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Versione da NUOVO COMPRENDERE E TRADURRE PAGINA 127
Contra Hamilcarem, Carthaginiensium ducem, in mari pugnatum victusque est. Nam perditis sexaginta quattuor navibus retro se recepit. Romani viginti duas amiserunt. Sed cum in Africam transissent, primam Clypeam, Africae civitatem, in deditionem acceperunt. Consules usque ad Carthaginem processerunt multisque castellis vastatis Manlius victor Romam rediit et viginti septem milia captivorum reduxit, Atilius Regulus in Africa remansit. Is contra Afros aciem instruxit. Contra tres Carthaginiensium duces dimicans victor fuit, decem et octo milia hostium cecidit, quinque milia cum decem et octo elephantis cepit, septuaginta quattuor civitates in fidem accepit
Lo scontro navale con Amilcare, generale dei Cartaginesi, sortì successo. (Amilcare), infatti, dopo aver subito la perdita di 64 navi, si ritirò. I Romani (invece) persero 22 navi. Passati in Africa, assoggettarono per prima Clipea, città africana. I consoli si spinsero fino a Cartagine: dopo aver raso al suolo molte fortezze, Manlio tornò a Roma, vincitore, con un seguito di 27mila prigionieri di guerra, mentre Attilio Regolo rimase in Africa. Fu lui a preparare lo scontro con gli Afri. Pur fronteggiando 3 condottieri cartaginesi, ne uscì vincitore: trucidò 8mila nemici, ne fece prigionieri 5mila, insieme a 18 elefanti; accettò la resa e la subordinazione di 74 città.
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Tre anni dopo che Annibale era arrivato in Italia, il console M. Claudio Marcelllo fu mandato dal senato a combattere contro Annibale presso Nola, città della Campania. Infatti Annibale ormai aveva occupato molte città romane in Puglia, Calabria, dei Bruzi e molte altre stavano per essere occupate. Intanto anche Filippo, re dei macedoni, alleato di Annibale, promise il suo aiuto contro i Romani, se Annibale dist5rutta Roma avesse portano aiuto a Filippo contro i greci che infatti avevano intrapreso la guerra contro Filippo per recuperare la libertà. Dopo che gli alleati di Filippo furono catturati e la cosa fu scoperta dai romani, il senato mandò da Filippo in Macedonia M. Valerio Lavinio che agì con i re della lega. Poi quando anche la Sardegna, insidiata da Annibale che i romani abbandonarono, fu mandato nell’isola T. Manlio Torquato, che compose le controversie, e nuovamente esercitò la potestà romana sulla Sardegna.
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Valore e civiltà di Emilio Paolo
Autore: Eutropio
Cum Perseo autem Aemilius Paulus consul a. d. III Nonas Septembres dimicavit vicitque eum, vigenti milibus peditum eius occisis. Equitatus cum rege integre fugit. Romanorum centum milites amissi sunt. Urbes Macedoniae omnes, quas rex tenuerat, Romanis se dediderunt; ipse rex, cum desereretur ab amicis, venit in Pauli potestatem. Sed honorem ei Aemilius Paulus consul non quasi victo habuit. Nam et volentem ad pedes sibi cadere non permisit et iuxta se in sella conlocavit. Macedonibus et Illyriis hae leges a Romanis datae: ut liberi essent et dimidium eorum tributorum praestarent, quae regibus praestitissent, ut appareret populum Romanum pro aequitate magis quam avarizia dimicare. Itaque in conventu infinitorum populorum Paulus hoc pronuntiavit et legationes multarum gentium, quae ad eum venerant, magnificentissime convivio pavit, dicens eiusdem hominis esse debere et bello vincere et in convivii apparatu elegantem esse
Mox septuaginta civitates Epiri, quae rebellabant, cepit, praedam militibus distribuit. Romam ingenti pompa rediit in navi Persei, quae inusitate magnitudinis fuisse traditur, adeo ut sedecim ordines dicatur habuisse remorum
Il console Emilio Paolo, inoltre, si scontrò con Perseo il 3 settembre tre giorni prima le le "Nonae" e lo sconfisse, dopo avergli trucidato 20mila soldati. La cavalleria fuggì insieme col re, sana e salva. Caddero in battaglia 100 soldati romani. Tutte le città macedoni, sottoposte al re (Perseo) (lett. che il re aveva tenuto), si arresero ai Romani; lo stesso re, tradito dai suoi fidati, cadde nelle mani di Paolo. Ciononostante, il console Emilio Paolo non lo trattò alla stregua di uno sconfitto: anzi, non permise a Perseo che voleva inginocchiarsi di prostrarsi ai suoi piedi che voleva ( e lo fece accomodare sullo scanno, accanto a sé.
