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Da un'eredità che mi è toccata in sorte, ho recentemente acquistato una statua Corinzia, di certo semplice, ma riuscita e ben formata. Raffigura un vecchio in piedi: si vedono le ossa, i muscoli, i tendini, ed anche le vene, il volto è pieno di rughe, la fronte è larga, gli occhi sono vivaci e dotati di saggezza, i capelli sono radi e cadenti, il collo è esile. Il bronzo in sé, come indica il colore autentico, è vecchio ed antico. Non ho acquistato questa statua allo scopo di tenerla a casa (ed infatti, fino ad ora, io non ho alcuna statua Corinzia), ma per la verità, per metterla nella nostra patria e in particolare, nel tempio di Giove: infatti essa è bella da vedere, e un dono degno del tempio e degno del dio. Dunque tu, come sei solito, fatti carico di questa preoccupazione ed ordina – per favore – che sia fatto un piedistallo di armo, dove siano scolpiti il mio nome e le mie cariche politiche; io, non appena avrò trovato qualcuno che possa portarla, ti invierò tale statua, oppure la porterò con me di persona.
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Dario, re dei Persiani, che voleva accrescere il proprio impero, mosse guerra agli Sciti e condusse le proprie truppe al di là del fiume Istro. Allora Atea, re degli Sciti, nascose i suoi fanti e i suoi cavalieri in una grande foresta e mandò i suoi ministri incontro a Dario, i quali dettero al re dei nemici, un topo, una rana ed un uccello, come doni del loro signore. Tutti i Persiani restarono meravigliati: allora Dario mandò a chiamare due indovini e li interrogò circa il significato dei doni stupefacenti. Uno disse: "Con questi doni il re degli Sciti ti manifesta la sua volontà di arrendersi, poiché ti ha donato i simboli di tutti i beni del suo regno: il topo, infatti, rappresenta la terra, la rana (rappresenta) l'acqua, l'uccello l'aria". L'altro invece disse: "I doni del re indicano l'ostilità degli Sciti. Infatti Atea con questi simboli ti vuole dire: "Se tu e i tuoi soldati non volerete via come uccelli dal nostro territorio, se non vi nasconderete come topi sotto terra, se non nuoterete come rane tra le onde dell'Istro, e tornerete nella vostra patria, non potrete evitare i dardi e le frecce degli Sciti e morirete tutti". Dario tuttavia portò avanti la guerra e sconfisse gli Sciti.
Iuppiter iratus propter audaciam mortalium qui sceleribus suis etiam deorum potentiam temptabant orb
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Giove, adirato per la sfrontatezza dei mortali, i quali con le loro scelleratezze mettevano alla prova anche l'autorità degli dei, inondò il pianeta con uno straordinario diluvio. L'intero genere umano morì, ma, poiché quanto a devozione nei confronti degli dèi, due soli mortali avevano superato tutti gli altri, Deucalione, figlio di Prometeo, e Pirra, moglie di lui, si salvarono; sul monte Parnaso, scamparono al diluvio delle piogge e, per mezzo delle preghiere, ottennero dagli dei la grazia di generare dei figli. Per questo, consultarono l'oracolo di Apollo; l'oracolo rispose: Gettate a terra le ossa di vostra madre! Dapprima essi rimasero perplessi, a causa della grande ambiguità del responso, del quale non comprendevano il significato, ma, alla fine, compresero le parole dell'oracolo: la loro madre era la terra, e le pietre erano le ossa della terra. Subito, dunque, cominciarono a gettare pietre dietro le spalle: quelle che lanciava Deucalione, diventavano uomini, quelle che lanciava Pirra, (diventavano) donne.
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Tarquinio Prisco, il re dei Romani, dopo essere succeduto nel regno ad Anco Marzio, intraprese di nuovo la guerra con i Sabini. Per questo, raddoppiò le centurie dei cavalieri, ed arruolò nuove legioni, ma i Romani, sebbene avessero più forze armate dei nemici, non potevano ottenere la vittoria. Allora Tarquinio si servì di un astuto tranello: inviò alcuni soldati, affinché raccogliessero una grossa quantità di pezzi di legno che giacevano sulla sponda dell'Aniene, la incendiassero, la mettessero sopra delle zattere, e la gettassero nel fiume; nel frattempo, ordinò che i Romani aggredissero l'accampamento dei nemici. Grazie all'aiuto del vento e della corrente, i pezzi di legni infuocati giungono fino al ponte presso l'accampamento dei Sabini, si incagliano ai pilastri, bruciano il ponte. Questa cosa, peraltro, provocò ai Sabini il terrore durante la battaglia, e impedì loro la fuga: molti, che erano sfuggiti ai Romani, morirono nel fiume. E così, i cadaveri e le armi dei nemici, che scorrevano nel Tevere, a Roma annunciarono la vittoria prima che i messaggeri di Tarquinio giungessero nella città.
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La popolazione degli Unni, la quale vive nelle vicinanze del freddo Oceano, oltrepassa ogni limite di inciviltà. Essi sono tanto rozzi che non utilizzano né il fuoco, né i cibi conditi, bensì vivono delle radici delle piante selvatiche e della carne semicruda di qualsiasi bestia. Mai protetti da alcun edificio, ma percorrendo, da nomadi, monti e boschi, essi sin dalla fanciullezza si abituano sopportare le gelate, la fame e la sete. Si coprono con indumenti di tela o con pelli di topi selvatici cucite insieme, ed essi non hanno un vestito per la casa e uno diverso per la città. Si coprono le teste con copricapi ricurvi e le ispide gambe con pelli di capretto, e le loro calzature, apprestate senza alcun criterio, impediscono di camminare con passi disimpacciati, ragion per cui essi sono poco dediti alle battaglie a piedi. Presso di loro nessuno ara, né coltiva i campi. Infatti tutti quanti vagano qua e là senza terre stabili, né una legge, né uno stile di vita costante, sempre simili a fuggiaschi, con i carri nei quali abitano, dove le mogli tessono gli indumenti, partoriscono e allevano i figli fino all'adolescenza. Dal momento che sono nomadi, nessuno tra loro sa indicare il luogo da dove proviene: infatti è stato concepito in un altro luogo, è nato lontano ed è stato allevato ancor più lontano. Essi, alla stregua di animali privi di ragione, non sanno minimamente ciò che è onesto o disonesto; sono enigmatici ed incomprensibili, non vincolati dal rispetto di alcuna religione, ardenti di desiderio d'oro, volubili e inclini ad infuriarsi.