Pausanias postquam apud Plataeas Persas profligaverat non solum mores patrios sed etiam cultum vesti
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Pausania, dopo che, presso Platea, aveva sconfitto i Persiani, cambiò non soltanto le usanze della patria, ma anche lo stile di vita e l'abito: impiegava infatti uno sfarzo regale, un abito Medo, e banchettava secondo il costume dei Persiani; guardie del corpo Mede ed Egizie lo seguivano sempre; rifiutava l'aiuto a coloro che erano in difficoltà, rispondeva in maniera arrogante, comandava in maniera crudele, non voleva tornare a Sparta. Infatti si era trasferito in una certa città della Troade, dove tramava un attentato alla patria. Dopo che gli Spartani vennero a sapere ciò, inviarono degli ambasciatori presso di lui, che gli dissero: Ritorna immediatamente in patria, oppure, in caso contrario, verrai condannato a morte. Allora Pausania ritornò a Sparta, ma, appena entrò nella città, venne messo nelle carceri di Stato dagli Efori, poiché non soltanto aveva avuto un'alleanza con il re dei Persiani, ma aveva anche sobillato gli Iloti (nota: gli Iloti erano gli schiavi degli Spartani) per mezzo della speranza di libertà. Infatti, presso gli Spartani, c'è una classe di uomini, che si chiama "Iloti", la grande massa dei quali coltiva i campi di quelli e assolve alla funzione di schiavi. Ma Pausania, alla fine, poiché di queste accuse non c'era nessuna prova solida, venne liberato dal carcere.
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Un tempo Sempronia, matrona Romana povera, non aveva molte ancelle, ma soltanto una. L'ancella non obbediva alla padrona, non svolgeva alcun lavoro: le ancelle delle altre padrone si occupavano della cucina; dalle ancelle venivano lavate le anfore e le pentole, oppure venivano preparate le cene per le padrone e veniva ornata la tavola con le rose. Talvolta aiutavano anche i contadini con grande abilità e laboriosità; oppure inoltre lavavano la lana, la tessevano e la tingevano con la porpora. Sempronia non poteva vedere alcun lavoro dell'ancella svogliata: la padrona infatti può elogiare soltanto le ancelle diligenti, ma rimprovera e spesso punisce l'ancella svogliata e lenta. Ma all'improvviso la dea Fortuna cambia la sorte di Sempronia. Sempronia viene vista da un ricco marinaio; egli comincia subito ad amare Sempronia. Immediatamente avvengono le nozze. Ora, nell'aia della villa, Sempronia, padrona Romana, siede insieme a molte ancelle e racconta favole piacevoli. La padrona venera con devozione la dea Fortuna e Vesta, protettrice delle matrone.
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Gli antichi Romani veneravano devotamente gli dei e le dee e li onoravano con cerimonie e sacrifici con grande diligenza. Giove, che abitava nell'Olimpo, era considerato il signore degli dèi. In seguito, nel novero degli dèi, c'erano Saturno Mercurio, Nettuno, Giano e Vulcano. Saturno, padre di Giove era un antico dio italiano della semina e dei campi, per questo i contadini quando seminavano i cereali, oppure aravano i campi, invocavano l'aiuto di Saturno; Mercurio era il protettore del commercio e delle ricchezze e (era) il messaggero degli dèi e inoltre, come signore delle Muse, proteggeva le arti, ispirava gli animi dei poeti e alimentava le qualità degli uomini. Si trovavano sotto la protezione di Nettuno, dio delle acque, non solo il mare, ma anche i fiumi e i laghi; Giano, dio della pace e della guerra, proteggeva gli esordi di tutte le cose, per questo custodiva anche gli ingressi della città o della casa; infine Vulcano, fabbro degli dei, possedeva la sua officina sull'Etna e fabbricava armi divine e splendide.
