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Quid aliud nos a natura petimus? Cur, si male vivimus, naturam ipsam arguimus? Qua de causa numquam contenti ea sumus? Illa vero benigne nobiscum agit: nam hominum vita satis longa est, si illam bene adhibemus. Sed alium insatiabilis avaritia tenet, alium in supervacuis laboribus nimia sedulitas; alius vino madet, in alio inertia vincit; quosdam gloriae cupido torquet, quosdam versat divitiarum certamen. Quam tandem voluptatem honestam comparant homines? Nullam! Aliis nocemus, nobis incommoda paramus et in iisdem periculis, in iisdem necessitatibus semper vivimus. Nova quaedam nonnumquam optamus, sed in eodem statu semper manemus. Quibusdam nihil placet, nihil eos movet; atque ita exigua iis est vita, quam vivunt. Vitiis et otio vitam nobis brevem efficimus; nos ipsi, igitur, in culpa sumus, non natura!
Che altro chiediamo alla natura? Perchè, se viviamo male, accusiamo la stessa natura? Per quale ragione non siamo mai contenti di quella (la natura)? Quella veramente si comporta bene con noi: infatti la vita degli uomini è abbastanza lunga se la usiamo bene. Ma uno è preso dall'insaziabile avidità, un altro dalle inutili occupazioni di un frenetico lavoro; uno è ubriaco (madere vino=essere ubriaco), un altro languisce nella pigrizia; qualcuno è stressato dal desiderio della gloria, qualcun altro si trova nella corsa delle ricchezze. Quale onesto desiderio preparano gli uomini? Nessuno! Nuociamo a qualcuno, prepariamo cose scomode per noi e viviamo sempre negli stessi pericoli, nelle stesse necessità. Non scegliamo mai nuove cose, ma rimaniamo sempre nel medesimo stato. Ad alcuni non piace nulla, niente li smuove; e così la vita a quelli è esigua, per come la vivono. Costruiamo una vita breve con i vizi e la pigrizia; noi stessi dunque siamo in colpa non la natura!
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Fertilità della terra Atticaversione latino
Varrone traduzione libro da Le ragioni del latino
Primum cum orbis terrae divisus sit in duas partes ab Eratosthene maxume secundum naturam, ad meridiem versus et ad septemtriones, et sine dubio quoniam salubrior pars septemtrionalis est quam meridiana, et, quae salubriora, illa fructuosiora, ibique Italia, dicendum magis eam fuisse opportunam ad colendum quam Asiam, primum quod est in Europa, secundo quod haec temperatior pars quam interior. Nam intus paene sempiternae hiemes, neque mirum, quod sunt regiones inter circulum septemtrionalem et inter cardinem caeli, ubi sol etiam sex mensibus continuis non videtur. Itaque in oceano in ea parte ne navigari quidem posse dicunt propter mare congelatum. ... il testo prosegue fino a
Quod oleum Venafro? Non arboribus consita Italia, ut tota pomarium videatur?
Essendo stato da Eratostene il mondo diviso in due parti, uno meridionale e uno settentrionale, sopratutto secondo natura, e senza dubbio poiché è più salubre la parte settentrionale di quella meridionale e, va detto che quella più fertile che è la più salubre e qui vi è l'Italia, è più propizia alla coltivazione dell'Asia, per prima cosa perché è situata in Europa, poi perché questa regione è più temperata di quella interna. Infatti nella parte interna vi sono inverni interminabili, e non è da stupirsi, in quanto le regioni cono comprese tra il circolo polare artico e il polo (nord), dove il sole non si vede anche per sei mesi consecutivi. Pertanto si dice che non quella zona non si possa neppure navigare per il mare ghiacciato. Là in che modo si potrebbe seminare o crescere o raccogliere qualche cosa quando il giorno o la notte durano sei mesi? Viceversa che cosa non nasce in Italia non solo di necessario, ma anche di eccezionale? Che farro si produce dalla Campania? Che frumento dalla Puglia? Che vino dal Falerno? Che olio dal Venafro? Non è coperta d'alberi l'Italia, tanto da parere tutta quanta un frutteto?
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C. PLINIUS CALPURNIAE SUAE S. Numquam sum magis de occupationibus meis questus, quae me non sunt passae aut proficiscentem te valetudinis causa in Campaniam prosequi aut profectam e vestigio subsequi. Nunc enim praecipue simul esse cupiebam, ut oculis meis crederem quid viribus quid corpusculo apparares, ecquid denique secessus voluptates regionisque abundantiam inoffensa transmitteres. Equidem etiam fortem te non sine cura desiderarem; est enim suspensum et anxium de eo quem ardentissime diligas interdum nihil scire. Nunc vero me cum absentiae tum infirmitatis tuae ratio incerta et varia sollicitudine exterret. Vereor omnia, imaginor omnia, quaeque natura metuentium est, ea maxime mihi quae maxime abominor fingo. Quo impensius rogo, ut timori meo cottidie singulis vel etiam binis epistulis consulas. Ero enim securior dum lego, statimque timebo cum legero. Vale.
