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Sed quo sis, Africane, alacrior ad tutandam rem publicam, sic habeto: omnibus, qui patriam conservaverint, adiuverint, auxerint, certum esse in caelo definitum loco ...
Ma tu O Africano perché tu sia più sollecito nel difendere lo Stato, tieni ben presente quanto segue: per tutti coloro che abbiano preservato gli ordinamenti della patria, si siano adoperati per essa, l'abbiano resa potente, è certo che avranno una collocazione ben definita in cielo, dove da beati fruiscono di una vita sempiterna; a quel sommo Dio che regge tutto l'universo nulla - di ciò che accade in terra - è infatti più caro delle unioni e aggregazioni di uomini, associate sulla base del diritto, che vanno sotto il nome di città; coloro che le reggono e ne custodiscono gli ordinamenti partono da questa zona del cielo e poi vi ritornano".
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Ceres frugum dea filiam probam pulchramque habebat, Proserpinam. Sed Pluto, Inferorum deus, virginem rapit nuptiarum cupidus in suum regnum ducit et ei inferorum coronam ex auro donat. diu frustraque ceres filiam quaerit denique iuppiter, deorum hominumque pater, miserae matri domicilium filiae indicat et pacem conciliat inter Plutonem et cererem: nunc proserpina habitat cum plutone apud inferos autumno et hieme, cum matre vere et aestate
Cerere, dea delle messi, aveva una figlia virtuosa e bella di nome Proserpina. Ma Plutone, il dio degli Inferi, rapì la vergine desideroso di sposarla, la condusse nel suo regno e a lei donò la corona d'oro degli Inferi. A lungo e invano Cerere cercò la figlia. Infine Giove, padre degli dei e degli uomini, indicò alla povera madre il luogo dove la figlia si trovava e favorì la pace tra Plutone e Cerere: ora infatti Proserpina in autunno ed in inverno abita con Plutone negli Inferi, in primavera ed in estate con la madre
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"Moribus antiquis res stat romana virisque", quem quidem ille versum, vel brevitate vel veritate tamquam ex oraculo mihi quodam esse effatus videtur. nam neque viri, nisi ita marata civitas fuisset, neque mores, nisi hi viri praefuissent, aut fundare aut tam diu tenere potuissent tantam et tam fuse lateque imperantem rem publicam. itaque ante nostram memoriam et mos ipse patrius praestantes viros adhibebat, et veterem morem ac maiorum instituta retinebant excellentes viri. nostra vero aetas cum rem publicam sicut picturam accepisset egregiam, sed iam evanescentem vetustate, non modo eam coloribus isdem, quibus fuerat, renovare neglexit, sed ne id quidem curavitr, ut formam saltem eius et extrema tamquam liniamenta servaret. quid enim manet ex antiquis moribus, quibus ille dixit rem stare romanam? quos ita oblivione obsoletos videmus, ut non modo non colantur, sed iam ignorentur. nam de viris, quid dicam? mores enim ipsi interierunt virorum penuria, cuius tanti mali non modo reddenda ratio nobis, sed etiam tamquam reis capitis quodam modo dicenda causa est. nostris enim vitiis, non casu aliquo, rem publicam verbo retinemus, re ipsa vero iam pridem amisimus.
"Uomini e virtù antiche salvano Roma". Questo verso, nella sua brevità e verità, sembra essere stato pronunciato da un oracolo poichè, se la città non avesse serbato i costumi che ha serbato, non avrebbe gli uomini che ha, e la città non avrebbe serbato i costumi che ha senza gli uomini che la governano e non sarebbe stato possibile fondare e conservare così a lungo un così grande e vasto impero. Così, prima della nostra età, il costume tradizionale educava uomini eccellenti e gli uomini eccellenti tramandavano il costume e gli istituti dei maggiori. Ma la nostra età, avendo ricevuto uno Stato perfetto come un quadro ma già un pò scolorito dalla vecchiaia, non solo non si curò affatto di rinfrescare i colori ma non pensò neppure a conservare almeno il disegno e le linee principali dell'opera. Che cosa rimane dunque di quegli antichi costumi su cui, secondo Ennio, era fondata la potenza di Roma? Noi li vediamo talmente trascurati e dimenticati che non solo nessuno li rispetta ma nessuno li conosce più. E che dirà poi degli uomini? I costumi stessi infatti caddero per mancanza di uomini, e di questa disgrazia non solo dobbiamo renderci conto ma dobbiamo risponderne come d'un delitto capitale. Per colpa nostra infatti, e non per caso, noi abbiamo ancora in apparenza una repubblica ma, vero, l'abbiamo già perduta.
