- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 1
Nullus vir fuit in nostra civitate praestantior Scaevola et Crasso. Nam alter iuriconsultorum fuit disertissimus, alter disertorum hominum fuit consultissimus; in reliquis rebus dissimillimi erant inter se, tamen haud scio utrius me similiorem esse cupiam. Crassus erat elegantium hominum parcissimus, Scaevola parcorum hominum elegantissimus; Crassus in iucundissima comitate habebat etiam severitatis satis, Scaevolae multa in severitate no deerat tamen comitas. Omnes virtutes excellentissimae erant in iis, nec poterat intellegi uter laudabilior esset
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 1
Nunc homo audacissimus atque amentissimus hoc cogitat. Intellegit me ita paratum atque instructum in iudicium venire, ut non modo in auribus vestris, sed in oculis omnium, sua furta atque flagitia defixurus sim. Videt senatores multos esse testis audaciae suae; videt multos equites Romanos frequentis praeterea civis atque socios, quibus ipse insignis iniurias fecerit. Videt etiam tot tam gravis ab amicissimis civitatibus legationes, cum publicis auctoritatibus convenisse. Quae cum ita sint, usque eo de omnibus bonis male existimat, usque eo senatoria iudicia perdita profligataque esse arbitratur, ut hoc palam dictitet, non sine causa se cupidum pecuniae fuisse, quoniam in pecunia tantum praesidium experiatur esse.
Secondo tipo da altro libro stesso titolo
Nunc homo audacissimus atque amentissimus hoc cogitat. Intellegit me ita paratum atque instructum in iudicium venire, ut non modo in auribus vestris, sed in oculis omnium, sua furta atque flagitia defixurus sim. Videt senatores multos esse testis audaciae suae; videt multos equites Romanos frequentis praeterea civis atque socios, quibus ipse insignis iniurias fecerit. Videt etiam tot tam gravis ab amicissimis civitatibus legationes, cum publicis auctoritatibus convenisse. Quae cum ita sint, usque eo de omnibus bonis male existimat, usque eo senatoria iudicia perdita profligataque esse arbitratur, ut hoc palam dictitet, non sine causa se cupidum pecuniae fuisse, quoniam in pecunia tantum praesidium experiatur esse: sese (id quod difficillimum fuerit) tempus ipsum emisse iudici sui, quo cetera facilius emere postea posset; ut, quoniam criminum vim subterfugere nullo modo poterat, procellam temporis devitaret. Quod si non modo in causa, verum in aliquo honesto praesidio, aut in alicuius eloquentia aut gratia, spem aliquam conlocasset, profecto non haec omnia conligeret atque aucuparetur; non usque eo despiceret contemneretque ordinem senatorium, ut arbitratu eius deligeretur ex senatu, qui reus fieret; qui, dum hic quae opus essent compararet, causam interea ante eum diceret. Quibus ego rebus quid iste speret et quo animum intendat, facile perspicio. Quam ob rem vero se confidat aliquid perficere posse, hoc praetore, et hoc consilio, intellegere non possum. Unum illud intellego (quod populus Romanus in reiectione iudicum iudicavit), ea spe istum fuisse praeditum ut omnem rationem salutis in pecunia constitueret; hoc erepto praesidio, ut nullam sibi rem adiumento fore arbitraretur.
Il Criminale di Verre Cicerone
Cicerone libro tradurre con metodo
Ora, questo pensa (questo) uomo audacissimo e sfontatissimo e decisamente folle è consapevole (intellegit) che io giungo a al giudizio così preparato e attrezzato che imprimerò non solo nelle vostre orecchie, ma anche negli occhi di tutti i suoi furti e i crimini. (Quest'uomo) scorge molti senatori che sono testimoni della sua impudenza; vede molti cavalieri romani, oltre a numerosi cittadini e alleati, contro i quali egli aveva indirizzato le gravi infamie; vede, infine, esser convenute, investite di pubblica autorevolezza, numerose e altrettanto importanti delegazioni di popoli molto uniti. Sebbene le cose stiano in questo modo, egli ha così in pessima stima tutte le persone oneste, considera fino a tal punto viziati e corrotti i giudizi senatoriali, che va ripetendo spesso di essere avido di denaro non senza motivo, dato che ha avuto modo di sperimentare che soltanto nel denaro consiste l' aiuto.
