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Postquam Samnites devicti et subacti sunt, nullus hostis fuit in Italia, qui Romanos bello fatigaverit. ... sed in regnum suum revertit, in quo decessit, cum ictus esset lapide dum urbem quandam obsidet.
Dopo che i Sanniti furono sconfitti e sottomessi, non ci fu più in Italia nessun nemico che avrebbe estenuato i romani in una guerra. Quasi nello stesso tempo fu proclamata guerra ai tarantini, che abitavano in Magna Grecia, perché avevano recato ingiuria ai luogotenenti dei romani. Quelli chiesero soccorso a Pirro, re dell’Epiro. Quello subito giunse in Italia con il suo esercito e vinse il console Levino con l’aiuto degli elefanti, che i romani non avevano visto in precedenza in nessun combattimento. Tuttavia, essendo dopo stato vinto da Curio Dentato, inviò a Roma ambasciatori perché trattassero per la pace. Non essendo stata concessa questa (pace), Pirro perse ogni speranza sulla vittoria e non fece nulla di ostile contro i romani, ma ritornò nel suo regno nel quale morì, essendo stato colpito da una pietra mentre assediava una città.
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Eodem anno tres clades magno cum dedecore a Romanis acceptae sunt. ... non longe a Trasumeno lacu, qui est inter Tusciam et Umbriam.
Nello stesso anno i Romani ricevettero tre sconfitte con un grande disonore. Lo stesso Annibale trasportò il suo esercito dalla Spagna in Italia per assediare la stessa Roma e depredare le sue case e i suoi templi. Dopo avere oltrepassato le Alpi, molti Liguri e molti Galli si unirono al suo esercito per condurre le proprie milizie contro Roma e devastarla con le proprie forze. Per primo Cornelio Scipione si oppose ad Annibale con il suo esercito, ma, avendo dato inizio al combattimento presso il fiume Ticino, subì egli stesso una grave ferita e fu costretto a ritornare nel suo accampamento. Anche Sempronio Gracco combatté presso il fiume Trebbia contro lo stesso Annibale e le sue truppe e ricevette un’altra sconfitta. Così Annibale non interruppe la sua marcia attraverso le assai fertili regioni d’Italia ed arrivò in Etruria con grandi saccheggi e incendi. Qui attaccò il console Flaminio e inflisse la terza sconfitta al suo esercito non lontano dal Lago Trasimeno, che è tra l’Etruria e l’Umbria.
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Ut primum (Appena) ex pueritia Archias excessit atque ab iis artibus, quibus aetas puerilis informari solet, litterarum studiis operam dedit Antiochiae.... Romam venit et brevi tempore omnibus bonis et eruditis hominibus carus exstitit (divenne).
Appena Archia uscì dall'infanzia e da quelle discipline per cui l'età puerile è solita formarsi si dedicò allo studio delle lettere ad Antiochia. Questa città era ricca e piena di uomini di grande cultura a tal punto, da essere reputata la capitale dell’Asia. Qui Archia iniziò ad eccellere così velocemente su tutti nella gloria dell’ingegno che le sue visite nelle altre regioni dell’Asia ed in tutta la Grecia furono celebrate con grandissima attesa. Allora l’Italia era colma di arti e di discipline dei greci sicché questi studi venissero coltivati con passione grazie alla tranquillità dello Stato. Perciò sia i Tarentini sia i Reggini sia i Napoletani offrirono ad Archia il diritto di cittadinanza e ad altri premi. Infatti il suo ingegno era tale che tutti lo ricercavano e desideravano la sua amicizia. Poiché era tanta la sua fama giunse a Roma ed in breve tempo divenne amato da tutti gli uomini virtuosi ed eruditi.
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Cum Titus Quinctius Flamininus consul Macedones vicisset, universas Graeciae gentes ad ludos Isthmicos Corinthum convocavit... cum unusquisque non audire solum, sed videre libertatis suae nuntium averet.
Dopo che il Console Tito Quinzio Flaminino vinse i Macedoni, riunì l’intera Grecia ai giochi Istmici di Corinto. Appena tutti si furono presero posto allo spettacolo un banditore con un flautista avanzò in mezzo all’area per indire di qui i giochi pubblici con un solenne poema. Quivi il flautista fece fare silenzio e così con la tuba e il banditore annunciò: “Il Senato ed il Popolo romano e Tito Quinzio console e comandante, dopo che i Macedoni sono stati battuti, ordinano che siano liberi, esenti da imposte e con proprie leggi, i Corinzi, i Focesi ed i Locreesi e con questi l’isola Eubea e la Tessaglia, gli Achei e tutte le genti e qualunque città è stato sotto il potere del re Filippo e dei Macedoni”. Quando la voce del banditore fu ascoltata dagli spettatori, la gioia di tutti fu grandissima. Ognuno a stento poteva credere alle proprie orecchie: gli uni interrogavano gli altri, stupefatti come davanti a una specie di sogno millantatore. Con un grandissimo clamore e soddisfazione chiamarono il banditore al centro perché annunciasse nuovamente quelle cose, poiché ognuno non desiderava solo ascoltare, ma anche vedere il messaggero della sua libertà.
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Britanniam Romanis primus Iulius Caesar aperuit; eandem Iulius Agricola, qui Domitiani imperatoris temporibus vixit, totam subegit. ... In nemoribus habitant, in quibus tuguria exstruunt sibi et stabula pecori suo.
Giulio Cesare per primo rivelò ai Romani la Britannia; la stessa che sottomise tutta Giulio Agricola, che visse al tempo dell’imperatore Domiziano. Adriano la divise in due parti e costruì un muro dal mare Germanico al Mare d’Irlanda per difendere la parte inferiore dell’isola, che era soggetta ai Romani, dalle incursioni dei barbari che abitavano la Scozia, qualora invadessero la provincia. La maggior parte di quest’isola è pianeggiante, i cui abitanti superano i Galli per statura. Essi sono simili ai Galli per indole, ma più rozzi e barbari. I loro occhi sono per lo più cerulei ed i capelli biondi. Non hanno città, ma, se fortificano con alcune costruzioni un posto nei boschi, lo chiamano città. Abitano nei boschi, nei quali costruiscono capanne per loro stessi e stalle per il proprio bestiame.