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Emerserit etiam ex peculatus iudicio: meditetur (Verres), de ducibus hostium quos accepta pecunia liberavit, quaerat non solum quem ad modum nostro crimini, verum etiam quo pacto suae confessioni possit mederi, meminerit se priore actione (= “nel primo dibattito”), clamore populi Romani infesto atque inimico excitatum, confessum esse duces praedonum a se securi non esse percussos, se iam tum esse veritum ne sibi crimini daretur (= “di essere incriminato con l’accusa...”) eos ab se pecuniā liberatos; fateatur, id quod negari non potest, se privatum hominem praedonum duces vivos atque incolumes domi suae, postea quam Romam redierit, retinuisse. Confringat iste sane vi sua consilia senatoria, quaestiones perrumpat, evolet ex vestra severitate: mihi credite, artioribus laqueis apud populum Romanum tenebitu
Sia pure liberato dall'accusa di peculato: pensi ai capi dei nemici che ha liberato per avere ricevuto del denaro, cerchi in quale modo possa rimediare non solo alla nostra accusa, ma anche a quale condizione alla sua confessione, ricordi che nel primo dibattimento egli, stimolato dalle grida minacciose e ostili del popolo romano, ha ammesso che i capi dei pirati non erano stati da lui mandati a morte (letteralmente: colpiti con la scure), che lui già allora aveva temuto di essere incriminato con l'accusa di averli liberati perché era stato pagato; ammetta, cosa che non può negare, che egli, da privato cittadino, dopo essere tornato a Roma, ha tenuto i capi dei pirati vivi ed incolumi nella sua casa. Infranga costui totalmente con la sua potenza le delibere del senato, superi le inchieste, si sottragga alla vostra severità: credetemi, verrà tenuto da lacci più stretti davanti al popolo romano.
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Intellegi necesse est in ipsis rebus, quae discuntur et cognoscuntur, invitamenta inesse, quibus ad discendum cognoscendumque moveamur. Ac veteres quidem philosophi in beatorum insulis fingunt qualis futura sit vita sapientium, quos cura omni liberatos, nullum necessarium vitae cultum aut paratum requirentes, nihil aliud acturos putant, nisi ut omne tempus inquirendo ac discendo in naturae cognitione consumant. Nos autem non solum beatae vitae istam esse oblectationem videmus, sed etiam levamentum miseriarum. Itaque multi, cum in potestate essent hostium aut tyrannorum, multi in custodia, multi in exilio, dolorem suum doctrinae studiis levarunt. Phalereus Demetrius, princeps suae civitatis, cum patria pulsus esset iniuriä (ingiustamente), ad Ptolemaeum regem Alexandriam se contulit. Qui, cum philosophiä excelleret, multa praeclara in illo calamitoso otio scripsit, non ad usum suum, sed ad animi cultum.
È necessario rendersi conto che l'attrattiva da cui siamo spinti ad imparare e a conoscere sta in ciò stesso che s'impara e si conosce. E infatti I vecchi filosofi immaginano quale sia, nelle isole dei beati, la vita dei sapienti che, liberati da ogni preoccupazione, non avendo bisogno di nessuna cura o preparazione necessaria alla vita, essi non faranno nessun'altra cosa se non trascorrere tutto il tempo indagando e imparando nella conoscenza della natura. Noi invece realizziamo che non c'è solo l'attrattiva stessa di una vita beata, ma anche il sollievo delle miserie. E così molti, essendo sotto il dominio dei nemici o dei tiranni, molti in prigione, molti in esilio, alleviarono il loro dolore con gli studi delle dottrine. Demetrio di Falera, capo della sua città, esiliato ingiustamente dalla patria, si recò ad Alessandria dal re Tolomeo. Poiché eccelleva nella filosofia, in quel suo disgraziato periodo di inattività egli scrisse molte ottime opere, non per proprio uso, ma per la cura dell'anima.
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Non sunt in senectute vires. Ne postulantur quidem vires a senectute. Ergo et legibus et institutis vacat aetas nostra muneribus iis, quae non possunt sine viribus sustineri. At multi ita sunt imbecilli senes, ut nullum officii aut omnino vitae munus exsĕqui possint. At id quidem non proprium senectutis vitium est, sed commune valetudĭnis. Resistendum senectuti est eiusque vitia diligentiā compensanda sunt; pugnandum tamquam contra morbum sic contra senectutem, habenda ratio valetudĭnis, utendum exercitationibus modĭcis, tantum cibi et potiōnis adhibendum ut reficiantur vires, non opprimantur. Nec vero corpori solum subveniendum est, menti atque animo multo magis; nam haec quoque extinguuntur senectute. Et corpora quidem exercitationum defatigatione ingravescunt, animi autem se exercendo levantur. Ut petulantia, ut libido magis est adulescentium quam senum, sic ista senilis stultitia quae deliratio appellari solet, senum levium est, non omnium. Ut enim adulescentem in quo est senile aliquid, sic senem in quo est aliquid adulescentis probo; quod qui sequitur, corpore senex esse poterit, animo numquam erit.
