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Alexander, Macedonum rex, olim ab oraculum monitus est ut, si vellt suas res feliciter evenire, eum nterficien- dum curaret qui sibi porta egresso primus occurrisset. Itaque asinarium forte sibiobvium factum ad mortem mitti iussit. Asinario quaerenti quidnam se immerentem innocentemque capitali supplicio afficeret, rex ad se excusandum oraculi praeceptum exposuit. Tum ille: Delectatus Alexander et illius tam callido responso et quod ipse ab errore revocatus erat, occasionem in asinello expiandae religionis arripuit. Summa in rege mansuetudo, summa quoque in asinario calliditas!
Alesandro re dei macedoni avvertito dall'oracolo affinché facesse uccidere, colui che primo uscito dalla porta gli fosse andato incontro. Per caso andatogli incontro un asinaio ordinè che fosse messo a morte. All'asinaio che domandava perché mai lo avesso condannato innocente al supplizio, il re, per giustificarsi espose l'ammonimento dell'oracolo. Allora quello disse: "o re Se è così il fato ha destinato un altro a siffatta morte: Infatti l'asinello che spingevo innanzi a me ti è venuto incontro per primo (non io). " Alessandro divertito sia dall'astuta risposta di quello sia perché lui stess stesso era stato indotto in errore, afferrò l'occasione per soddisfare il presagio dell'oracolo con l'asino Grande fu nel re la benevolenza, ma pure ( fu) grade l'astuzia dell'asinaio
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I rapporti familiari presso gli antichi romani
Autore: Valerio Massimo
Il latino di Base pagina 608 numero 13 e libro nuovo comprendere e tradurre 1 pagina 181 numero 6
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Quis Carthaginiensium pluris fuit Hannibale consilio, virtute, rebus gestis, qui unus cum tot imperatoribus nostris per tot annos de imperio et de gloria decertavit? Hunc sui cives e civitate eiecerunt: nos etiam hostem litteris nostris et memoria videmus esse celebratum. Qua re imitemur nostros Brutos, Camillos, Ahalas, Decios, Curios, Fabricios, Maximos, Scipiones, Lentulos, Aemilios, innumerabilis alios qui hanc rem publicam stabiliuerunt; quos equidem in deorum immortalium coetu ac numero repono. Amemus patriam, pareamus senatui, consulamus bonis; praesentis fructus neglegamus, posteritatis gloriae serviamus; id esse optimum putemus quod erit rectissimum; speremus quae volumus, sed quod acciderit feramus; cogitemus denique corpus virorum fortium magnorumque hominum esse mortale, animi vero motus et virtutis gloria sempiternam
Chi tra i Cartaginesi fu superiore ad Annibale per la saggezza, per il valore e e per le gesta, quale l’unico che combattè per tanti anni contro tanti nostri condottieri per la supremazia e per la gloria? I suoi concittadini scacciarono questo dalla città: invece noi osserviamo che, il nemico, è stato celebrato nella nostra letteratura e nella storia. Pertanto imitiamo i nostri Bruti, Camilli, Ahala, Decii, Curii, Fabrizi, Massimi, Scipioni, Lentuli, Emilii e moltri altri che hanno reso solido questo Stato; io, li pongo per me (dal canto mio) nel novero e nell’assemblea degli dei immortali. Amiamo la patria, obbediamo al senato, provvediamo alle persone oneste; trascuriamo i vantaggi immediati, operiamo per la gloria presso i posteri; riteniamo che la cosa migliore sia quella che sarà la più giusta; speriamo ciò che vogliamo, ma tolleriamo ciò che accadrà; infine rendiamoci conto che il corpo degli uomini forti e dei grandi uomini è mortale, mentre la vita dell’anima e la gloria della virtù sono eterne (lett. singolare)
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Cum Syracusarum tyrannus erat Dionysius, qui admodum crudelis erat ac cives cotidie variis modis excruciabat, Phintias Pythagoreus, suis civibus proficere volens, statuit eum necare. Sed, dum Phintias pugione tyrannum percussurus est, Dionysii custodes eum comprehenderunt et ad tyrannum perduxerunt, qui eum capitis damnavit. Phintias sententiam aequo animo accepit sed a tiranno tres dies petivit, ut posset matrem postremum revisere, et amicum Damonem sponsorem dedit. Dionysius, Damone in vincula coniecto, Phintiam liberavit. Phintias matrem revisit sed eius reditus admodum difficilis fuit, quia, prae pluvia vehementi, altum ac turbineum flumen transire non poterat. Die costituta iam milites Damonem pro Phintia necaturi erant, cum repente amicus pervenit. Dionysius, tanto fidei documento motus, Phintiae veniam concessit ambosque amicos incolumes dimisit.
Quando era tiranno di Siracusa Dionigi, che era molto crudele e affliggeva i cittadini ogni giorno in vari modi, il pitagorico Finzia, volendo giovare ai suoi concittadini, decise di ucciderlo. Ma mentre Finzia stava per colpire il tiranno col pugnale, le guardie di Dionigi lo presero e (lo) condussero dal tiranno, che lo condannò a morte. Finzia accolse la sentenza con animo sereno, ma chiese al tiranno tre giorni per poter rivedere la madre per l’ultima volta e diede come garante l’amico Damone. Dionigi, gettato in carcere Damone, liberò Finzia. Finzia rivide la madre e il suo ritorno fu molto difficile, perché a causa di una forte pioggia non poteva attraversare un fiume profondo e vorticoso. Nel giorno stabilito già i soldati stavano per uccidere Damone al posto di Finzia, quando all’improvviso l’amico arrivò. Dionigi, colpito da una testimonianza così grande di fedeltà alla parola data, concesse il perdono a Finzia e lasciò andare entrambi gli amici incolumi
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Omnes gentes deos colunt; idque evenit non aliquo casu, sed quod dii cotidie vim suam ostendunt. Nihil enim est tam manifestum, tam persicuum, si aliquando in caelum suspeximus caelestiaque sidera spectavimus, quam esse aliquod numen praestantissimae mentis, qui omnia regit. Si quis de hac re dubitat, haud sane intellego cur non dubitet de ipso sole eiusque lumine. Omnes gentes enim deos esse putant et stabilis haec opinio permanet atque diuturnitate temporis confirmatur atque una cum saeculis aetatibusque inveterascit. Videmus autem ceteras opiniones fictas atque vanas diuturnitate exstabuisse. Quis enim Hippocentaurum aut Chimaeram fuisse putat? Quis tam stultus est qui vera credat illa portenta, quae a poetis narrantur? Tempus opiniones falsas delet atque iudicia vera confirmat
Tutti le genti onorano gli dei; e questa cosa succede non a caso, ma perché gli dei ogni dì mostrano la loro forza. Niente è così palese, così evidente, se talvolta abbiamo guardato al cielo e abbiamo contemplato gli astri, che c'è qualche nume di elevatissima mente, che regge ogni cosa. Se qualcuno dubita di questa cosa, non ha certametne compreso perché non dubiti dello stesso sole e della sua luce. Tutti i popoli credono infatti che gli de esistanoi e questa opinione resta stabile ed è confermata dalla lunghezza del tempo e da sola invecchia con i secoli e le età. Vediamo tuttavia che sono esistite a lungo altre opinioni fitte e vane. Chi infatti crede che ci sia stato l'Ippocentauro e la Chimera? Chi è così stolto da credere veri quei portenti, che dai poeti sono narrati? Il tempo cancella le false opinioni e conferma le vere tesi.