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Appello di Curione ai soldati versione latino Cesare
traduzione libro sermo et humanitas
Curio contionem advocat militum: "Caesar – inquit – me, quem... Diligentiam quidem nostram aut fortunam cur praeteream?".
Curione convoca un'adunata di soldati: "Cesare" afferma "ha affidato a me, che sempre ha avuto molto caro, ed alla fiducia in voi, la provincia di Sicilia e l'Africa, senza le quali l'urbe e l'Italia non possono essere difese. Ma ci sono coloro che vi aizzano ad allontanarvi da noi. Che c'è infatti per loro di più desiderabile che, in un momento, circondare noi e coinvolgere voi in un sacrilego misfatto? 0 cosa, arrabbiati, possono pensare più pericolosamente di voi quanto siate a loro utili, essi che sanno che debbono tutto a voi, quando sarete alla loro mercé, se pensano che per mezzo vostro potrebbero perire? Che per caso non avete sentito delle imprese di Cesare in Spagna? Che ha respinto via due eserciti, vinto due generali, ripreso due province? Tutto ciò è stato compiuto in quaranta giorni, nei quali Cesare si è trovato di fronte agli avversari. Ma credo che se apprezzate Cesare siete scontenti di me; io che non starò qui a rammentarvi i miei meriti verso di voi, che sono finora meno importanti e della mia volontà e delle vostre aspettative; ma tuttavia i soldati hanno sempre cercato nell'esito della guerra i premi della loro fatica, e neppure voi potete dubitare di come andrà a finire. Perché dovrei sfuggire al nostro compito o alla mia sorte?".
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Marco Aurelio e Lucio veri imperatori
versione latino traduzione libro Sermo et humanitas
Post excessum divi Pii, Marcus Aurelius, a senatu coactus regĭmen ... et omnia, quae ad bellum erant necessaria disposuit et ordinavit.
Marco Aurelio dopo la morte del divino Pio, costretto dal senato ad accettare il governo, designò il fratello come suo compartecipante del potere, e lo chiamò Lucio Aurelio Vero Commodo e proclamò Cesare e Augusto. E da quel momento iniziarono a reggere insieme lo Stato. Assunto il potere, si comportarono ambedue così equilibratamente, che nessuno rimpiangeva la mitezza di Pio. Marco si affidava anche totalmente alla filosofia, aspirando all'amore dei cittadini. Ma disturbò questa felicità e sicurezza dell'imperatore dapprima un'inondazione del Tevere, che sotto di loro fu la più grave. Questo avvenimento danneggiò molti edifici della città e uccise moltissimi animali e provocò una gravissima carestia. Marco e Vero mitigarono tutti questi mali con la loro cura e presenza. Scoppiò anche in quel tempo una guerra con i Parti, che preparata sotto Pio, Vologesso indisse al tempo di Marco e Vero, avendo messo in fuga Atilio Corneliano che governava allora la Siria. Ma alla guerra Partica, con il benestare del senato, fu inviato il fratello Vero; egli (Marco Aurelio) rimase a Roma, perché gli affari di stato richiedevano la presenza dell'imperatore, e preparò ed organizzò tutto quanto era necessario per la guerra.
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Honestate dirigenda utilitas est. Quod si ea, quae maxime videntur (utilia), utilia non sunt, quia plena sunt dedecŏris ac turpitudinis, putare debemus nihil esse utile, quod non honestum sit. Ita Pyrrhi bello a C. Fabricio consule et a senatu nostro iudicatum est. Cum enim rex Pyrrhus populo Romano bellum ultro intulisset cumque de imperio certamen esset cum rege generoso ac potente, perfŭga ab eo venit in castra Fabricii eique est pollicĭtus, si praemium sibi proposuisset, se, ut clam venisset, sic clam in Pyrrhi castra rediturum et eum veneno necaturum. Hunc Fabricius reducendum curavit ad Pyrrhum idque eius factum laudatum a senatu est. Atqui, si speciem (l’apparenza) utilitatis quaerĭmus, magnum illud bellum et gravem adversarium imperii perfŭga unus sustulisset, sed magnum dedĕcus et flagitium fuisset, si ille non virtute sed scelĕre superatus esset
L'utilità deve essere regolata dall'onesta'. Perchè se quelle cose, come specialmente sembrano utili, non sono utili, poiché sono piene di disonore e turpitudine, dobbiamo ritenere che niente è utile che non sia onesto. Così, nella guerra contro Pirro, fu ritenuto dal console C. Fabrizio e dal nostro senato. Avendo, infatti, il re Pirro dichiarato di sua iniziativa guerra al popolo Romano ed essendoci una contesa sulla supremazia con un re nobile e potente, un disertore giunse da lui nell'accampamento di Fabrizio e gli promise, se gli avesse proposto una ricompensa, che, come era giunto di nascosto, così di nascosto sarebbe tornato nell'accampamento di Pirro e lo avrebbe ucciso col veleno. Fabrizio provvide che costui venisse ricondotto da Pirro e questa sua azione fu lodata dal senato. Eppure, se cerchiamo l'apparenza dell'utilità, un solo disertore avrebbe eliminato quella grande guerra e un pericoloso rivale della supremazia, ma sarebbe stato un grande disonore e infamia, se quello fosse stato vinto non con il valore ma con il delitto.
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Cum machinatione quadam moveri aliquid videmus, ut siderum sphaeram, ut horas, ut alia permulta, non dubitamus quin illa opera sint rationis; cum autem impetum caeli admirabili celeritate moveri vertique videamus, num dubitamus quin ea non solum ratione fiant, sed etiam excellente divinaque ratione? Licet enim, remota subtilitate disputandi, oculis contemplari pulchritudinem earum rerum quas a divina providentia dicimus constitutas.
Quando vediamo qualcosa mosso da una qualche macchina, come la sfera delle stelle, o l'orologio o moltissimi altri congegni, non abbiamo dubbi che essi sono frutto della ragione; ma quando vediamo che il moto circolare del cielo si muove e cambia con straordinaria velocità, forse che dubitiamo che esso non solo avvenga per una ragione, ma anche per una eminente ragione divina? Si può infatti, tralasciata ogni sottigliezza di argomentazioni, contemplare con gli occhi la bellezza di quelle cose che diciamo stabilite dalla divina provvidenza. .
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Un sogno premonitore versione latino Valerio Massimo
versione libro Sermo et humanitas
Simonides poeta, postquam navis, in qua vehebantur, ob saevam ...
Il poeta Simonide, dopo che la nave sulla quale viaggiava, a causa di una violenta tempesta, era approdata su un litorale deserto della Grecia e tutti passeggeri erano sbarcati dalla nave, mentre passeggiava su una spiaggia trovò per caso un corpo insepolto che, mosso dalla compassione, affidò alla sepoltura. Durante la notte Simonide vide in sogno colui che aveva seppellito il quale gli diceva: "Non salire domani a bordo nave! Se (avrai navigato) navigherai, morirai in un naufragio!". Perciò il poeta restò a terra; quelli che, invece, erano salpati, furono travolti dai flutti del mare in tempesta davanti ai suoi occhi. Allora Simonide, molto contento per aver preferito affidare la sua vita ad un sogno piuttosto che alla nave, espresse grande riconoscenza a Giove, che manda i sogni agli uomini.