Secondo tipo da altro libro stesso titolo
E ora, tali sono i pensieri di (quest') uomo oltremodo sfrontato e (altresì) decisamente folle : (egli) è consapevole che io giungo a (questo) processo così preparato e attrezzato (di prove schiaccianti da ribaltargli contro) che imprimerò non solo nelle vostre orecchie, ma anche negli occhi di tutti (coloro che prendono parte al processo) i suoi furti e i (suoi) crimini. (Egli) scorge molti senatori chiamati a testimoni della sua impudenza; vede (altresì) molti cavalieri romani, oltre a numerosi cittadini e provinciali , contro i quali egli aveva indirizzato le (sue) gravi infamie; vede, infine, esser (qui) convenute, investite di pubblica autorevolezza , numerose e altrettanto importanti delegazioni di popoli (a noi) molto uniti (politicamente). Sebbene le cose stiano in questo modo, egli (tuttavia) ha così in pessima stima tutte le persone oneste , considera fino a tal punto viziati e decaduti/corrotti i tribunali senatoriali, che va ripetendo spesso di sentirsi quasi "costretto" alla corruzione , dato che ha avuto modo di sperimentare che soltanto nel denaro consiste il (vero) aiuto: e (ripete spesso) d'aver (effettivamente) comprato - cosa davvero difficile! - la data stessa del suo processo, fatta la qual cosa poter, in seguito, comprare più facilmente tutto ciò che vien dopo ; tal che, poiché non riusciva a sottrarsi in alcun modo alla forza probante dei (suoi) crimini, evitasse (almeno) la difficile situazione di (quel) momento. Dato che se egli avesse nutrito una qualche speranza non solo nel processo (in sé per sé) , ma almeno in qualche onesto aiuto, o nella facondia o influenza di qualche (avvocato), certamente non avrebbe raccolto, e non sarebbe andato in cerca , di tutte queste (perverse) "scorciatoie" ; ed egli non sdegnerebbe e non disprezzerebbe l'ordine senatorio a tal punto da "pizzicare" , a proprio arbitrio, (un membro) del senato , per farlo diventare un accusato ; e mentre quello difendeva la (propria) causa prima di lui , costui nel frattempo poteva ordire ciò che potesse essergli necessario . Io francamente , stando così le cose, comprendo la sua speranza e la sua intenzione ; ma di contro non riesco (proprio) a capire per quale motivo egli confida di riuscire a ricavar(n)e qualcosa, essendo tale il pretore e tale la giuria . Capisco (perfettamente) solo questo - cosa che (del resto lo stesso) popolo romano arguì all'atto del rifiuto dei giudici (sorteggiati) : (ovvero) che costui nutrisse la speranza di ordire tutto il (suo) apparato di difesa sulla corruzione ; e che, saltato questo espediente di difesa, riteneva che nessun'altra cosa gli sarebbe stata d'aiuto.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 1
Nam et a re publica forensibusque negotiis armis impiis vique prohibiti otium persequimur et ob eam causam urbe relicta rura peragrantes saepe soli sumus. Sed nec hoc otium cum Africani otio nec haec solitudo cum illa comparanda est. Ille enim requiescens a rei publicae pulcherrimis muneribus otium sibi sumebat aliquando et coetu hominum frequentiaque interdum tamquam in portum se in solitudinem recipiebat nostrum autem otium negotii inopia non requiescendi studio constitutum est. Extincto enim senatu deletisque iudiciis quid est quod dignum nobis aut in curia aut in foro agere possimus? Ita qui in maxima celebritate atque in oculis civium quondam vixerimus nunc fugientes conspectum sceleratorum quibus omnia redundant abdimus nos quantum licet et saepe soli sumus. Sed quia sic ab hominibus doctis accepimus non solum ex malis eligere minima oportere sed etiam excerpere ex his ipsis si quid inesset boni propterea et otio fruor non illo quidem quo debeat is qui quondam peperisset otium civitati nec eam solitudinem languere patior quam mihi adfert necessitas non voluntas