Dai Romani furono dettate ai Macedoni ed agli Illiri le seguenti leggi: di ritenersi liberi, ma di versare la metà dei tributi, rispetto alla somma versata in precedenza al re: ciò affinché fosse chiaro che i Romani combattevano in nome della giustizia, più che per denaro. E così, dinanzi ad un'adunanza di innumerevoli popoli, Paolo dettò ciò (cioè tali leggi) e invitò le ambascerie dei numerosi popoli, che a lui erano convenute, ad un sontuoso banchetto, affermando che dev'essere proprio di un vero uomo saper vincere in guerra e, insieme, essere ospite elegante di banchetto (lett. deve essere proprio dello stesso uomo).
In seguito, (Paolo) espugnò 70 città dell'Epiro, ch'erano in rivolta, e distribuì il bottino ai soldati. Tornò a Roma in gran pompa, sulla nave di Perseo, la quale - a quanto si tramanda - era di straordinaria grandezza, al punto da aver avuto - (sempre) a quanto si dice - (ben) 16 ordini di remi.
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da nuovo comprendere e tradurre
Plurimum audaciae ad pericula capessenda, plurimum consilii inter ipsa pericula erat. Nullo labore aut corpus fatigari aut animus uinci poterat. Caloris ac frigoris patientia par; cibi potionisque desiderio naturali, non uoluptate modus finitus; uigiliarum somnique nec die nec nocte discriminata tempora; id quod gerendis rebus superesset quieti datum; ea neque molli strato neque silentio accersita; multi saepe militari sagulo opertum humi iacentem inter custodias stationesque militum conspexerunt. Uestitus nihil inter aequales excellens: arma atque equi conspiciebantur. Equitum peditumque idem longe primus erat; princeps in proelium ibat, ultimus conserto proelio excedebat. Has tantas uiri uirtutes ingentia uitia aequabant, inhumana crudelitas, perfidia plus quam Punica, nihil ueri, nihil sancti, nullus deum metus, nullum ius iurandum, nulla religio.
Era di estrema audacia nell'affrontare i pericoli (era a lui moltissimo di audacia verso i pericoli da affrontare), di grandissima saggezza in mezzo ai pericoli stessi. Il suo corpo non avrebbe potuto essere stancato da nessuna fatica, cosi come il suo animo. Uguale la resistenza al caldo e al freddo; la misura del mangiare e del bere limitata al desiderio naturale, non al piacere; i momenti della veglia e del sonno non erano scelti né di notte né di giorno; veniva concesso al riposo ciò che avanzava dalle occupazioni da svolgere: il riposo non era ricercato né in un morbido letto né nel silenzio; spesso molti soldati lo videro avvolto in un mantello militare, sdraiato per terra, tra i corpi di guardia e i distaccamenti dei soldati. Il suo vestito non si distingueva da quello dei suoi coetanei; si notavano le armi e i cavalli. Era di gran lunga il più forte allo stesso tempo dei cavalieri e dei fanti, era il primo ad entrare in battaglia, l'ultimo ad uscirne (usciva per ultimo, attaccata battaglia). Enormi vizi eguagliavano queste virtù tanto grandi dell'eroe: una crudeltà inumana, una slealtà superiore a quella tipica dei Cartaginesi, non credeva ad alcunché di vero o di sacro, non aveva alcun timore degli dei, alcun rispetto per i giuramenti, alcuno scrupolo.
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Tantus est igitur innatus scientiae amor, ut nemo dubitare possit quin ad eam rem natura rapiatur, nullo emolumento invitata. Nonne videmus ne verbera quidem impedire posse quominus pueri res contemplent perquirantque ? Nonne videmus ipsos ad hoc recurrere, cum pulsi essent, et gaudere se aliquid scire, et teneri ludis atque eiusmodi spectaculis, et ob eam rem vel famem et sitim perferre? Nonne videmus eos, qui studiis atque artibus delectantus, nec valetudinis nec rei familiaris habere rationem et compensare cum maximis curi set laboribus eam voluptatem, quam ex discendo capiunt? Quem autem ardorem studii censetis fuisse Archimedi? Quid de Pythagora, quid de Platone aut Democrito dicere possum, a quibus ultimae tarare peregratae sunt propter discendi cupiditatem?
Dunque è tanto innato in noi l'amore per la conoscenza che nessuno può mettere in dubbio che la natura sia trasportata ad essa, attratta senza nessun vantaggio. Non vediamo forse che nemmeno le bastonate possono impedire che i ragazzi osservino e ricerchino? Non vediamo forse che gli stessi ritornino a ciò, dopo esserne stati allontanati, e che sono contenti di conoscere qualcosa, e che sono allettati da svaghi e spettacoli di questo tipo e perciò sopportano persino la fame e la sete? Non vediamo che coloro, che si dilettano negli studi e nelle arti, non badano né allo stato di salute, né alle faccende familiari e compensano con massime cure e sforzi quel piacere che ottengono dall'imparare? D'altra parte, quale fiamma di passione credete avesse Archimede? Che cosa potrei dire su Pitagora, che su Platone o Democrito, dai quali sono state esplorate le regioni più estreme a causa del desiderio di conoscere?