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Sunt enim philosophi et fuerunt, qui omnino nullam habere censerent rerum humanarum procurationem deos. Quorum si vera sententia est, quae potest esse pietas, quae sanctitas, quae religio? Haec enim omnia pure atque caste tribuenda deorum numini ita sunt, si animadvertuntur ab is et si est aliquid a deis inmortalibus hominum generi tributum; sin autem dei neque possunt nos iuvare nec volunt nec omnino curant nec, quid agamus, animadvertunt nec est, quod ab is ad hominum vitam permanare possit, quid est, quod ullos deis inmortalibus cultus, honores, preces adhibeamus? In specie autem fictae simulationis sicut reliquae virtutes item pietas inesse non potest cum qua simul sanctitatem et religionem tolli necesse est, quibus sublatis perturbatio vitae sequitur et magna confusio. Atque haut scio, an pietate adversus deos sublata fides etiam et societas generis humani et una excellentissuma virtus iustitia tollatur.
Vi sono oggi e vi sono stati in passato dei filosofi che hanno negato nel modo più assoluto ogni intervento degli dei nelle vicende umane. Ma se la loro opinione è nel vero, che significato potrà mai avere la pietà, la devozione, la pratica religiosa? Il dovere di offrire questi tributi alla maestà degli dèi con cuore puro ed incontaminato è valido solo a condizione che essi ne siano a conoscenza e che qualcosa venga offerto in contraccambio dagli dei al genere umano. Ma se gli dèi non possono e non vogliono offrirci il loro aiuto, se si disinteressano totalmente di noi e non si accorgono della nostra condotta, se non vi può essere alcun rapporto fra essi e la vita umana, che ragione v'è di offrire agli dèi opere di culto, onori e preghiere? Nessuna virtù può ridursi ad una fittizia esteriorità né tanto meno la pietà, la cui eliminazione comporta necessariamente con sé quella di ogni devozione e pratica religiosa, soppresse le quali il disordine e il disorientamento non possono non impadronirsi della vita umana. E non escludo che, una volta tolta di mezzo la pietà verso gli dèi, scompaia insieme anche ogni lealtà nei rapporti sociali e quella che è la più eccelsa fra le virtù, la giustizia.
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E la mia autorevolezza non varrà niente? versione latino Cicerone
E che dunque questa autorevolezza bisogna sempre parlarne riguardo a questa sebbene da me era detta cautamente e tranquillamente- affermo che questa nostra autorevolezza, che dalle altre congiure ci siamo allontanati, P. Silla difendiamo, alla fine non aiuterà costui? Ciò è probabilmente grave da dire, o giudici, è grave se desideriamo qualcosa, se quando tutti gli altri tacciono riguardo noi, non taciamo anche noi stessi, è grave; ma se siamo danneggiati, se siamo accusati, se siamo resi odiosi. Senza dubbio, o giudici, concedete affinché a noi si possa difendere la libertà se non il nostro ruolo nello stato. I consolari furono accusati da una stessa fama così che sembra opportuno riferire una fama di un grandissimo onore più dell'invidia che di riconoscimento. "Hanno assistito" disse "Catilina e lo hanno lodato". Allora non si subiva nessuna congiura, nessuna congiura era conosciuta, difendevano un amico, assistevano un supplice, non inseguivano il disonore della sua vita nei più gravi rischi
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Tantus est igitur innatus in nobis cognitionis amor et scientiae, ut nemo dubitare possit quin ad eas res hominum natura nullo emolumento invitata rapiatur. Quem enim ardorem studii censetis fuisse in Archimede, qui, dum in pulvere quaedam describit attentius, ne patriam quidem captam esse senserit? Quantum Aristoxeni ingenium consumptum videmus in musicis? Quo studio Aristophanem putamus aetatem in litteris duxisse? Quid de Pythagora? Quid de Platone aut de Democrito loquar? A quibus propter discendi cupiditatem videmus ultimas terras esse peragratas. Quae qui non vident, nihil umquam magnum ac cognitione dignum amaverunt. Atque hoc loco, qui propter animi voluptates coli discunt ea studia, quae dixi, non intelligunt idcirco esse ea propter se expetenda, quod nulla utilitate obiecta delectentur animi atque ipsa scientia, etiamsi incommodatura sit, gaudeant.
