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Il sogno di Eudemo versione di latino di Cicerone Lingua Magistra
Singulari vir ingenio Aristoteles et paene... Tum domum revertisse videatur.
Aristotele, uomo di ingegno straordinario e pressoché divino, forse si inganna o vuole ingannare gli altri quando scrive che Eudemo di Cipro, suo amico, camminando verso la Macedonia, giunse a Fere, che era in quel tempo una celeberrima città in Tessaglia, ma era posseduta con un crudele potere assoluto dal tiranno Alessandro; in quella città dunque, fu malato Eudemo tanto gravemente che tutti i medici si disperavano; gli appari' in sogno un giovane di rara bellezza che gli disse che sarebbe guarito prestissimo e che il tiranno Alessandro sarebbe morto dopo pochi giorni, mentre proprio Eudemo avrebbe fatto ritorno in patria dopo cinque anni. E così Aristotele scrive che veramente i primi eventi accaddero subito, sia che Eudemo guarì, sia che il tiranno fu ucciso dai fratelli della moglie; alla fine del quinto anno, nonostante ci fosse l'aspettativa, in seguito a quel famoso sogno, che egli sarebbe tornato dalla Sicilia aCipro, lo uccisero presso Siracusa, mentre combatteva; e per questo quel sogno fu interpretato in tal maniera che, avendo l'anima di Eudemo abbandonato il corpo, sembrò che in quel momento tornasse in patria.
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Hic ego quaesivi viveretne ipse et Paulus pater et alii, quos nos extinctos arbitraremur. "Immo vero, inquit, hi vivunt, qui e corporum vinculis tamquqm e carcere evolaverunt, vestra vero, quae dicitur vita, mors est. Quin tu aspicis ad te venientem Paulum patrem?". Quem ut vidi, equidem vim lacrimarum profudi, ille autem me complexus atque osculans flere prohibebat. Atque ut ego primum fletu represso loqui posse coepi: Quaeso, inquam, pater sanctissime atque optime, quoniam haec est vita, ut Africanum audio dicere, quid moror in terris? Quin huc ad vos venire propero? Non est ita, inquit ille. Nisi enim deus is, cuius hoc templum est omne, quod conspicis, istis te corporis custodiis liberaverit, huc tibi aditus patere non potest. Homines enim sunt hac lege generati, qui tuerentur illum globum, quem in hoc templo medium vides, quae terra dicitur, iisque animus datus est ex illis sempiternis ignibus, quae sidera et stellas vocatis, quae globosae et rotundae, divinis animatae mentibus, circulos suos orbesque conficiunt celeritate mirabili. Quare et tibi, Publi, et piis omnibus retinendus animus est in custodia corporis
Chiesi se questo stesso, mio padre Paolo e altri che noi potremmo credere morti, vivessero. stesso «Al contrario», disse, «sono costoro i vivi, costoro che sono volati via dalle catene del corpo come da una prigione, mentre la vostra, che ha nome vita, è in realtà una morte. Non scorgi tuo padre Paolo, che ti viene incontro?». Non appena lo vidi, versai davvero un fiume di lacrime, mentre egli, abbracciandomi e baciandomi, cercava di frenare il mio pianto. E io, non appena riuscii a trattenere le lacrime e potei riprendere a parlare: “Ti prego, dissi, padre mio santissimo e ottimo: se questa è la vera vita, a quanto sento dire dall''Africano, come mai indugio sulla terra? Perché non mi affretto a raggiungervi qui?” “No”, rispose lui. “Se non ti avrà liberato dal carcere del corpo quel dio cui appartiene tutto lo spazio celeste che vedi, non può accadere che per te sia praticabile l’accesso a questo luogo. Gli uomini sono stati infatti generati col seguente impegno, di custodire quella sfera là, chiamata terra, che tu scorgi al centro di questo spazio celeste; a loro viene fornita l''anima dai fuochi sempiterni cui voi date nome di costellazioni e stelle, quei globi sferici che, animati da menti divine, compiono le loro circonvoluzioni e orbite con velocità sorprendente. Anche tu, dunque, Publio, come tutti gli uomini pii, devi tenere l''anima sotto la sorveglianza del corpo
