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Erit eloquens is qui in foro causisque civilibus ita dicet, ut probet, ut delectet, ut animos flectat. Probare necessitatis est, delctare suavitatatis, flectere vicoriae: nam id unum omnibus ad obtinendas causas potest plurimum. Sed quot officia oratoris, tot sunt genera dicendi: subtile in probando, modicum in delectando, vehemens in flectendo; in quo uno vis omnis oratoris est. Magni igitur iudicii, summae etiam facultatis esse debebit moderator ille et quasi temperator huius tripertitae varietatis. Nam et iudicabit quid cuique opus sit et poterit, quocumque modo postulabit causa, dicere. Sed est eloquentiae sicut reliquarum rerum fundamentum sapienta. Ut enim vita, sic in oratione nihil est difficilius quam quid diceat videre.
nel foro e nelle cause civili parlerà in modo da convincere, riuscire gradito e commuovere gli animi. Convincere è necessario (lett. : fa parte della necessità), riuscire gradito è piacevole , commuovere è vincere (lett. : fa parte della vittoria): infatti solo questa cosa può avere, per vincere le cause, moltissima influenza su tutti. Ma quanti (sono) i doveri degli oratori, tanti sono i generi del parlare (dell'eloquenzia): acuto nel convincere, moderato nel procurare diletto, efficace nel commuovere; in questa sola cosa vi è tutta la forza dell'oratore. Dunque di grande giudizio, anche di somma abilità dovrà essere egli come regolatore e quasi moderatore di questa triplice diversità. Infatti sia giudicherà cosa occorra a ciascuno e potrà dire in qualunque modo richiederà la causa. Ma il fondamento dell'eloquenza è la sapienza, così come delle altre cose. Come infatti nella vita, così nel parlare niente è più difficile che vedere cosa convenga (dire)
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Matrem Phalaridis scribit Ponticus Heraclides, doctus vir, auditor et discipulus Platonis, visam esse videre in somniis simulacra deorum, quae ipsa domi consecravisset; ex iis Mercurium e patera, quam dextera manu teneret saguinem visum esse fundere; qui cum terram attigisset, refervescere videretur sic, ut tota omus sanguine redundaret. Quod matris somnium inmanis filii crudelitas conprobavit. Quid ego, quae magi Cyro illi principi interpretati sint, ex Dinonis Persicis proferam? Nam cum dormienti ei sol ad pedes visus esset, ter eum scribit frusta adpetivisse manibus, cum se convolvens sol elaberetur et abiret; ei magos dixisse, quod genus sapientium et doctorum habebatur in Persis, ex triplici adpetitione solis triginta annos Cyrum regnaturum esse portendi. Quod ita contigit; nam ad septuagesimum pervenit, cum quadraginta natus annos regnare coepisset.
Pontico eraclide, uomo colto, ascoltatore discepolo di platone, scrive che sembrò che la madre di Falaride vedesse in sogno i sepolcreti degli dei che lei stessa aveva consacrato a casa, tra gli dei sembrava che mercurio versasse sangue da una tazza che teneva con la mano detra; ed esso avendo raggiunto la terra sembrava che ribollisse cosicchè tutta la casa era piena di sangue. Quello confermò del sogno della madre la immane crudeltà del figlio. Che cosaio devo citare da dinone persico, quelle cose che quei magi spiegarono al famoso principe ciro?infatti essendogli sembrato a lui che dormiva che il sole fosse ai piedi scive che è per 3 volte cercò di prenderlo con le mani invano, essendo il sole girato su se stesso sfuggito e andando via; sembra che i magi che è considerata in persia una stirpe di sapienti e di dotti, abbiano detto che dalla trilice ricerca del sole si presagiva che Ciro avrebbe regnato 30 anni. E la cosa capitò così. Ciò infatti arrivò all'età di 70 anni, avendo iniziato a regnare all'età i 40 anni.