Note letterali:
Con l’espressione mos maiorum (letteralmente “il costume degli antenati) i Romani indicavano quel complesso di valori e di tradizioni che costituivano il fondamento della loro cultura e della loro civiltà. Essere fedeli al mos maiorum significava riconoscersi membri di uno stesso popolo, avvertire i vincoli di continuità col proprio passato e col proprio futuro, sentirsi parte di un tutto, in marcia verso la realizzazione di un grande progetto comune. Il mos maiorum era, in altri termini, l’insieme dei valori collettivi e dei modelli di comportamento cui doveva conformarsi qualsiasi innovazione; rispettare il mos maiorum significava quindi incanalare le energie e le spinte innovative entro l’alveo rassicurante della tradizione, così da renderle funzionali al bene comune. Cardine fondamentale del mos maiorum era l’assoluta preminenza dello Stato sul singolo cittadino: questa è l’ottica da cui va esaminato qualunque valore e qualunque comportamento; così ad esempio, non era tanto il coraggio in sé ad essere apprezzato, ma il coraggio che veniva dimostrato nell’interesse e per la salvezza dello Stato; allo stesso modo, poco interessava la ricerca teorica o l’abilità poetica, se tali qualità non erano finalizzate ad obiettivi socialmente utili. In tale prospettiva, quali sono i valori fondamentali che costituiscono il mos maiorum? Anzitutto viene la virtus, cioè la qualità propria dell’uomo grande, del vir appunto; essa si esprime come fortitudo (coraggio e sprezzo del pericolo), come patientia, cioè come capacità di sopportare il dolore e i rovesci della sorte (il verbo patior significa appunto “soffrire, sopportare”) e come constantia, cioè fermezza e coerenza nell’azione. Molto importanti sono poi la fides, cioè la lealtà, la fedeltà alla parola data; la pietas, cioè il rispetto per gli obblighi e i doveri che ci legano agli altri (agli dei, agli amici, alla patria, alla famiglia…); la gravitas e cioè la dignità propria del magistrato, ma anche del semplice civis (“cittadino”), che imponeva un contegno severo, poco incline al sorriso. Questi valori venivano trasmessi, oltre che con l’esempio, anche attraverso alcuni racconti di cui erano protagonisti personaggi vissuti nell’epoca più antica di Roma, la cui esistenza è spesso sospesa tra mito e storia.
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"Moribus antiquis res stat romana virisque", quem quidem ille versum, vel brevitate vel veritate tamquam ex oraculo mihi quodam esse effatus videtur. nam neque viri, nisi ita marata civitas fuisset, neque mores, nisi hi viri praefuissent, aut fundare aut tam diu tenere potuissent tantam et tam fuse lateque imperantem rem publicam. itaque ante nostram memoriam et mos ipse patrius praestantes viros adhibebat, et veterem morem ac maiorum instituta retinebant excellentes viri. nostra vero aetas cum rem publicam sicut picturam accepisset egregiam, sed iam evanescentem vetustate, non modo eam coloribus isdem, quibus fuerat, renovare neglexit, sed ne id quidem curavitr, ut formam saltem eius et extrema tamquam liniamenta servaret. quid enim manet ex antiquis moribus, quibus ille dixit rem stare romanam? quos ita oblivione obsoletos videmus, ut non modo non colantur, sed iam ignorentur. nam de viris, quid dicam? mores enim ipsi interierunt virorum penuria, cuius tanti mali non modo reddenda ratio nobis, sed etiam tamquam reis capitis quodam modo dicenda causa est. nostris enim vitiis, non casu aliquo, rem publicam verbo retinemus, re ipsa vero iam pridem amisimus.
"Uomini e virtù antiche salvano Roma". Questo verso, nella sua brevità e verità, sembra essere stato pronunciato da un oracolo poichè, se la città non avesse serbato i costumi che ha serbato, non avrebbe gli uomini che ha, e la città non avrebbe serbato i costumi che ha senza gli uomini che la governano e non sarebbe stato possibile fondare e conservare così a lungo un così grande e vasto impero. Così, prima della nostra età, il costume tradizionale educava uomini eccellenti e gli uomini eccellenti tramandavano il costume e gli istituti dei maggiori. Ma la nostra età, avendo ricevuto uno Stato perfetto come un quadro ma già un pò scolorito dalla vecchiaia, non solo non si curò affatto di rinfrescare i colori ma non pensò neppure a conservare almeno il disegno e le linee principali dell'opera. Che cosa rimane dunque di quegli antichi costumi su cui, secondo Ennio, era fondata la potenza di Roma? Noi li vediamo talmente trascurati e dimenticati che non solo nessuno li rispetta ma nessuno li conosce più. E che dirà poi degli uomini? I costumi stessi infatti caddero per mancanza di uomini, e di questa disgrazia non solo dobbiamo renderci conto ma dobbiamo risponderne come d'un delitto capitale. Per colpa nostra infatti, e non per caso, noi abbiamo ancora in apparenza una repubblica ma, vero, l'abbiamo già perduta.