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Sacerdotes populi Romani, cum esset in urbe nostra Cereris pulcherrimum et magnificentissimus templum, tamen usque Hennam profecti sunt. Tanta erat enim auctoritas et vetustas illus religionis, ut, cum illuc irent, non ad aedem Cereris, sed ad ipsam Cererem proficisci viderentur. hoc dico: hanc ipsam Cererem antiquissimam, religiosissimam, principem omnium sacrorum quae apud omnes gentes nationesque fiunt, a C. Verre ex suis templis ac sedibus esse sublatam. Cum ego Hennam venissem, praesto mihi sacerdotes Cereris cum infulis ac verbins fuerunt, contio conventusque civium, in quo ego cum loquerer tanti gemitus fletusque fiebant ut acerbissimus tota urbe luctus versari videretur. Non illi decumarum imperia, non bonorum direptiones, non iniqua iudicia, non importunas istius libidines, non vim, non contumelias quibus vexati oppressique erant conquerebantur; Cereris numen, sacrorum vetustatem, fani religionem istius sceleratissimi atque audacissimi supplicio expiari volebant; omnia se cetera pati ac neglegere dicebant. Hic dolor erat tantus ut Verres alter Orcus venisse Hennam et non Proserpinam asportasse sed ipsam abripuisse Cererem videretur. Etenim urbs illa non urbs videtur, sed fanum Cereris esse; habitare apud sese Cererem Hennenses arbitrantur, ut mihi non cives illius civitatis, sed omnes sacerdotes, omnes accolae atque antistites Cereris esse videantur.
Allora i sacerdoti del popolo romano benchè ci fosse nella nostra città un bellissimo e grandissimo tempio, tuttavia partiorono verso Enna. Era tanto il prestigio e la vecchiezza di quella religione, che mentre andavano li sembrava che partissero non per il tempo di Cerere ma per Cerere stessa. Dico questo: apprendete che questa Cerere stessa, la più antica e religiosa e la principale di tutte le divinità, quella a che tutti i popoli e tutte le nazioni offrirono i loro primi omaggi, è stata tolta del suo tempio e della sua residenza da parte di Verre. Quelli di voi che sono entrati ad Enna, hanno visto una statua di Cerere in marmo, e, in un altro tempio, una statua di Proserpina. Sono tutte e due molto belle e molto grandi, ma più moderne. ve ne era un'altra in bronzo, di una dimensione media di una bellezza perfetta, che porta torce, molto vecchia la più vecchia anche di tutte quelle che sono in questo tempio è quella che Verre ha tolto; dinanzi al tempio, in un luogo scoperto e spazioso, sono due statue, una di Cerere, l'altro di Triptolèmo, molto belle e molto grandi. La loro bellezza li ha messi nel pericolo, ma la loro dimensione li ha salvati: lo spostamento sembrava offrire troppe difficoltà. Nella mano diritta di Cérere era una figura molto graziosa della vittoria. Verre la fece strappare della statua, e la trasportò nel suo palazzo.
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Reges Syriae, regis Antiochi filii pueri, Romae nuper fuerunt, ut de rebus imperii sui cum senatu agerent. Eorum alter, qui Antiochus vocatur, iter per Siciliam facere vo-luit atque venit in urbem Syracusas, in qua Verres praetor erat. Statim regem ad ce-nam Verres vocavit. Exornat ample magnificeque triclinium; exponit ea, quibus abundabat, plurima et pulcherrima vasa argentea; diligenter curat ut omnibus rebus instructum et paratum sit convivium. Vocat ad cenam deinde Antiochus praetorem Verrem; exponit multum argentum, non pauca etiam pocula ex auro, quae gemmis erant distincta clarissimis. Erat etiam vas vinarium, ex una gemma pergrandi excava-tum, manubrio aureo, de quo nuper nobis testis fuit Caius Minucius. Postero die Verres mittit servum qui roget vasa ea, quae pulcherrima apud regem viderat, quasi (come se) vellet ea suis caelatoribus ostendere. Rex, qui illum non bene noverat, sine ulla suscipione libentissime dedit: at iste numquam ea reddidit.