Infatti tenuto lontano dalla vita politica e dagli affari forensi dalla violenza delle armi sacrileghe sono costretto a vivere in ozio e per questo motivo lasciata la città vagando per i campi spesso sono solo. Ma né quest'ozio si può paragonare con quello dell'Africano né questa mia solitudine con quella; egli per ricrearsi dagli importantissimi affari dello Stato di quando in quando si prendeva un periodo di riposo e dalle assemblee e dagli affollamenti cittadini si rifugiava talora nella solitudine come in un porto; il mio ozio invece è causato non dal desiderio di riposo ma dalla mancanza di affari. Sparito ormai il senato e distrutti i tribunali che cosa c'è che io possa fare degno di me nella curia e nel foro? Pertanto io che vissi un tempo assai frequentemente in pubblico e sotto gli occhi dei cittadini ora fuggendo la vista degli sciagurati dei quali è pieno ogni luogo mi nascondo quanto è possibile e spesso sono solo. Ma poiché ho imparato dai filosofi non solo che tra i mali conviene scegliere i minori ma anche trarre da essi stessi ciò che possono contenere di buono perciò mi avvalgo di questa tranquillità - non quella in verità che dovrebbe avere un uomo che un tempo ha procurato la tranquillità alla patria - e non mi lascio prostrare da quella solitudine che mi è imposta dalla necessità non dalla mia volontà.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 1
Meum semper iudicium fuit omnia nostros aut invenisse per se sapientius quam Graecos aut accepta ab illis fecisse meliora, quae quidem digna statuissent, in quibus elaborarent. Nam mores et instituta vitae resque domesticas ac familiaris nos profecto et melius tuemur et lautius, rem vero publicam nostri maiores certe melioribus temperaverunt et institutis et legibus. quid loquar de re militari? in qua cum virtute nostri multum valuerunt, tum plus etiam disciplina. iam illa, quae natura, non litteris adsecuti sunt, neque cum Graecia neque ulla cum gente sunt conferenda. quae enim tanta gravitas, quae tanta constantia, magnitudo animi, probitas, fides, quae tam excellens in omni genere virtus in ullis fuit, ut sit cum maioribus nostris comparanda? Doctrina Graecia nos et omni litterarum genere superabat; in quo erat facile vincere non repugnantes.
Io sono stato sempre convinto che i Romani nelle loro creazioni originali o abbiano mostrato più ingegno dei Greci, o abbiano reso più perfetto quanto hanno preso da essi - quello almeno che giudicavano meritevole del loro impegno. Effettivamente, le consuetudini e le norme della vita privata, e gli affari concernenti l'amministrazione della casa e la cura della famiglia, hanno avuto da noi un'organizzazione migliore e più degna; e per quanto riguarda lo Stato, senza dubbio i nostri antenati seppero regolarne l'equilibrio con istituzioni e con leggi migliori. Dell'arte militare non c'è bisogno di dire, perché in quel campo i Romani, oltre a distinguersi per il loro valore, brillarono anche e soprattutto per scienza teorica. E poi, se si considerano le doti naturali e non quelle acquisite con l'educazione, né il popolo greco né nessun altro può reggere al nostro confronto. Chi poté mai vantare una dignità, una fermezza di carattere, una grandezza d'animo, una rettitudine, una lealtà, e una superiorità morale sotto ogni punto di vista tale da potersi mettere a paragone con quella dei nostri padri? La Grecia ci era superiore in cultura e in ogni genere di studi: ma in quel campo era facile vincere, dal momento che non c'erano avversari
