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Inizio: Est animuns in partes tributus duas quarunt altera rationis est particeps altera expers. Com igitur praecipitur ut nobismet ... Fine: saepe enin videmus fractos pudore qui ratione nulla vincerentur.
L'animo è diviso in due parti, delle quali l'una è partecipe della ragione, l'altra priva. Dunque, poiché c’è insegnato a dominare noi stessi, questo si prescrive che la ragione freni l’impulso irrazionale. Per natura nell'animo di tutti vi è un qualcosa quasi flessibile, dimesso, umile, snervato in certo modo languido. Se non ci fosse nient'altro, niente sarebbe più turpe dell'uomo; ma è presente, signora e regina di tutto, la ragione, che con i suoi personali sforzi e ulteriori progressi si trasforma in perfetta virtù. All'uomo deve sembrare giusto che questa (ragione) comandi a quella parte dell'animo, che deve obbedire. “In che modo?” Mi chiederai. O come un padrone al servo o come un comandante al soldato o come un padre al figlio. Se quella parte dell’anima che ho definito molle si comporterà in modo vergognoso, se si abbandonerà a lamenti e a lacrime da donna, è sopraffatta e costretta dalla custodia di amici e di parenti; infatti spesso vediamo sconfitti dalla vergogna, quelli che non sarebbero vinti da alcuna ragione.
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Sir vir bonus habeat hanc vim, ut, si digitis concrepuerit, possit in locupletium testamenta nomen eius inrepere, hac vi non utatur, ne si exploratum quidem habeat id omnino neminem umquam suspicaturum. At dares hanc vim M. Crasso, ut digitorum percussione heres posset scriptus esse, qui re vera non esset heres, in foro, mihi crede, saltaret. Homo autem iustus isque, quem sentimus virum bonum, nihil cuiquam, quod in se transferat, detrahet. Hoc qui admiratur, is se, quid sit vir bonus, nescire fateatur. At vero, si qui voluerit animi sui complicatam notionem evolvere, iam se ipse doceat eum virum bonum esse, qui prosit, quibus possit, noceat nemini nisi lacessitus iniuria. Quid ergo? Hic non noceat, qui quodam quasi veneno perficiat, ut veros heredes moveat, in eorum locum ipse succedat? "Non igitur faciat" dixerit quis, "quod utile sit, quod expediat?" Immo intellegat nihil nec expedire nec utile esse, quod sit iniustum. Hoc qui non didicerit, bonus vir esse non poterit.
Perciò se (un galantuomo) uomo buono avesse una tale potenza da essere in grado di far inserire il suo nome nei testamenti con un semplice schiocco delle dita, non se ne servirebbe, neppure se avesse la sicurezza che nessuno mai nutrirebbe sospetti; ma se tu dessi questo potere a Marco Crasso, di essere ciò, con un semplice schiocco delle dita, registrato come erede senza essere realmente erede, credi a me, si metterebbe a danzare nel Foro. Invece l'uomo giusto e quello che intendiamo per uomo onesto, non sottrarrebbe niente a nessuno per prenderselo per sè. Chi si meraviglia di ciò, ammette di non sapere che cosa sia un uomo onesto. Ma se qualcuno vorrà sviluppare il concetto involuto nel proprio animo, si convincerà che è uomo onesto colui che giova a chi può e non nuoce ad alcuno, a meno che non sia stato provocato da un'offesa. Dunque, non nuoce chi, con una specie di sortilegio, fa in modo d'allontanare i veri eredi per mettersi al posto loro? "Non dovrà? fare, dunque, dirà qualcuno "ciò che è utile, che gli giova?" Anzi capisca che nulla giova né è utile, se è ingiusto. Chi non capirà ciò, non potrà essere un uomo onesto.
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Dionysius tyrannus, cum bonis parentibus esset atque honesto loco abundaretque et aequalium familiaritatibus et consuetudine propinquorum, credebat eorum nullo, sed corporis custodiam feris barbaris committebat, quos ipse delegerat quibusque nomen servitutis detraxerat. Ita propter iniustam dominatus cupiditatem in carcerem quodam modo ipse se incluserat. Quin etiam, ne tonsori collum committeret, tondere filias suas docuit. Ita sordido ancillarique artificio regiae virgines ut tonstriculae tondebant barbam et capillum patris. Et tamen ab iis ipsis, cum iam essent adultae, ferrum removit instituitque ut candentibus iuglandium putaminibus barbam sibi et capillum adurerent. Cumque duas uxores haberet, noctu ad eas ventitabat, cum tantum omnia circumspexisset summa cum prudentia. Et cum fossam latam cubiculari lecto circumdedisset eiusque fossae transitum ponticulo ligneo coniunxisset, eum ipsum, cum forem cubiculi clauserat, detorquebat.
