coraggio" così dicevi in polemica con me "di difendere codesta tua causa contro quello che hai fatto e che hai scritto?" Sei mio fratello; per questo ti devo rispettare. Ma in questo caso che cosa, insomma, ti ferisce? La realtà delle cose, che è quella che ho detto, o io, che voglio che la verità sia dimostrata? Io, a ogni modo, non dico niente contro di te: chiedo conto a te di tutta l'aruspicina. Ma tu ti sei rifugiato in un magnifico nascondiglio: siccome capivi che saresti stato incalzato da presso quando io ti avessi chiesto le cause di ciascun tipo di divinazione, hai detto e ridetto che, poiché vedevi i fatti, non ti curavi di indagare la causa e il procedimento razionale; che l'importante era l'accaduto, non il perché dell'accaduto; come se io ammettessi che queste cose accadono, o come se fosse degno d'un filosofo non ricercare la causa per cui ogni singolo fenomeno avviene! E a questo proposito hai recitato dei passi dei miei Prognostici e hai menzionato certe specie di erbe, la scammonia e la radice dell'aristolochia, delle quali constatavi l'effetto e il potere medicinale, pur ignorandone la causa
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Olim cum Athenis quidam admodum senex spectatum ludos in theatrum venisset Locus nusquam turpe dictu ei daus est a suis civibus cum autem ad lacedaemoniorum legatos qui in certo loco consederant, accepisset, omenes illi eius canos capillos et provectam senectutem venerari sunt et statim consurrexerunt et senem sessum receperunt. Cum populos hoc vidid, advenarum verecundiam admiratus est et maximo plaus comprobavit. Ferentu tunc quendam e Lacedaemoniis sit locutm esse "Athenienses quid sit rectum sciunt, sed id facere nolunt"
Una volta ad Atene, essendo arrivato un assai vecchio in teatro per guardare i giochi, non gli venne concesso in nessun luogo un posto dai suoi concittadini, cosa vergognosa a dirsi. essendosi avviccinato invece ai luogotenenti degli spartani, che si erano seduti in un posto riservato, tutti loro venerarono i suoi capelli bianchi e la sua avanzata vecchiaia e subito si alzarono e fecero posto al vecchio. Quando il popolo vide questo, ammirò la correttezza degli stranieri e approvò con un grande applauso. dicono che allora uno degli spartani disse così: gli Ateniesi sanno ciò che è giusto, ma non lo vogliono fare.
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Archiam poetam ego non diligam? non admirer? non omni ratione defendendum putem! Atque sic a summis hominibus eruditissimisque accepimus, ceterarum rerum studia et doctrina et praeceptis et arte constare: poetam natura ipsa valere, et mentis viribus excitari, et quasi divino quodam spiritu inflari. Qua re suo iure noster ille Ennius sanctos appellat poetas, quod quasi deorum aliquo dono atque munere commendati nobis esse videantur. Sit igitur, iudices, sanctum apud vos, humanissimos homines, hoc poetae nomen, quod nulla umquam barbaria violavit. Saxa et solitudines voci repondent, bestiae saepe immanes cantu flectuntur atque consistunt: nos, instituti rebus optimis, non poetarum voce moveamur? Homerum Colophonii civem esse dicunt suum, Chii suum vindicant, Salaminii repetunt, Smyrnaei vero suum esse confirmant, itaque etiam delubrum eius in oppido dedicaverunt: permulti alii praeterea pugnant inter se atque contendunt
Non dovrei dunque amare il poeta Archia? Non dovrei ammirarlo, non dovrei pensare di difenderlo in tutti i modi? Ma noi abbiamo appreso da uomini di grande valore e grande cultura che lo studio delle altre discipline è fatto di dottrina, di regole, di tecnica, mentre il poeta vale per la sua naturale inclinazione, è animato da forza intellettiva, è come pervaso da uno spirito divino. Perciò giustamente quel nostro celebre poeta che fu Ennio chiama sacri i poeti, perché sembrano esserci stati assegnati come per un dono e un favore degli dei. Sia dunque sacro davanti a voi, o giudici, che meritate pienamente il nome di uomini, questo nome di poeta che nemmeno alcun popolo barbaro potè mai violare. Le pietre e i deserti rispondono alla parola della poesia, spesso le bestie feroci si piegano all'armonia del canto e si fermano e noi, educati nelle migliori discipline, non dovremmo lasciarci commuovere dalla voce dei poeti? Gli abitanti di Colofone dicono che Omero è loro concittadino, quelli di Chio lo rivendicano come proprio, quelli di Salamina lo reclamano, quelli di Smirne garantiscono che è uno di loro e gli dedicarono anche un santuario in città molti altri centri combattonoper lui e se lo contendono.