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Pizio ordisce l'inganno ai danni di Canio C. Canio un cavaliere romano non privo di senso dell'umorismo e abbastanza erudito, dopo essersi recato a Siracusa per affari, andava dicendo di voler comprare alcuni giardinetti, dove potesse invitare gli amici e svagarsi senza disturbatori. Dopo che si fu sparsa la voce di ciò, un certo Pizio, che a Siracusa faceva il banchiere, gli disse che egli non aveva giardini da vendere, ma che a Canio, qualora lo volesse, era permesso di fare uso dei suoi giardini, e contemporaneamente, lo invitò a cena nei suoi giardini per il giorno successivo. Dopo che Canio ebbe promesso che sarebbe andato, Pizio che, in quanto banchiere, in città era popolare presso tutte le classi sociali, fece venire a sé certi pescatori, e chiese loro di pescare, il giorno dopo, davanti ai suoi giardini, e disse cosa voleva che essi facessero. Canio, il giorno successivo, si recò alla cena; il banchetto era stato preparato da Pizio in maniera sfarzosa, un gran numero di barche era davanti ai (loro) occhi, e ciascuno portava, a turno, ciò che aveva pescato; i pesci venivano scaricati davanti ai piedi di Pizio. Canio cade nella trappola di Pizio A quel punto Canio disse: Per favore che cos'è questo, o Pizio? Una quantità tanto grande di pesci! Una quantità tanto grande di barche! E quello: Che c'è di stupefacente? Tutto il pesce che si trova a Siracusa si trova lì! Canio, infiammato di desiderio, chiede a Pizio di vendere, chiede con insistenza, e alla fine riesce. L'uomo ricco e ingordo acquistò i giardini a tanto quanto volle Pizio, e li acquistò equipaggiati per la pesca. Canio il giorno seguente invita i propri amici, arriva di persona al mare in anticipo, ma non vede nessuna imbarcazione. Chiede a un tale, un vicino, dove siano i pescatori, perché non vede nessuno di loro. Quello risponde: Nessuno è solito pescare qui. Perciò ieri mi sono chiesto stupefatto che cosa fosse accaduto, e mi chiedevo tra me e me perché qui ci fossero così tanti pescatori. Canio si infuriò, ma che cosa avrebbe dovuto fare? Dunque Pizio e i suoi simili sono meschini, disonesti e malvagi.
Carthaginienses Africam ubi magnum imperium maritimum condiderant incolebant sed natione Phoenicii e
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I Cartaginesi abitavano l'Africa, dove avevano fondato un grande impero marittimo, tuttavia di stirpe erano Fenici, poiché erano discendenti dagli abitanti di Tiro. I Romani lottarono per lungo tempo con loro, fino a che, nella Terza Guerra Punica, Scipione Emiliano conquistò Cartagine e la distrusse dalle fondamenta. Ma, già durante la Prima Guerra Punica, i Romani avevano combattuto una guerra in Africa: infatti, dopo alcune battaglie con i Cartaginesi in Sicilia, il senato stabilì di trasferire la guerra in Africa; e così, i consoli Emilio e Fulvio partirono alla volta dell'Africa con una vasta flotta. I Cartaginesi, anche se, tra tutte le popolazioni di mare, spiccavano quanto a velocità delle navi e ad abilità dei marinai, tuttavia vennero battuti dai Romani, per via dell'accortezza dei comandanti e del valore dei soldati. Molte navi dei nemici vennero affondate, altre vennero messe in fuga, le rimanenti altre furono catturate, ed i consoli distribuirono ai soldati un ricco bottino. Tuttavia, in quell'occasione, i Romani non riuscirono ad impossessarsi di Cartagine, poiché l'esercito, oppresso dalla carestia, non poteva fermarsi più a lungo nel territorio dei nemici. La flotta dei Romani, mentre ritornava in Italia, nei pressi della Sicilia subì un naufragio: infatti, sorse all'improvviso una violenta tempesta, e molte navi vennero sparse qua e là.