Il tiranno Dionisio, benchè fosse (essendo stato) di buone origini e di onorata famiglia, e abbondasse di amici tra i coetanei e parenti prossimi, non si fidava di nessuno di loro e affidava la tutela del (suo) corpo a crudeli barbari, che egli stesso aveva scelto e ai quali aveva tolto il nome della schiavitù. Così, per il desiderio ingiusto di dominio si era in un certo senso rinchiuso in una prigione. Addirittura, per non affidare la gola ad un barbiere, insegnò alle sue figlie a rasare. Così, esercitando un sordido mestiere servile, le fanciulle regali (quindi: 'le principesse'), come parrucchiere, tagliavano la barba e i capelli del padre. E tuttavia da quelle stesse (cioè dalle figlie), quando erano ormai adulte, tolse il ferro (nel senso: gli strumenti di ferro per radere) e decise di bruciarsi barba e capelli con gusci ardenti di noci. Avendo due mogli, di notte andava da loro solo dopo aver ispezionato tutto con grandissima attenzione. E avendo condotto un largo fossato attorno al letto della (sua) camera e avendo unito il passaggio di quel fossato con un ponticello di legno, che lui stesso girava dopo aver chiuso la porta della stanza.
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Inizio: Populus est non omnis hominum coetus quoquo modo congregatus Fine: et communionis ac societatis adpetens esset.
Il popolo non è ogni sorta di assemblea di uomini riuniti in qualunque maniera, ma un'assemblea di gente fondata sull’accordo della legge e sulla comunanza di interessi. La causa prima di quel radunarsi non è tanto la debolezza quanto una certa, per così dire, tendenza a raggrupparsi innata degli uomini. Alcuni non addussero una sola causa e origine della costruzione della città, ma altri raccontano come fossero prede delle bestie e degli animali più feroci quegli uomini che siano nati per primi dalla terra, dal momento che conducevano una vita errabonda per boschi e campi e non erano uniti da legame di lingua o di legge. Allora raccontano che quelli che erano fuggiti dilaniati o avevano visto i vicini essere dilaniati, ammoniti del proprio pericolo, ricorsero agli altri uomini, chiesero aiuto e manifestarono la loro intenzione dapprima con cenni del capo, quindi tentarono i rudimenti di un linguaggio. Poichè d'altra parte vedevano che quella folla non era al sicuro dalle bestie, (raccontano che) cominciarono anche a fortificare le città. Queste (motivazioni) sembrarono sciocchezze agli altri dotti uomini, e dissero che la causa dell’ unirsi non fu lo scempio delle bestie feroci ma piuttosto la stressa umanità (natura umana) e così (gli uomini) si riunirono tra loro poiché la natura degli uomini fugge la solitudine e cerca di raggiungere lo stare insieme e la socialità.
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Scipio domi erat, cum servus nuntiavit Laelium de domo sua exisse et cum amicis venturum esse. Tum Scipio, calceis et vestimentis sumptis, e cubiculo egressus, Laelium et eos, qui cum eo venerant, S. M. , quem in primis diligebat, C. F. et Q. S. , generos Laelii, doctos homines salutavit. Cum hos omnes salutavisset, convertit se in porticum, medium tenens Laelium. Nam in eorum amicitia fuit hoc quasi pactum: in bello, propter eximiam eius gloriam, Africanum sicut deum colebat Laelius; in pace vicissim Laelium, quod aetate antecedebat, in patris loco observabat Scipio. Deinde cum essent pauca inter se collocuti Scipionique eorum adventus periucundus et pergratus fuisset, statuerunt in aprico pratuli loco (nam erat hibernum tempus anni) consedere. Hoc cum facturi essent, intervenit vir prudens omnibus illis iucundus et carus, Marcus Manilius, qui, a Scipione ceterisque amicissime consalutatus, adsedit proximus Laelio.
Scipione era a casa, quando il servo annunziò che Lelio era uscito da casa sua e stava per venire con degli amici. Allora Scipione, indossate le calzature e le vesti, uscito dalla stanza da letto, salutò Lelio e quelli che erano venuti con lui, Spurio Mummio, che egli soprattutto prediligeva, Caio Fannio e Quinto Scevola, generi di Lelio, uomini dotti. Dopo averli salutati tutti, si diresse al portico, tenendo Lelio al centro. Infatti nella loro amicizia ciò fu quasi un patto: in guerra, per la sua straordinaria gloria, Lelio onorava Africano come un dio; viceversa, in pace, Scipione onorava Lelio, poiché lo precedeva per età, in luogo del padre. In seguito, poiché avevano scambiato poche parole tra di loro e il loro arrivo fu piacevolissimo e graditissimo a Scipione decisero di seder insieme in un luogo soleggiato del praticello. Quando stavano per far ciò, sopraggiunse un uomo accorto, gradito e caro a tutti quelli, Marco Manilio, il quale, salutato molto amichevolmente da Scipione e dagli altri, si sedette vicino a Lelio