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Molossorum populus, qui antiquitus Thessaliae oras incoluerat, a Neoptolemo, illius Achillis, qui apud Troiam ceciderat,...et Romanos compluribus proeliis superaverit.
Il popolo dei Molossi, il quale in antichità avevano abitato le coste della Tessaglia, fu portato da Neottolemo, figlio di quell’Achille che era caduto (morto) presso Troia, in Epiro dove occupò Dodona. Questa città era così celebre per l’oracolo di Giove che da tutta la Grecia erano inviati spesso ambasciatori per consultare l’oracolo. Qui i Molossi, in poco tempo, tanto furono forti per le armi e per la loro potenza e la loro fama tanto crebbe che furono ritenuti i più forti di tutti i popoli confinanti. Tuttavia non venivano amati dai Greci, che li ritenevano ignoranti e rozzi. La più antica delle loro città fu Passarone, che in seguito fu espugnata dai Romani. Anche Ambracia fu espugnata dai Romani con tale violenza e ferocia da essere rasa al suolo. Molti furono i re dei Molossi, fra i quali ci fu Pirro, che condusse in Italia un esercito, ed qui combatté con tale valore e tanta favorevole sorte da espugnare parecchie città e superare i Romani in tante battaglie.
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Caesar Octavianus, qui diu ab Italia aberat ut suis copiis in bello contra Antonium et Cleopatram praeesset, ... Prosit ergo ei calliditas et satis poenae erit, si mercedem cum socio diviserit».
Cesare Ottaviano, che era mancato dall’Italia per condurre le sue truppe nella guerra contro Antonio e Cleopatra, aveva fatto ritorno a Roma e celebrava il trionfo nella città. Allora in mezzo alla folla, che assisteva al trionfo, un tale artigiano si avvicinò all’imperatore, tenendo in mano un corvo, che aveva addestrato a salutare con queste parole: “Ave, o Cesare, vittorioso, imperatore”. Ottaviano acquistò l’uccello così cortese con 20. 000 sesterzi. Casualmente era presente il socio dell’artigiano, con l’aiuto del quale aveva ammaestrato il corvo. Poiché non gli era stato dato nulla di tanta generosità, fremette d' ira e così esclamò: “Il mio socio ha un altro corvo, che ha ammaestrato a proferire un ben diverso saluto”. Allora Ottaviano ordinò che l’artigiano portasse l’altro corvo, che, quando fu in presenza dell’imperatore, disse queste parole: “Ave, o vincitore, imperatore, Antonio”. Tutti si attendevano l’ira di Ottaviano. Ma lui, rivolto a quelli che erano presenti: “In quest’uomo c’è non poca astuzia. Quindi gli sia di giovamento l’astuzia e sarà sufficiente la punizione se dividerà il pagamento con il socio”.
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Publio Scipioni, qui postea Africanus cognominatus est, aliquid divini inerat... pacis senatui suo referre possent.
In Publio Scipione, che in seguito fu soprannominato l'Africano, c’era qualcosa di divino – così infatti riteneva il popolo – al punto che per lui era possibile avere un colloquio con gli dei. Il che gli giovò moltissimo. Infatti, quando Annibale arrivò in Italia con un esercito, Scipione, che allora era a capo delle truppe romane in Spagna, fu nominato console molto giovane ed inviato mandato in Italia. Qui si scontrò con Annone, sconfisse le sue truppe e catturò Siface, re dei Numidi, che gli era venuto in aiuto e lo inviò a Roma con i più nobili fra i Numidi che erano sopravvissuti alla battaglia. Allora i Cartaginesi, ai quali veniva meno la speranza di vittoria, richiamarono Annibale dall’Italia perché fosse presente in una situazione in caduta. Dal momento che nel frattempo Scipione distruggeva tutta l’Africa, furono inviatii a Roma ambasciatori che chiedessero la pace. Fu concessa una tregua di quaranta giorni perché gli ambasciatori potessero far ritorno in patria e riferire al proprio senato sulle condizioni di pace.
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Heraclea, Hieronis filia, cum multitudinem iratam ad se venientem cognovisset et in sacrarium familiare....et venit nuntius ne interficerentur.
La figlia di Gerone Eraclea, quando seppe che una moltitudine adirata stava andando da lei ed era scappata nel sacrario della famiglia ed aveva condotto con sé le due figlie, non chiese la salvezza per sé, ma pregò i tumultuanti che avessero rispetto delle fanciulle e non imitassero le malvagità dei tiranni. Ma quelli sgozzarono la donna, tratta fuori dai Penetrali (dove si custodivano i Penati). Assalirono quindi le vergini, cosparse del sangue della madre, che, spinte dal tumulto fuggirono dal sacrario, ma furono trattenute sulla porta dai tumultuanti. Esse, tuttavia, con uno sforzo massimo poterono evadere, ma nondimeno, abbattute dalle ferite, quando avevano riempito ogni cosa di sangue, caddero esanimi. Il loro assassinio, di per se deplorevole, fu reso ancor più pietoso dal caso. Infatti, poco dopo gli animi dei cittadini si sono volti alla misericordia ed arrivò l’ordine che non fossero uccise.
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Omnia sunt misera in bellis civilibus, sed nihil miserius quam ipsa victoria, quae... est igitur quam optime consulere et incolumitati et vitae tuae. (da Cicerone)
Tutte le cose nelle guerre civili sono penose, ma nulla è più penoso e triste della stessa vittoria, che, anche se arride ai migliori, è solita renderli più feroci ed incapaci di dominarsi. Infatti il vincitore, anche non volendo, deve compiere molte azioni, benchè molto più atroci che in una guerra esterna, per accontentare il capriccio di coloro con l’aiuto dei quali ha vinto. Se dunque, fu di un animo grande non essere supplice del vincitore, bada che non sia di un animo arrogante disdegnare la sua liberalità. In questo istante, infatti, nessun luogo ti deve essere più dolce della patria e non la devi amare di meno per il fatto che è più rovinata ma avere pietà e non privarla, già orfana di molti uomini illustri, anche della tua attenzione. Se è proprio del saggio lasciare la patria piuttosto che prendere le armi contro i concittadini, è proprio di un animo ostinato non desiderare più la patria. Ed infine, se questa vita ti sembra essere più piacevole, è opportuno valutare se sia anche più sicura: perciò tocca a te badare al meglio possibile alla salvezza ed alla vita tua.