Note letterali:
Con l’espressione mos maiorum (letteralmente “il costume degli antenati) i Romani indicavano quel complesso di valori e di tradizioni che costituivano il fondamento della loro cultura e della loro civiltà. Essere fedeli al mos maiorum significava riconoscersi membri di uno stesso popolo, avvertire i vincoli di continuità col proprio passato e col proprio futuro, sentirsi parte di un tutto, in marcia verso la realizzazione di un grande progetto comune. Il mos maiorum era, in altri termini, l’insieme dei valori collettivi e dei modelli di comportamento cui doveva conformarsi qualsiasi innovazione; rispettare il mos maiorum significava quindi incanalare le energie e le spinte innovative entro l’alveo rassicurante della tradizione, così da renderle funzionali al bene comune. Cardine fondamentale del mos maiorum era l’assoluta preminenza dello Stato sul singolo cittadino: questa è l’ottica da cui va esaminato qualunque valore e qualunque comportamento; così ad esempio, non era tanto il coraggio in sé ad essere apprezzato, ma il coraggio che veniva dimostrato nell’interesse e per la salvezza dello Stato; allo stesso modo, poco interessava la ricerca teorica o l’abilità poetica, se tali qualità non erano finalizzate ad obiettivi socialmente utili. In tale prospettiva, quali sono i valori fondamentali che costituiscono il mos maiorum? Anzitutto viene la virtus, cioè la qualità propria dell’uomo grande, del vir appunto; essa si esprime come fortitudo (coraggio e sprezzo del pericolo), come patientia, cioè come capacità di sopportare il dolore e i rovesci della sorte (il verbo patior significa appunto “soffrire, sopportare”) e come constantia, cioè fermezza e coerenza nell’azione. Molto importanti sono poi la fides, cioè la lealtà, la fedeltà alla parola data; la pietas, cioè il rispetto per gli obblighi e i doveri che ci legano agli altri (agli dei, agli amici, alla patria, alla famiglia…); la gravitas e cioè la dignità propria del magistrato, ma anche del semplice civis (“cittadino”), che imponeva un contegno severo, poco incline al sorriso. Questi valori venivano trasmessi, oltre che con l’esempio, anche attraverso alcuni racconti di cui erano protagonisti personaggi vissuti nell’epoca più antica di Roma, la cui esistenza è spesso sospesa tra mito e storia.
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Crotoniatae quondam, cum florerent, omnibus copiis et in Italia cum primis beati numerarentur, templum Iunionis, quod religiosissime colebant, egregiis picturis locupletare voluerunt. Itaque Heracleoten Zeuxin, qui tum longe ceteris excellere pictoribus existimabatur, magno pretio conductumadhibuerant. Is et ceteras conplures tabulas pinxit, quarum nonnulla pars usque ad nostram memoriam propter fani religionem remansit, et, ut excellentem muliebris formae pulchritudinem muta in se imago contineret, Helenae pingere simulacrum velle dixit; quod Crotoniatae, qui eum muliebri in corpore pingendo plurimum aliis praestare saepe accepissent, libenter audierunt. Putaverunt enim, si quo in genere plurimum posset, in eo magno opere elaborasset, egregium sibi opus illo in fano relicturum. Neque tum eos illa opinio fefellit. Nam Zeuxis ilico quaesivit ab iis, quasnam virgines formosas haberent. Illi autem statim hominem deduxerunt in palaestram atque ei pueros ostenderunt multos, magna praeditos dignitate. Etenim quodam tempore Crotoniatae multum omnibus corporum viribus et dignittibus antisteterunt atque honestissimas ex gymnico certamine victorias domum cum laude maxima rettulerunt. .
Gli abitanti di Crotone, quando (un tempo) abbondavano di ogni bene e in Italia venivano considerati primi felici, vollero abbellire con raffinate iconografie un tempio di Giunone, che veneravano con grande devozione. Pertanto, fecero venire, dietro lauto compenso, Zeusi di Eraclea, che - a quel tempo - veniva considerato, e di gran lunga, il pittore più bravo. Costui dipinse anche parecchi altri quadri, di cui una buona parte è giunta fino a noi grazie alla sacralità del tempio. Affinché il ritratto, (benché) muto, riproducesse in sé l’aspetto di una bellissima donna, disse di voler dipingere l'immagine di Elena; la qual cosa gli abitanti di Crotone ascoltarono con piacere, poiché spesso avevano sentito dire ch'egli, nel dipingere un corpo femminile, era un maestro e superava moltissimo gli altri (pittori). Pensarono infatti che, se si fosse applicato con dovizia in un genere a lui molto consono , avrebbe lasciato loro, nel tempio, un’opera egregia. E, né allora quella opinione li ingannò. Zeusi infatti chiese, lì per lì, loro quali fanciulle avessero (di particolarmente) belle. Quelli allora, senza indugiare, lo condussero l’uomo]nella palestra e gli mostrarono molti ragazzi dotati di grande nobiltà d'aspetto. In effetti, un tempo, gli abitanti di Crotone eccelsero anche come prestanza e bellezza fisica e riportarono in patria (domum), insieme all'onore, smaglianti vittorie (conseguite) in gare ginniche.