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La Grecia è una piccola ma illustre e bella penisola dell'Europa, ma il suo territorio è per lo più montuoso, e perciò, a causa della natura sfavorevole dei luoghi, la terra non è particolarmente produttiva, e anche il clima di tanto in tanto è aspro. Tuttavia, anticamente, in Grecia viveva un grande numero di contadini, che con grande impegno coltivavano ulivi e vigne, producevano una grande quantità di vino e d'olio, e li esportavano presso molti popoli. I Greci infatti non erano soltanto agricoltori, ma soprattutto abili marinai: i marinai salpavano da Corinto, grande città situata sull'Istmo, da Atene e da altri porti, navigavano attraverso il mare, giungevano alle terre più lontane del Mediterraneo, e facevano grandi affari con molti popoli. Tra i Greci, gli Spartani amavano specialmente le armi, le battaglie e le guerre, gli Ateniesi invece coltivavano la letteratura, la filosofia e la scienza. La dimora degli dei era sull'Olimpo, ma i Greci, che temevano fortemente la collera degli dei, edificavano per loro bei templi, dove offrivano doni abbondanti e sacrifici agli dei e alle dee.
Imperator Augustus qui pacem per totum imperium restituit vir quoque facetus argutusque fuit eius fa
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L'imperatore Augusto, che restaurò la pace attraverso tutto l'impero, fu anche un uomo spiritoso e arguto; infatti, la sua capacità di tollerare le battute viene elogiata da tutti gli storici. Una volta, l'imperatore, il quale era anche appassionato di musici, mentre cenava nella casa di Toronio Flacco, ascoltando dei musici esperti che erano presenti al banchetto, si era molto divertito; perciò dette loro in dono una grande quantità di grano, mentre altre volte aveva donato ai musici molte monete. Dopo alcuni giorni, Augusto si recò di nuovo a cena nella casa di Toronio, poiché voleva ascoltare una seconda volta quegli stessi musici, ma non li vide da nessuna parte. Allora chiese di loro a Toronio e quello disse: Non sono presenti, perché sono andati al mulino! Augusto rise e, da allora, ai musici donò sempre denaro.
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I Germani si discostano molto dall'uso dei Galli. Infatti essi non hanno druidi (vale a dire sacerdoti) che presiedano alle questioni religiose, né si dedicano ai sacrifici. Considerano nel novero degli dèi solo quelli che vedono, e dai benefici dei quali sono aiutati in maniera manifesta: il Sole, Vulcano e la Luna; dei rimanenti altri non hanno neppure ricevuto notizia. La vita consiste tutta in battute di caccia e in esercitazioni di arte militare. Non si dedicano all'agricoltura, e la maggior parte di loro si nutre di latte, di formaggio e di carne. E nessuno ha una misura stabilita di terra, né specifici confini; ma i magistrati e i capi, di anno in anno, assegnano alle famiglie che si sono aggregate insieme quel tanto di terra che è parso opportuno, e l'anno successivo le costringono a spostarsi altrove. Per le comunità il vanto più grande è avere intorno a sé, per più largo spazio possibile, zone deserte, una volta che il territorio è stato saccheggiato. Giudicano questa cosa emblematica del valore: che i confinanti, cacciati dalle terre, vadano via, e che nessuno si stabilisca nelle vicinanze. Le razzie che avvengono al di fuori del territorio di una popolazione non ricevono alcun biasimo. Non giudicano lecito violare un ospite; proteggono dalla violenza e considerano inviolabili coloro che sono giunti presso di loro per una qualunque motivazione, e a vantaggio di costoro le case sono aperte e il cibo viene messo in comune.
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Al Senato venne riferito che era piovuto sangue, inoltre che il fiume Atrato si era fatto di sangue (lett. : "era fluito di sangue") e che le statue degli dèi avevano trasudato. Pensi forse che Talete o Anassagora o qualsiasi altro fisico o filosofo avrebbe potuto credere a queste notizie? Infatti né il sangue né il sudore possono fuoriuscire se non da un corpo. Noi invece siamo così superficiali e sconsiderati che, se dei topi hanno rosicchiato qualcosa, e questa è l'unica attività di essi, potremmo considerare ciò un prodigio? Prima della guerra di Marsica, poiché dei topi, come è stato detto da te, avevano rosicchiato degli scudi a Lanuvio, gli aruspici dissero che ciò era un grandissimo prodigio e che era necessario temere grandemente circa l'esito della guerra. Ma se seguiamo codeste cose, poiché poco tempo fa dei topi in casa mia hanno rosicchiato la Politica di Platone, io avrei dovuto temere grandemente per lo Stato. Tuttavia ci spaventano anche quelle cose prodigiose che nascono da un animale o da un essere umano. Invece – sappilo – non esistono prodigi: qualsiasi cosa si verifica, di qualsiasi genere sia, è necessario che abbia una causa. Infatti tutte le cose che si sono verificate, anche se al di là della normalità, non possono tuttavia esistere al di fuori della natura. Nulla può avvenire senza una causa, e tu scaccia per mezzo della ragione quella paura che ti ha infuso la stranezza di una cosa. Così non (ti) spaventeranno né i tremori della terra, né gli squarci del cielo, né la pioggia di pietre o di sangue, né il passaggio di una cometa, né dei bagliori avvistati nel cielo.
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Mario, anche se non era un aristocratico, grazie al suo particolare valore in guerra, e grazie al favore della plebe, compì in fretta una rapida carriera politica; infatti fu questore, tribuno della plebe, censore e console per sette volte. Dapprima prestò servizio militare in Spagna, dove, sotto la guida di Scipione Emiliano, imparò le tecniche di guerra; successivamente, in Africa, fu luogotenente del console Metello, e lì si guadagnò la fiducia e il rispetto dei soldati. Quando Mario tornò a Roma, gli aristocratici erano avversi a lui, perché (era) plebeo, rustico, ed ignorante, ma egli, con il favore della plebe e dei soldati, fu eletto console per la prima volta. Durante il secondo consolato condusse la guerra contro Giugurta, il re dei Numidi, e, dopo la vittoria, celebrò un trionfo, trascinando dietro il suo carro Giugurta prigioniero fino al Campidoglio. In qualità di console per la quarta volta, sconfisse l'esercito dei Teutoni presso le Acquae Sestiae, e celebrò nuovamente un trionfo. In qualità di console per la quinta volta, massacrò i Cimbri ai Campi Raudi, e, durante il sesto consolato, represse le rivolte della plebe e pacificò Roma; inviso alla plebe per questa ragione, venne cacciato da Roma. Alla fine fu richiamato in patria, e fu eletto console per la settima volta.