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Quis enim putet aut celeritatem ingeni L. Bruto illi nobilitatis vestrae principi defuisse? qui de matre savianda ex oraculo Apollinis tam acute arguteque coniecerit; qui summam prudentiam simulatione stultitiae texerit; qui potentissimum regem clarissumi regis filium expulerit civitatemque perpetuo dominatu liberatam magistratibus annuis legibus iudiciisque devinxerit; qui collegae suo imperium abrogaverit, ut e civitate regalis nominis memoriam tolleret: quod certe effici non potuisset, nisi esset oratione persuasum. Videmus item paucis annis post reges exactos, cum plebes prope ripam Anionis ad tertium miliarium consedisset eumque montem, qui Sacer appellatus est, occupavisset, M. Valerium dictatorem dicendo sedavisse discordias, eique ob eam rem honores amplissumos habitos et eum primum ob eam ipsam causam Maxumum esse appellatum. ne L. Valerium quidem Potitum arbitror non aliquid potuisse dicendo, qui post decemviralem invidiam plebem in patres incitatam legibus et contionibus suis mitigaverit. Possumus Appium Claudium suspicari disertum, quia senatum iamiam inclinatum a Pyrrhi pace revocaverit; possumus C. Fabricium, quia sit ad Pyrrhum de captivis recuperandis missus orator; Ti. Coruncanium, quod ex pontificum commentariis longe plurumum ingenio valuisse videatur; M'. Curium, quod is tribunus plebis interrege Appio Caeco diserto homine comitia contra leges habente, cum de plebe consulem non accipiebat, patres ante auctores fieri coegerit; quod fuit permagnum nondum lege Maenia lata. Licet aliquid etiam de M. Popilli ingenio suspicari, qui cum consul esset eodemque tempore sacrificium publicum cum laena faceret, quod erat flamen Carmentalis, plebei contra patres concitatione et seditione nuntiata, ut erat laena amictus ita venit in contionem seditionemque cum auctoritate tum oratione sedavit. sed eos oratores habitos esse aut omnino tum ullum eloquentiae praemium fuisse nihil sane mihi legisse videor: tantummodo coniectura ducor ad suspicandum.
Chi può infatti pensare che a quel Lucio Bruto, che fu capostipite del vostro nobile casato, facesse difetto la prontezza d'ingegno, oppure Lui che seppe interpretare con tanto acume e finezza il senso dell'ora colo di Apollo sul bacio da dare alla madre; che seppe mascherare un senno eccellente sotto una simulazione di stolidità; che cacciò un re potentissimo e dispotico, figlio di un re illustrissimo, e pose la città, liberata da un'ininterrotta tirannia, sotto l'autorità dei magistrati annuali, delle leggi e dei giudizi; che depose dal potere il proprio collega, per cancellare dalla città la memoria del nome regale: 'O' e questo certo non si sarebbe potuto ottenere, senza un'eloquenza persuasivamente efficace. Vediamo parimenti che pochi anni dopo la cacciata dei re, quando la plebe si accampò sulla riva dell'Anie ne, a tre miglia dalla città, e occupò quel monte che fu poi chiamato Sacro, il dittatore Marco Valerio placò con la sua parola le discordie civili: per questo motivo gli vennero tributati i più grandi onori, e sempre per la stessa ragione fu il primo a essere chiamato "Massimo". E ritengo che con l'eloquenza riuscisse a ottenere risultati di una discreta efficacia anche Lucio Valerio Potito, che dopo l'odiosa tirannia dei decemviri seppe mitigare, con leggi e allocuzioni, la collera della plebe nei confronti dei senatori. Possiamo supporre facondo Appio Claudio, " giacché seppe distogliere il senato, quando già vi era incline, dall'idea di far pace con Pirro; lo stesso possiamo supporre di Fabrizio, poiché venne inviato come ambasciatore a Pirro per trattare il riscatto dei prigionieri; altrettanto di Tiberio Coruncanio, " Poiché dai registri dei pontefici appare esser stato di grandissimo ingegno; di Manio Curio, " giacché nella sua veste di tribuno della plebe, quando l'interré Appio Cie co, uomo facondo, teneva i comjzi contro la legge -non voìeva infatti accettare un console plebeo -, costrinse i senatori a ratificare l'elezione prima che avesse luogo: in un'epoca in cui non era ancora stata approvata la legge Menia, questo fu veramente un grandissimo successo. Si può fare qualche supposizione anche sul talento di Marco Popìlio, quando era console, e, nella sua qualità di flamine carmentale, faceva un pubblico sacrificio con indosso il mantello sacerdotale, gli venne portata la notizia di un violento tumulto della plebe contro i senatori; arrivò all'assemblea vestito com'era del mantello, e sedò il tumulto con la sua parola, oltre che con la propria autorità. Ma non mi pare di avere letto niente sul fatto che costoro fossero considerati dei veri oratori, o che l'eloquenza conferisse particolari privilegi; sono indotto a supporlo solo per congettura