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 1
Ego minus saepe do ad vos litteras, quam possum, propterea quod cum omnia mihi tempora sunt misera, tum vero, cum aut scribo ad vos aut vestras lego, conficior lacrimis sic, ut ferre non possim. Quod utinam minus vitae cupidi fuissemus! certe nihil aut non multum in vita mali vidissemus. Quod si nos ad aliquam alicuius commodi aliquando recuperandi spem fortuna reservavit, minus est erratum a nobis; si haec mala fixa sunt, ego vero te quam primum, mea vita, cupio videre et in tuo complexu emori, quoniam neque di, quos tu castissime coluisti, neque homines, quibus ego semper servivi, nobis gratiam rettulerunt. Nos Brundisii apud M. Laenium Flaccum dies XIII fuimus, virum optimum, qui periculum fortunarum et capitis sui prae mea salute neglexit neque legis improbissimae poena deductus est, quo minus hospitii et amicitiae ius officiumque praestaret: huic utinam aliquando gratiam referre possimus! habebimus quidem semper. Brundisio profecti sumus a. d. II K. Mai. : per Macedoniam Cyzicum petebamus. O me perditum! O afflictum! Quid enim? Rogem te, ut venias? Mulierem aegram, et corpore et animo confectam. Non rogem? Sine te igitur sim? Opinor, sic agam: si est spes nostri reditus, eam confirmes et rem adiuves; sin, ut ego metuo, transactum est, quoquo modo potes ad me fac venias. Unum hoc scito: si te habebo, non mihi videbor plane perisse. Sed quid Tulliola mea fiet? iam id vos videte: mihi deest consilium. Sed certe, quoquo modo se res habebit, illius misellae et matrimonio et famae serviendum est. Quid? Cicero meus quid aget? iste vero sit in sinu semper et complexu meo. Non queo plura iam scribere: impedit maeror. Tu quid egeris, nescio: utrum aliquid teneas an, quod metuo, plane sis spoliata. Pisonem, ut scribis, spero fore semper nostrum. De familia liberanda nihil est quod te moveat: primum tuis ita promissum est, te facturam esse, ut quisque esset meritus; est autem in officio adhuc Orpheus, praeterea magno opere nemo; ceterorum servorum ea causa est, ut, si res a nobis abisset, liberti nostri essent, si obtinere potuissent, sin ad nos pertineret, servirent praeterquam oppido pauci. Sed haec minora sunt. Tu quod me hortaris, ut animo sim magno et spem habeam recuperandae salutis, id velim sit eiusmodi, ut recte sperare possimus. Nunc miser quando tuas iam litteras accipiam? quis ad me perferet? quas ego exspectassem Brundisii, si esset licitum per nautas, qui tempestatem praetermittere noluerunt. Quod reliquum est, sustenta te, mea Terentia, ut potes. Honestissime viximus, floruimus: non vitium nostrum, sed virtus nostra nos afflixit; peccatum est nullum, nisi quod non una animam cum ornamentis amisimus; sed, si hoc fuit liberis nostris gratius, nos vivere, cetera, quamquam ferenda non sunt, feramus. Atqui ego, qui te confirmo, ipse me non possum. Clodium Philetaerum, quod valetudine oculorum impediebatur, hominem fidelem, remisi. Sallustius officio vincit omnes. Pescennius est perbenevolus nobis, quem semper spero tui fore observantem. Sicca dixerat se mecum fore, sed Brundisio discessit. Cura, quoad potes, ut valeas et sic existimes, me vehementius tua miseria quam mea commoveri. Mea Terentia, fidissima atque optima uxor, et mea carissima filiola et spes reliqua nostra, Cicero, valete. Pr. K. Mai. Brundisio.
