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Achille, quando viene a sapere della morte di Patroclo, estremamente triste, piange a lungo l'amico. Poi indirizza la sua collera contro Ettore, assassino dell'amico, e contro i Troiani, compagni di quello: quindi desideroso di strage torna in battaglia. I Troiani, quando vedono il nemico sfolgorante nelle armi e terribile nell'aspetto, vengono presi da un grande timore, si rifugiano nella città e chiudono le porte: Ettore rimane da solo fuori dalla città. Dalle alte mura della città il padre Priamo, re dei Troiani, vede il figlio e grida a gran voce: "Ritorna nella città, oh Ettore, tua madre, tua moglie, il piccolo figlio e tutti i cittadini ti chiamano; non ti scontrare con Achille! Solo tu puoi liberare la patria dai Greci!". Ma Ettore non ascolta le preghiere del padre e attende Achille. Tuttavia, quando Achille si avvicina, l'animo di Ettore viene preso da un grande terrore per la volontà del destino e l'eroe Troiano fugge correndo intorno alle mura della città: Achille incalza dietro le spalle, e lo aggredisce con parole offensive. Alla fine Ettore si ferma, si gira e grida: "Achille, non voglio più fuggire: il destino mi costringe allo scontro".
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Antonio, o Romani, è un nemico tale che con esso non ci può essere alcuna condizione di pace; egli, infatti, non desidera la vostra soggezione, come in passato, ma il vostro sangue. Nessuno spettacolo sembra a lui più piacevole del sangue, delle stragi, del massacro dei cittadini sotto il (suo) sguardo. Voi, o Romani, non avete a che fare con un uomo scellerato ed empio, ma con una belva bruta e terribile, la quale, quando cade nella fossa, deve essere sepolta. Mai in alcun processo il vostro consenso fu più grande, mai, o Romani, foste più d'accordo con il Senato. Che c'è di stupefacente? Ora non si discute in quale condizione vinceremo, ma se vinceremo o se moriremo con dolore e disonore. Qualsiasi morte la natura abbia messo davanti a tutti (noi), il valore, che è caratteristico del popolo e del nome Romano, può allontanare una morte vergognosa e crudele. Per mezzo di questo medesimo valore i nostri antenati dapprima sconfissero l'intera Italia, poi abbatterono Cartagine, rovesciarono Numanzia, ridussero sotto il controllo di questo impero re potentissimi e popoli agguerritissimi.
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È grande la tenacia della speranza umana contro le disgrazie: infatti la carestia non dissuade il contadino da ciò che ha cominciato, né la tempesta (dissuade) il marinaio, né i crolli delle case (dissuadono) l'architetto, né la morte prematura dei figli (dissuade) il padre di famiglia. Davanti agli occhi ho dei pescatori stremati dai freddi e dalla fame: digiuni e nudi, per giorni e notti intere, insonni fino al mattino, gettano in mare o gli ami o le reti. Per lo più sprecano tempo, faticano invano, tra le onde e gli scogli non trovano niente, e, tuttavia, non desistono da ciò che hanno iniziato. Anche l'ostinazione delle bestie feroci è degna di ammirazione. Ti racconterò un fatto per te nuovo, ma noto a tutti gli abitanti della valle. Un'aquila abita già da tempo su questi monti; un pastore rozzo e incivile ha iniziato a preparare di nascosto un agguato al nido di lei; calatosi da un'alta rupe per mezzo di una corda, si è avvicinato al nido dell'aquila, e ha portato via alla genitrice premurosa i pulcini privi di piume. Allora l'aquila ha abbandonato la sede sfortunata, e trasferito il nido dall'altra parte della rupe, dove riaccende la speranza della prole perduta.
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Cicerone venne inviato dal senato in Cilicia, in qualità di proconsole. All'epoca però, a causa della disfatta dei Romani e delle vittoria dei Parti, i Cilici avevano grande speranza di una rivoluzione, ma Cicerone, grazie alla sua giustizia e (alla sua) moderazione, riportò la provincia alla lealtà e alla devozione verso il popolo Romano. Durante il suo proconsolato liberò le popolazioni povere da onerose tasse, restituì ai cittadini tutti gli averi tolti con l'inganno, fece numerose concessioni, combatté con durezza i furti e le rapine, non fu mai corrotto con i regali. Sia di giorno, sia di notte, riceveva nella propria casa gli abitanti della provincia e ascoltava le loro lamentele: essi, infatti, erano soliti chiedergli consigli e aiuto. Compì imprese splendide anche in guerra: dal momento che i Parti saccheggiavano la Siria, Cicerone non soltanto difese la propria provincia, ma si preoccupò anche della salvezza degli alleati e dei re circostanti: pertanto si procurò un grande esercito, attaccò i nemici, e sbaragliò le loro truppe. Quando tornò a Roma, il senato decretò per lui un trionfo, ma Cicerone lo rifiutò, poiché già considerava sventurata la condizione dello Stato, e prevedeva gli inizi della guerra civile.
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I marinai Fenici navigavano con grande abilità. Sulle navi portavano non soltanto merci varie e preziose, ma anche grande abbondanza di anfore, piene di vino e di olio. Percorrevano le coste dell'Africa, dell'Asia e dell'Europa, conoscevano nuove terre e i loro abitanti, frequentavano anche le ricche colonie Greche; inoltre fondavano molte colonie Fenicie in Sicilia e in Sardegna. La vita dei marinai era dunque certamente varia, ma la sorte non sempre li aiutava. Spesso infatti i marinai avevano molte preoccupazioni: le navi ora venivano distrutte dalle tempeste, ora venivano assalite dai pirati, talvolta gli abitanti delle isole combattevano contro i marinai e li uccidevano. Per questo i marinai elogiavano spesso la vita tranquilla degli agricoltori.