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Gratae vero nostrae dis immortalibus gratulationes erunt, gratae victimae, cum interfecta sit civium multitudo! 'De improbis', inquit 'et audacibus. ' Nam sic eos appellat clarissimus vir; quae sunt urbanarum maledicta litium, non inustae belli internecivi notae. Testamenta, credo, subiciunt aut eiciunt vicinos aut adulescentulos circumscribunt; his enim vitiis adfectos et talibus malos aut audaces appellare consuetudo solet. Bellum inexpiabile infert quattuor consulibus unus omnium latronum taeterrimus, gerit idem bellum cum senatu populoque Romano, omnibus (quamquam ruit ipse suis cladibus) pestem, vastitatem, cruciatum, tormenta denuntiat, Dolabellae ferum et inmane facinus, quod nulla barbaria posset agnoscere, id suo consilio factum esse testatur; quaeque esset facturus in hac urbe, nisi eum hic ipse Iuppiter ab hoc templo atque moenibus reppulisset, declaravit in Parmensium calamitate, quos optimos viros honestissimosque homines maxime cum auctoritate huius ordinis populique Romani dignitate coniunctos crudelissimis exemplis interemit propudium illud et portentum, L. Antonius, insigne odium omnium hominum vel, si etiam di oderunt, quos oportet, deorum.
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mundum autem censent regi numine deorum, eumque esse quasi communem urbem et civitatem hominum et deorum, et unum quemque nostrum eius mundi esse partem; ex quo illud natura consequi, ut communem utilitatem nostrae anteponamus. ut enim leges omnium salutem singulorum saluti anteponunt, sic vir bonus et sapiens et legibus parens et civilis officii non ignarus utilitati omnium plus quam unius alicuius aut suae consulit. nec magis est vituperandus proditor patriae quam communis utilitatis aut salutis desertor propter suam utilitatem aut salutem. ex quo fit, ut laudandus is sit, qui mortem oppetat pro re publica, quod deceat cariorem nobis esse patriam quam nosmet ipsos. Quoniamque illa vox inhumana et scelerata ducitur eorum, qui negant se recusare quo minus ipsis mortuis terrarum omnium deflagratio consequatur—quod vulgari quodam versu Graeco pronuntiari solet—, certe verum est etiam iis, qui aliquando futuri sint, esse propter ipsos consulendum
gli stoici) Ritengono quindi che l'universo sia retto dalla potenza divina, e, come dire, dimora e città comune sia agli uomini che agli dèi; (ritengono che) questo nostro mondo sia solo una porzione di quell'universo. Ne deriva, per natura, che siamo portati ad anteporre l'utile comune al nostro. Come, infatti, le leggi salvaguardano prima la sicurezza della collettività che dei singoli individui, allo stesso modo l'uomo retto e saggio, rispettoso delle leggi e non ignaro del dovere di cittadino, provvede più a ciò ch'è utile alla collettività, che a ciò ch'è utile per ciascun singolo o per sé. Chi non cura l'interesse o la sicurezza della patria non è da biasimare meno del traditore della patria, perché (compie azioni, agisce) in vista del proprio egoistico utile o sicurezza. Se ne ricava chedeve esser ricoperto di lode chi si sacrifica per lo Stato, poiché è cosa buona e giusta che la patria sia per noi più cara della nostra stessa persona Benché sia in auge (ducitur) quella voce inumana e scellerata di quelli i quali negano di rifiutare che, dopo essere morti, consegua la distruzione di tutte le terre, certamente è vero che devono provvedere anche che a coloro, che un giorno verranno dopo di noi.
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Hesterno die, cum domi meae paene interfectus essem, senatum in aedem Iovis Statoris Convocavi, rem omnem ad patres conscriptos exposui. Quo cum Catilina venisset, quis eum senator appellavit, quis salutavit, quis denique eum aspexit ut perditum civem ac non potius ut importunissimum hosterm? Quin etiam principes eius ordinis partem illam subselliorum, ad quam ille accesserat, nudam atque inanem reliquerunt. Hic ego quaesivi a Catilina in nocturno conventu ad M. Laecam fuisset necne. Cum ille homo audacissimus conscientia convictus primo reticuisset, patefeci cetera: edocui quid ea nocte egisset, quid in proximam constituisset, quemadmodurn esset ei ratio totius belli descripta. Cum haesitaret, cum teneretur, quaesivi quid dubitaret proficisci eo quo iampridem exercitum pararet
Traduzione n. 1
Ieri, dopo che per poco non ero stato ammazzato in casa mia, convocai il Senato nel tempio di Giove Statore, esposi ogni cosa ai Senatori. Quando Catilina vi è arrivato, quale senatore lo ha chiamato, chi lo lo ha salutato, chi poi lo ha guardato come un cittadino corrotto e non piuttosto come un il peggior nemico? Che anzi i più in vista del suo ordine hanno lasciato vuota e abbandonata quella parte dei banchi, alla quale lui si era avvicinato. Allora io domandai a Catilina se fosse stato o neno in una riunione notturna da Marco Leca. Poiché lui, uomo estremamente sfrontato, colpevole in cuor suo, dapprincipio taceva, ho reso pubbliche tutte le altre cose: ho reso noto che cosa avesse fatto quella notte, che cosa avesse stabilito nella prossima, in che modo avesse pianificato l’andamento di tutta la guerra. Poiché esitava, era confuso, gli chiesi perché esitasse a partire per lì dove già da tempo aveva preparato l’esercito.