i re della Siria, figli ancora ragazzi del re Antioco, sono stati da poco a Roma, per trattare sulle condizioni del loro impero con il senato. Uno di loro, che si chiama Antioco, ha voluto fare il viaggio attraverso la Sicilia ed è arrivato nella città di Siracusa, nella quale era pretore Verre. Subito Verre invitò a cena il re. Adorna in maniera grandiosa e lussuosa il triclinio; espone quel grandissimo numero e quei bellissimi vasi d'argento, di cui abbondava; con cura dispone che il banchetto sia provvisto e allestito con tutte le cose. In seguito Antioco invita a cena il pretore Verre; espone molto argento, e anche non pochi calici d'oro, che erano ornati di preziosissime gemme. C'era anche un vaso da vino, ricavato da un'unica enorme gemma, col manico d'oro, del quale ci è stato testimone poco fa Caio Minucio. Il giorno seguente Verre invia un servo per richiedere quei bellissimi vasi, che aveva visto dal re, come se volesse mostrarli ai suoi artigiani cesellatori. Il re, che non lo conosceva bene, glieli diede con estremo piacere senza alcun sospetto: ma costui non glieli restituì mai.
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Reges Syriae, regis Antiochi filii pueri, Romae nuper fuerunt, ut de rebus imperii sui cum senatu agerent. Eorum alter, qui Antiochus vocatur, iter per Siciliam facere vo-luit atque venit in urbem Syracusas, in qua Verres praetor erat. Statim regem ad cenam Verres vocavit. Exornat ample magnificeque triclinium; exponit ea, quibus abundabat, plurima et pulcherrima vasa argentea; diligenter curat ut omnibus rebus instructum et paratum sit convivium. Vocat ad cenam deinde Antiochus praetorem Verrem; exponit multum argentum, non pauca etiam pocula ex auro, quae gemmis erant distincta clarissimis. Erat etiam vas vinarium, ex una gemma pergrandi excava-tum, manubrio aureo, de quo nuper nobis testis fuit Caius Minucius. Postero die Verres mittit servum qui roget vasa ea, quae pulcherrima apud regem viderat, quasi (come se) vellet ea suis caelatoribus ostendere. Rex, qui illum non bene noverat, sine ulla suscipione libentissime dedit: at iste numquam ea reddidit.
i re della Siria, figli ancora ragazzi del re Antioco, sono stati da poco a Roma, per trattare sulle condizioni del loro impero con il senato. Uno di loro, che si chiama Antioco, ha voluto fare il viaggio attraverso la Sicilia ed è arrivato nella città di Siracusa, nella quale era pretore Verre. Subito Verre invitò a cena il re. Adorna in maniera grandiosa e lussuosa il triclinio; espone quel grandissimo numero e quei bellissimi vasi d'argento, di cui abbondava; con cura dispone che il banchetto sia provvisto e allestito con tutte le cose. In seguito Antioco invita a cena il pretore Verre; espone molto argento, e anche non pochi calici d'oro, che erano ornati di preziosissime gemme. C'era anche un vaso da vino, ricavato da un'unica enorme gemma, col manico d'oro, del quale ci è stato testimone poco fa Caio Minucio. Il giorno seguente Verre invia un servo per richiedere quei bellissimi vasi, che aveva visto dal re, come se volesse mostrarli ai suoi artigiani cesellatori. Il re, che non lo conosceva bene, glieli diede con estremo piacere senza alcun sospetto: ma costui non glieli restituì mai.