Vi scrivo meno di quanto potrei, perché, se ogni istante è miserabile per me quando poi scrivo a voi o leggo le vostre lettere, allora mi struggo in lacrime, da non poter resistere. Oh, se avessi meno desiderato la vita! Non avrei certamente veduto alcuno o molti mali nella vita stessa. Se dunque la fortuna mi ha risparmiato per qualche speranza di ricuperare prima o poi un poco di felicità, il mio errore non è stato grande; ma se queste sventure sono definitive, desidero vederti al più presto, o vita mia, e fra le tue braccia morire, dal momento che né gli dei, da te purissimamente onorati, né gli uomini, da me sempre serviti, ci contraccambiarono. Sono rimasto a Brindisi, presso Marco Lenio Flacco, tredici giorni. Persona ottima, egli trascurò, per salvarmi, il rischio di perdere i bene e la testa, e non si lasciò dissuadere dalla pena che commina una legge iniquissima, dal compiere i sacri doveri dell'ospitalità e dell'amicizia. Magari un giorno possa io contraccambiargli il beneficio! La riconoscenza sarà comunque eterna. Partii da Brindisi il 30 aprile, diretto a Cizico attraverso la Macedonia. Sono un uomo rovinato, un uomo abbattuto! Come potrei chiederti di raggiungermi, donna malata e stremata nelle forze fisiche e morali? Non te lo chiederò? Rimarrò dunque senza di te? Penso di fare così: se esistono speranze di un mio ritorno, rafforzale e datti da fare in questo senso; se, come temo, la partita è chiusa, cerca di raggiungermi a qualsiasi costo. Questo solo sappi bene: se ti avrò con me, non mi sembrerà di aver perso tutto. Ma che avverrà della mia piccola Tullia? Vedete ormai voi, io non so che ben fare. In ogni caso, è certo che quella poverina deve tener conto sia del suo matrimonio che della sua reputazione. E poi, che farà il mio Cicerone? Egli sì vorrei fosse sempre sulle mie ginocchia, fra le mie braccia. Non posso scrivere oltre, a questo punto; me lo impedisce lo sconforto. Cosa tu faccia lo ignoro, se possiedi qualcosa o, come temo, sia stata spogliata di tutto Pisone, come scrivi, spero sarà sempre dei nostri. Quanto alla liberazione degli schiavi, non c'è motivo di preoccuparti. Anzitutto ai tuoi fu promesso che avresti agito verso ciascuno secondo i suoi meriti, e ligio al suo dovere è tuttora Orfeo, nessun altro assolutamente. Quanto ai rimanenti servi, la cosa sta così: che se ci fossero alienati, divengano nostri liberti, qualora possano ottenerlo; se dipendessero ancora da noi, ci servano, a eccezione di pochissimi. Ma queste sono faccende di minor conto. Quanto alle tue esortazioni di confidare e sperare di riprender vita, vorrei fosse cosa in cui potessimo sperare legittimamente. Ora, infelice, quando più riceverò una tua lettera? Chi me la porterà? L'avrei aspettata a Brindisi, se non l'avessero permesso i marinai, mentre non vollero lasciarsi sfuggire il bel tempo. Per il resto, vivi, o mia Terenzia, col medesimo decoro, come puoi fare. Siamo vissuti floridamente, fummo abbattuti non da una colpa, ma da un merito: nessuna colpa abbiamo commesso, tranne quella di non aver abbandonato la vita insieme ai suoi ornamenti. Ma se fu più gradevole ai nostri figli che noi vivessimo, sopportiamo tutto il resto, per quanto sia insopportabile! Eppure io, che cerco di farti coraggio, non posso darne a me stesso. Ho rimandato indietro Clodio Filetero, elemento fedele, perché angustiato dal male agli occhi. Sallustio supera tutti in zelo; Pescennio è devotissimo a me, e spero sarà sempre riguardoso verso di te. Sicca mi aveva promesso di stare con me, ma poi è partito da Brindisi. Cerca, come puoi, di star sana e, credi che io mi turbo più per la tua infelicità che per la mia. Terenzia mia, fedelissima e ottima moglie, e mia carissima figliola, e tu, speranza mia superstite, Cicerone, state bene.
Brindisi, 30 Aprile