traduzione n. 2
Ieri dopo che nella mia casa fui quasi ucciso ho convocato il senato nel tempio di Giove Statore e ho riferito l'intera faccenda ai senatori. Dopo che arrivò Catilina, quale senatore lo chiamò, chi infine lo guardò come un cittadino scellerato e non piuttosto come un nemico assai pericoloso? Anzi i capi di quella classe lasciarono nuda e vuota quella parte di seggi verso la quale Catilina si era avvicinato. Qui io chiesi a Catilina se fosse stato in una riunione notturna con Mario o no. Dopo che egli, uomo molto pericoloso, riconoscendosi in coscienza colpevole, non ebbe risposto svelai il resto. Poiché tardava a rispondere, chiesi perché dubitasse di andare là dove, già da tempo si preparava ad andare.
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Dolore di Cicerone per la morte della figlia Tullia
versione latino Cicerone
libro latino laboratorio 2 n. 17 pagina 313
Ego veri Servi vellem ut scribis in meo gravissimo casu adfuisses. Quantum enim paresens me adiuvare potueris et consolando et prope aeque dolendo
Davvero, io, O Servio, vorrei, come scrivi, che tu fossi stato con me nella mia gravissima disgrazia. Quanto avresti potuto infatti aiutarmi con la tua presenza confortandomi e soffrendo quasi con me lo capisco facilmente dal fatto che ho trovato alquanto sollievo una volta lette le lettere. Mi procurano conforto non solo le tue parole e la tua partecipazione al mio dolore, ma anche la tua autorevolezza. Ritengo infatti vergognoso che io non sopporti così la mia disgrazia come tu dotato di tale saggezza pensi che si debba sopportare. Ma sono talvolta oppresso e a stento resisto al dolore, poiché mi mancano quelle consolazioni che non mancarono in una simile circostanza ad altri. Infatti sia Quinto Massimo che perse il figlio ex console, uomo famoso anche per le grandi imprese, sia Marco Catone, che perse un figlio di sommo ingegno e virtù vissero in tempi tale che il prestigio degli stessi consolò il loro dolore, cose che scaturivano dallo stato. Ma a me, perduti quegli onori che tu stesso menzioni e che avevo ottenuto grazie a grandissime fatiche, rimaneva quel solo conforto che mi è stato sottratto. Ma ora per questa così profonda ferita anche tutte quelle che sembravano aver cominciato a risanarsi tornano a sanguinare. Infatti, come allora dalla vita pubblica accoglieva me triste una casa che mi offriva conforto, così ora da casa afflitto non posso rifugiarmi nello stato in modo jda trovare pace nei suoi vantaggi. Pertanto sono distante da casa e dallo stato, poiché né la casa può ormai consolare quel dolore che ricevo dalla vita pubblica, né lo stato quello familiare.
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deinde aut uni tribuendum est, aut delectis quibusdam, aut suscipiendum est multitudini atque omnibus. quare cum penes unum est omnium summa rerum, regem illum unum vocamus, et regnum eius rei publicae statum. cum autem est penes delectos, tum illa civitas optimatium arbitrio regi dicitur. illa autem est civitas popularis - sic enim appellant -, in qua in populo sunt omnia. atque horum trium generum quodvis, si teneat illud vinculum quod primum homines inter se rei publicae societate devinxit, non perfectum illud quidem neque mea sententia optimum, sed tolerabile tamen, et aliud alio possit esse praestantius. nam vel rex aequus ac sapiens, vel delecti ac principes cives, vel ipse populus, quamquam id est minime probandum, tamen nullis interiectis iniquitatibus aut cupiditatibus posse videtur aliquo esse non incerto statu.
l governo dev'essere quindi affidato o ad uno solo o ad una scelta di cittadini o a tutta la moltitudine: per cui, quando tutto il potere si riassume in un uomo solo, quell'unico governante noi chiamiamo "re" e chiamiamo "regno" il suo Stato. Quando, invece, ci sia una scelta di governanti, allora si dice che quello é retto da un'aristocrazia. Ed é, infine, uno Stato democratico - come si suol dire - quello in cui tutto il potere é nelle mani del popolo. E ognuna di questi tre generi di costituzione, purché sappia mantenere il vincolo che primo riunì gli uomini in una società politica, per quanto imperfetto esso genere sia e mai del tutto buono a mio parere, può esser tuttavia tollerabile; e, a seconda dei tempi, una di queste costituzioni può anche essere preferibile ad un'altra. Si tratti d'un re giusto e saggio 0 d'una oligarchia o dello stesso popolo (benché di quest'ultimo ci sia da fidarsi meno che d'ogni altro), purché non ci sieno né ingiustizie né passioni, lo Stato può sempre continuare a reggersi.