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Magno natu quidam cum omnium malorum suorum insignibus se in forum proiecit. ... multis passim agminibus per omnes vias cum clamore in forum curritur. (da Livio)
Un tale nato da molto tempo con i segni di tutti i suoi guai irruppe nel foro. La veste era coperta di sporco. L’aspetto del corpo ancora più vergognoso devastato dal pallore e dalla magrezza; oltre ciò barba e capelli lunghi gli davano un’aria selvaggia. Benché sfigurato, era stato riconosciuto e si diceva che fosse stato un centurione e tutti insieme ricordavano anche altri onori militari; lui stesso mostrava le cicatrici in pieno petto, testimoni di onorevoli battaglie. A coloro che chiedevano da cosa dipendesse la sua condizione, donde venissero le deformità egli rispose che, durante la sua militanza nella guerra Sabina, i saccheggi non solo avevano razziato il raccolto, ma gli avevano anche fatto a pezzi la fattoria e portato via il bestiame. Che, colpito da quelle disgrazie aveva contratto debiti. Che questo, aggiunto all’usura, aveva portato via innanzitutto il podere paterno; che poi non era stato fatto schiavo, ma (addirittura) portato in carcere da un creditore. Quindi mostrò la schiena orrenda per i segni delle frustate. Avendo visto ed udito tali cose, sorse un gran clamore. Ormai il tumulto non si limita al Foro, ma invade quasi tutta la città. In nessun luogo manca un compagno volontario alla sommossa; con molte schiere qua e la per tutte le strade si corre gridando verso il Foro.
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Quae vita beatior esse potest quam eorum, qui agrorum culturae dant operam?..., eburneo scipione deposito, agrestem stivam aratri repetere.
Quale vita può essere più beata di quella di quelli che lavorano alla coltivazione dei campi? Presso gli antichi Romani i più grandi uomini, che erano destinati ad essere a capo dello Stato quasi (come) guidando il timone di una nave, impiegarono molto lavoro e tempo nei campi. In generale i senatori passavano la (loro) vita nei campi e dal campo erano chiamati in senato, quando si doveva decidere qualcosa di importante. I messi che erano stati mandati a lui dal senato perché prendesse il comando contro i Cartaginesi, trovarono Marco Attilio Regolo che spargeva con le proprie mani i semi. Ma quelle mani, consumate dal lavoro e dalla fatica contadina, resero sicuro lo Stato e mandarono in rovina numerose truppe di nemici. Le stesse mani, che poco prima avevano guidato il giogo dei buoi che aravano, reggevano le redini del carro nel trionfo e neppure uno degli antichi comandanti si vergognò, deposto lo scettro d’avorio, di riprendere il rustico manico dell’aratro.
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Qui in plebe Romana tenuissimi pauperrimique erant neque amplius quam mille..., difficillimis rei publicae temporibus, conscripsisse traditur. (da Gellio)
Quelli che nella plebe Romana erano i più deboli e poveri e non possedevano più di mille nummi erano chiamati proletari; quelli che erano censiti con proprio nessuna o con minima ricchezza, erano chiamati anche “capite censi”, perché venivano censiti non per il denaro, ma per la persona. Né i proletari né i “capite censi” erano o arruolati nell’esercito, se non per un grandissimo pericolo dello stato, perché la loro servitù ed il denaro era inconsistente o zero. La classe dei proletari fu alquanto più decorosa di nome e di fatto dei “capite censi”. Infatti nei tempi più duri per lo Stato, quando vi era la maggior carenza di soldati venivano arruolati nella milizia di emergenza. Venivano poi chiamati proletari, perché, anche se, per la povertà di beni potevano giovare allo Stato con il denaro, tuttavia accrescevano il numero di cittadini con la prole. Si dice d’altra parte che Caio Mario per primo, nella guerra con i Cimbri, in tempi assai difficili per lo Stato, abbia arruolato i “capite censi”.
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Earum rerum, quae parvae usitataeque sunt et quas quotidie videmus, memores...Nam animum nostrum vulgaris et usitata res non excitat; novitas causa admirationis est.
Noi non siamo memori e curiosi di quelle cose che sono piccole e consuete e che vediamo ogni giorno, perché l’animo degli uomini si interessa soltanto a quelle che sono nuove ed incredibili. Perciò le cose che abbiamo davanti agli occhi ogni giorno non toccano il nostro animo. Ma la memoria di quelle cose che abbiamo visto nella fanciullezza rimane immutabile per gli anni della vita intera. Di ciò è causa una sola cosa: che le cose usuali facilmente sfuggono alla memoria, le notevoli e nuove rimangono nell’animo più a lungo. Il sorgere del sole, il percorso, il tramonto, che accadono ogni giorno, non suscitano nessuna meraviglia. Osserviamo le eclissi di sole con maggiore meraviglia rispetto a quelle di luna, perché queste sono più frequenti. Infatti le cose comuni ed usuali non stimolano il nostro animo; la novità è causa di stupore.
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Adulationibus adeo adversatus est ut neminem senatorem ad lecticam suam admiserit nam bonos et aequos et mihi faventes vos habui et adhuc habeo».
Era così contrario alle adulazioni da non ammettere nessun senatore alla sua lettiga, se non per cause di servizio; a tal punto tentò di evitare persino un ex console, che lo supplicava e tentava di supplicarlo in ginocchio, da cadere all’indietro. Definito “Padrone” da un tale, chiese di non essere insultato. Spesso perdonava anche quelli che proferivano insulti e poesie diffamatorie contro di lui, affermando che fosse lecito a menti e lingue libere in una libera città. Quando poi il senato sollecitava a provvedere contro i maldicenti, disse: “Non abbiamo abbastanza tempo da poter dedicare ai moltissimi affari”.Spesso aveva superato la giusta misura di umanità verso quelli che chiedevano aiuto sia da soli sia in massa. Una volta nella curia, dissentendo dall’opinione di Quinto Alterio: “Perdonami se avrò detto qualcosa in contraddizione con te più liberamente, così come si conviene ad un senatore”. Poi, volgendosi ai senatori: “Ho detto sia ora sia spesso altre volte, o senatori, che un buon principe deve servire il senato come e non mi pentirò di quello che ho detto: infatti vi ho ritenuti ed ancora vi ritengo buoni, giusti e miei sostenitori”.(da Svetonio)