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Duo genera semper in hac civitate fuerunt eorum qui versari in re publica atque in ea se excellentius gerere studuerunt; quibus ex generibus alteri se popularis, alteri optimates et haberi et esse voluerunt. Qui ea quae faciebant quaeque dicebant multitudini iucunda volebant esse, populares; qui autem ita se gerebant ut sua consilia optimo cuique probarent, optimates habebantur. Quis ergo iste optimus quisque? Numero, si quaeris, innumerabiles . Sunt principes consili publici, sunt qui eorum sectam sequuntur, sunt maximorum ordinum homines, quibus patet curia, sunt municipales rusticique Romani, sunt negoti gerentes, sunt etiam libertini optimates. Numerus, ut dixi, huius generis late et varie diffusus est; sed genus universum, ut tollatur error, brevi circumscribi et definiri potest. Omnes optimates sunt qui neque nocentes sunt nec natura improbi nec furiosi nec malis domesticis impediti
In questa città ci sono sempre stati due partiti di quelli che si sono occupati dei pubblici affari e di amministrare lo Stato più eccellentemente; di questi partiti hanno voluto sia essere che essere ritenuti gli uni democratici, gli altri ottimati. Coloro che volevano che ciò che facevano e che dicevano fosse gradito al popolo erano ritenuti democratici; quelli che invece si comportavano così che a render gradite le loro decisioni ad ogni aristocratico si ritenevano ottimati. Dunque chi è questo ottimate? Nella nel numero sono innumerevoli. Sono ottimati i più importanti senatori, (sono) quelli che aderiscono al loro partito, (sono) uomini degli ordini più elevati, ai quali il senato è accessibile, (sono) Romani abitanti di municipi e contadini, (sono) uomini d’affari, (sono) anche liberti. Come ho detto, il numero di questo partito è esteso ampiamente e diversamente; ma l'intero partito, per eliminare ogni malinteso, può essere definito e descritto in breve. Gli ottimati sono tutti quelli che non sono nocivi né disonesti di natura né stolti né impediti da disgrazie familiari, quelli che sono irreprensibili ed hanno un solido patrimonio familiare.
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Darius in fuga, cum acquam turbidam et cadaveribus inquinatam bibisset, negavit umquam se bibisse iucundius. Numquam videlicet sitiens biberat. Nec esuriens Ptolomaeus ederat; cui cum peragranti Aegyptum cibarius in casa panis datus esset, nihil iudicavit illo pane iucundius. Socratem narrant, cum usque ad vesperum contentius ambularet quaesitumque esset ex eo, qua re id faceret, respondisse se, quo melius cenaret, obsonare ambulando famem. Quid? Victum Lacedaemoniorum in philitiis nonne videmus? Ubi cum tyrannus cenavisset Dionisius, negavit se iure illo nigro, quod cenae caput erat, delectatum esse. Tum is qui illa coxerat: - Minime mirum; condimenta enim defuerunt-. -Quae tandem?- quaesivit ille. -Labor in venatu, sudor, cursus ad Eurotam, fames, sitis. His enim rebus Lacedaemoniorum epulae condiuntu
Dario in fuga, avendo bevuto dell'acqua impura e contaminata da dei cadaveri, disse di non aver mai bevuto così piacevolmente. E' evidente che mai aveva bavuto essendo assetato. Neppure Tolomeo aveva aspettato a mangiaren quando aveva avuto fame; infattia egli che visitava l'Egitto fu dato del pane scuro in una casas di campagna, non giudicò niente più buono di quel pane. Si narra chge Socrate, passeggiando fino a sera con passo piuttosto sostenuto e venendogli chiesto perché faceva questo, rispose che, per cenare meglio, si procurava l'appetito passeggiando. E che? Non è forse vero che vediamo il cibo degli Spartani a un pasto pubblico? Qui, avendo cenato il tiranno Dioniso, dichiarò che non gli era per nulla piaciuto quel famoso brodetto nero, che costituiva il paitto principale del pasto. Allora colui che aveva cucinato quelle cose (disse): - (è) poco strano; infatti mancano i condimenti. -. -Quali dunque?- chiese quello. - La fatica della caccia, il sudore, una corsa verso l' Eurote, la fame, la sete. Con queste cose infatti conditi i banchetti degli Spartani.