É dunque tanto innato in noi l’amore della conoscenza e del sapere, che nessuno può dubitare che l’indole naturale degli uomini sia attratta verso queste cose, senza essere allettata da nessun vantaggio. Infatti quale ardente desiderio di sapere pensate ci fosse in Archimede che, mentre disegnava con una certa concentrazionenella polvere certe cose, non si accorse nemmeno che la sua città era stata presa Quanto ingegno di Aristosseno vediamo impegnatonella musica? Con quale zelo riteniamo che Aristofane abbia dedicato la vita alla letteratura? Che cosa dire di Pitagora? Che cosa dovrei dire di Platone o Democrito? Vediamo che da questi uomini a causa del desiderio di imparare sono state visitate le più remote terre. Quelli che non vedono ciò non hanno amato mai niente di grande e degno di conoscenza. E a questo punto, quelli che affermano che quegli studi che ho menzionato vengono coltivati per i piaceri spirituali non valutano che essi si devono ricercare di per se stessi perché gli animi si dilettano senza che sia stato proposto alcun vantaggio pratico e traggono godimento dalla conoscenza stessa, anche se debba far danno
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Memini, cum pater meus in Macedonia consul esset et essemus in castris, perturbari exercitum nostrum religione et metu, quod serena nocte subito cadens et plena luna defecisset. Tum Asinius Gallus, legatus noster, haud dubitavit postridie palam in castris docere nullum esse prodigium, idque et tum factum esse et certis temporibus semper futurum esse, cum sol ita locatus fuisset ut lunam suo lumine non posset attingere atque eiusmodi quiddam evenit etiam bello illo maximo, quod Athenienses et Lacedaeminii summa inter se contentione gesserunt. Pericles ille et auctoritate et eloquentia et consilio princeps civitatis suae, cum, obscurato sole tenebrae factae essent repente Athenensiumque animos summus timor occupavisset, docuisse cives suos dicitur, id quod ipse ab Anaxagora acceperat, certo illud tempore fieri, cum tota se luna sub orbem solis subiecisset. Quod cum disputando rationibusque docuisset populum liberavit metu; erit enim tum haec nova et ignota ratio, solem lunae oppositu deficere, quod Thaletem Milesium primum vidisse dicunt. Id autem postea ne nostrum quidem Ennium fugit, qui scribit anno quinquagesimo et CCC fere post romam conditam: Nonis Iunis soli luna obstitit et nox facta est.
Ricordo che, quando mio padre era console in Macedonia e ci trovavamo nell'accampamento, il nostro esercito fu turbato da un timore superstizioso, poiché improvvisamente durante una notte serena la luna piena che tramontava si era eclissata. Allora Asinio Gallo, nostro ambasciatore, non esitò per niente ad informare il giorno dopo pubblicamente nell'accampamento che non era accaduto nessun prodigio, e che ciò era sia accaduto allora sia sarebbe sempre accaduto in tempi precisi, quando il sole si fosse trovato in una posizione tale da non poter raggiungere la luna con la sua luce e qualcosa del genere accadde anche in quella grandissima guerra che gli Ateniesi e i Lacedemoni combatterono tra di loro con grandissimo accanimento. Il famoso Pericle, primo tra i suoi cittadini sia per l'autorità sia per l'eloquenza sia per la saggezza, quando, oscurato il sole, improvvisamente scesero le tenebre e un grandissimo timore invase l'animo degli Ateniesi, si dice che avesse insegnato ai suoi cittadini, ciò che egli stesso aveva appreso da Anassagora, che quella cosa era accaduta in un tempo preciso, quando tutta la luna si era collocata sotto il disco del sole. Dopo aver mostrato cio` discutendo e con ragionamenti, liberò il popolo dalla paura; era questa infatti allora una teoria nuova e sconosciuta, che il sole si eclissa per l'interposizione della luna, dicono che Talete Milesio, avesse compreso ciò per primo. Dopo certamente non sfuggi al nostro Ennio che scrisse nell'anno 350 circa dopo la fondazione di Roma: Il nove di giugno la luna stette di fronte al sole e fu notte.
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Ut Sullae scriptum historia videmus, quod te inspectante factum est, ut, cum ille in agro Nolano immolaret ante praetorium, ab infima ara subito anguis emergeret, cum quidem C. Postumius haruspex oraret illum, ut in expeditionem exercitum educeret; id cum Sulla fecisset, tum ante oppidum Nolam florentissuma Samnitium castra cepit. Facta coniectura etiam in Dionysio est, paulo ante quam regnare coepit; qui cum per agrum Leontinum iter faciens equum ipse demisisset in flumen, submersus equus voraginibus non exstitit; quem cum maxima contentione non potuisset extrahere, discessit, ut ait Philistus, aegre ferens. Cum autem aliquantum progressus esset, subito exaudivit hinnitum respexitque et equum alacrem laetus adspexit, cuius in iuba examen apium consederat. Quod ostentum babuit hanc vim, ut Dionysius paucis post diebus regnare coeperit
Come leggiamo nello scritto di Silla - e tu stesso fosti presente al fatto - : mentre egli nel territorio di Nola compiva un sacrificio dinanzi al pretorio, dal di sotto dell'altare sbucò all'improvviso un serpente, e allora l'arùspice Gaio Postumio lo esortò a muovere all'offensiva con l'esercito. Silla gli diede ascolto, e dinanzi alla città di Nola espugnò l'accampamento dei sanniti, ben fornito di armi e vettovaglie. Anche a proposito di Dionisio fu fatta una profezia poco prima che salisse al trono. Viaggiava per il territorio di Lentini e fece scendere in un fiume il suo cavallo; travolto dai gorghi, questo sprofondò nelle acque. Dionisio, dopo lunghi e vani sforzi di farlo venir su, si allontanò amareggiato, come narra Filisto. Ma dopo aver camminato per un poco, a un tratto udì un nitrito e si allietò vedendo il cavallo vivo e fremente, sulla cui criniera si era posato uno sciame d'api. L'effetto di questo prodigio fu che Dionisio divenne tiranno di Siracusa pochi giorni dopo.