Nella vecchiaia non ci sono forze. Nemmeno si pretendono forze dalla vecchiaia. Dunque, sia per leggi che per consuetudini, la nostra età è priva di quei compiti che non si possono sopportare senza le forze. Ma molti vecchi sono così deboli da non poter eseguire nessun compito del dovere o addirittura della vita. Ma questo, in verità, non è un difetto proprio della vecchiaia, ma comune dello stato di salute. Bisogna opporsi alla vecchiaia e compensare i suoi vizi con la diligenza; bisogna combattere contro la vecchiaia così come contro una malattia, bisogna aver cura della salute, awalersi di piccoli esercizi, assumere cibo e bevande tanto che le forze si riprendano, non siano oppresse. Né bisogna soccorrere solo il corpo, ma molto di più la mente e lo spirito; infatti anche queste sono invalidate dalla vecchiaia. E i corpi si indeboliscono per la fatica degli esercizi, mentre gli animi si risollevano esercitandosi. Come l'insolenza, come il piacere è più dei giovani che dei vecchi, così questa demenza senile che è solita essere chiamata delirio, è dei vecchi sconsiderati, non di tutti. Come infatti approvo il giovane in cui ci sia qualcosa di senile, così il vecchio in cui ci sia qualcosa di giovanile; chi mette in pratica questo, potrà anche essere vecchio nel corpo, giammai lo sarà nello spirito.
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Multis et doctis hominibus verisimile videtur somnios futura praedicere. Eudemus Cyprius, familiaris Aristotelis philophi, iter in Macedoniam faciens Pheras venit, quae erat urbs in Thessalia tum admodum nobilis, sed ab Alexandro tyranno crudeli dominatu tenebatur. In eo igitur in oppidum in tentum morbum Eudemus incidit ut omnes medici iam de eius salute desperarent. Cum graviter in lectulo aegrotaret, ei visus in quiete (= nel sonno) iuvenis egregia facie dicens eum perbrevi tempore ad sanitatem reducturum esse, paucisque diebus interitum esse Alexandrum tyrannum, ipsum autem Eudemum quinquennio post domum esse rediturum. Atque ita quidem prima statim consecuta sunt: et convaluit Eudemus et ab uxoris fratribus interfectus est tyrannus. Quinto anno autem exeunte, cum esset spes ex illo somnio in Cyprum illum ex Sicilia esse rediturum, proelians Eudemus ad Syracusas occidit. Ex quo ita illud somnium est interpretatum ut; cum animus Eudemi e corpore excessisset, tum domum revertisse videretu
Verosimile sembra a molti e dotti uomini che i sogni predicano il futuro. Eudemo di Cipro, amico del filosofo Aristotele, viaggiando verso la Macedonia giunse a Fere, che era una città in Tessaglia allora alquanto celebre, che tuttavia era governata dal tiranno Alessandro con una crudele dominazione. Dunque in quella città fu colpito da una malattia così grave, che tutti i medici ormai disperavano della sua salvezza. Mentre era nel letto gravemente ammalato, gli sembrò nel sonno che un giovane, di bell'aspetto, gli dicesse che in breve tempo sarebbe guarito e che in pochi giorni il tiranno Alessandro sarebbe morto e che Eudemo stesso sarebbe tornato a casa dopo cinque anni. E così le prime cose accaddero subito: Eudemo guarì e il tiranno fu ucciso dai fratelli della moglie. Terminando il quinto anno, avendo Eudemo da quel sogno la speranza che sarebbe tornato a Cipro dalla Sicilia, combattendo presso Siracusa egli morì. Da ciò così il sogno fu interpretato, che, essendo l'anima di Eudemo uscita dal corpo, allora sembrava essere tornata a casa.
traduzione versione libro Tantucci laboratorio 2
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Ad aperta et clara somnia veniamus, quale est de Simoniide, qui ab eo, quem humaverat, vetĭtus est navigare, quale etiam de Alexandro. Qui, cum Ptolomaeus, familiaris eius, in proelio telo venenāto ictus esset eoque vulnere summo cum dolore moreretur, Alexander adsĭdens somno est consopītus. Tum secundum quietem visus ei dicitur draco is, quem mater Olympias alebat, radiculam ore ferre et simul dicere quo illa loco nasceretur (traduci con l’indicativo), eius autem esse vim tantam ut Ptolomaeum facile sanaret. Cum Alexander experrectus narravisset amicis somnium, emissi sunt qui illam radiculam quaererent; qua inventa et Ptolomaeus sanatus dicitur et multi milites qui erant eodem genere teli vulnerati. Multa etiam sunt ex historiis prolāta somnia, matris Phalarĭdis, Cyri superioris, matris Dionysii, Poeni Hamilcăris, Hannibălis, P. Decii. Sed haec externa ob eamque causam ignota nobis sunt, nonnulla etiam ficta fortasse: quis enim auctor istorum?
Veniamo a (a parlare) dei sogni evidenti e chiari, come è quello fatto da Simonide, che fu dissuaso dal mettersi in viaggio per mare da un uomo che aveva seppellito, come anche quello fatto da Alessandro. Questi, quando Tolomeo, suo amico, fu ferito in battaglia da una freccia avvelenata e per questa ferita stava per morire tra atroci sofferenze, Alessandro, che sedeva vicino a lui, si addormentò. Quindi, si dice che durante il sonno gli sia apparso un serpente che, mentre la madre Olimpia lo nutriva, aveva in bocca un'erba e contemporaneamente gli diceva ove essa cresce; e poi che tanto grande era la sua virtù che avrebbe agevolmente guarito Tolomeo. Quando Alessandro svegliatosi, ebbe narrato il sogno agli amici, furono mandati alcuni uomini a cercare quell'erba, e si dice che, quando essa fu trovata, guarì sia Tolomeo che molti soldati feriti dallo stesso tipo di freccia. Sono tramandati dai racconti molti sogni, della madre di Falaride, di Ciro il grande, della madre di Dionisio, del cartaginese Amilcare, di Annibale, di P. Decio. Ma questi sono fatti di altre persone e per tale motivo non sono per noi certi, alcuni forse sono anche invenzioni: infatti, chi si fa garante di essi?