Plinio saluta la sua Calpurnia. Non sono mai stato più rammaricato a proposito dei miei impegni che non mi hanno consentito né di accompagnar(ti) mentre ti recavi in Campania per motivi di salute, né di raggiungerti, una volta che, di punto in bianco, te ne sei ripartita. Soprattutto ora vorrei esserti accanto, per appurare - con i miei (stessi) occhi - se ti sei ristabilita e se hai smaltito, senza traumi, le frivolezze del luogo e l'opulenza della zona. Eppure, mi mancheresti, non senza trepidazione, anche (se ti sapessi) ristabilita; trasmette, infatti, incertezza ed ansia il non ricever notizie - per un certo periodo di tempo - non sapere nulla a riguardo di chi si vuole bene. In questo momento, poi, la consapevolezza della tua assenza e la tua debole salute, mi lascia inquieto, di un'inquietudine ncerta e varia. Ho paura di tutto, immagino di tutto e com'è tipico di coloro che provano paura, m'immagino soprattutto le cose per me più terribili. Per questo motivo, ti prego di consolare il mio timore, (inviandomi) ogni giorno una, o anche due, lettere. Mi tranquillizzerò leggendole, anche se - appena dopo averle lette proverò timore. Saluti.
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Antiqui Italiae populi multos dos atque multas deas colebant, Dianam praesertim et vestam et Minervam inter deas; Saturnum; Mercurium, Neptunum, Bacchum inter deos. Nominatiam Diana silvarum dea ac regina eat; Vesta vitae domesticae, et Minerva sapientae dea. Saturno, antiquo deo Italico, Romani saepe consecrabant sumptuosa templa, ubi publicum aerarium custodiebant. Deorum nuntius, mercaturae et divitiarum patronus Mercurius erat; caduceo animas in regnum mortuorum ducebat. Aquarum deus et nautarum patronus Neptunus erat. Antiqui Italiae incolae in promunturiis splendida templa ac statuas Neptuno aedificabant. Deus undas adsidue agibat vel repente sedabat.
Gli antichi popoli dell'Italia onoravano molti dei e molte dee, soprattutto Diana, Vesta e Minerva fra le dee, Saturno, Mercurio, Nettuno e Bacco fra gli dei. Diana in particolare era la dea e la regina delle selve; Vesta della vita familiare e Minerva la dea della sapienza. I romani consacravano a Saturno, all'antico dio italico, un sontuoso tempio dove custodivano il tesoro pubblico. Mercurio era il messaggero degli dei e il patrono del commercio e delle ricchezze; egli con il caduceo conduceva le anime nel regno dei morti. Nettuno era il dio delle acque e il patrono dei marinai. Gli antichi abitanti dell'Italia costruivano sui promontori splendidi templi e statue per Nettuno. Il dio (Nettuno) agitava continuamente le onde e le calmava improvvisamente.
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Augustus cibi minimi erat atque vulgaris fere. Secundarium panem et pisciculos minutos et caseum bubulum manu pressum et ficos virides biferas maxime appetebat; vescebaturque et ante cenam quocumque tempore et loco, quo stomachus desiderasset. Verba ipsius ex epistulis sunt: "Nos in essedo panem et palmulas gustavimus. " Et iterum: "Dum lectica ex regia domum redeo, panis unciam cum paucis acinis uvae duracinae comedi. " Et rursus: "Ne Iudaeus quidem, mi Tiberi, tam diligenter sabbatis ieiunium servat quam ego hodie servavi, qui in balineo demum post horam primam noctis duas buccas manducavi prius quam ungui inciperem. " Ex hac inobservantia nonnumquam vel ante initum vel post dimissum convivium solus cenitabat, cum pleno convivio nihil tangeret. Vini quoque natura parcissimus erat. Non amplius ter bibere eum solitum super cenam in castris apud Mutinam, Cornelius Nepos tradit. Postea quotiens largissime se invitaret, senos sextantes non excessit, aut si excessisset, reiciebat. Et maxime delectatus est Raetico neque temere interdiu bibit. Pro potione sumebat perfusum aqua frigida panem aut cucumeris frustum vel lactuculae thyrsum aut recens aridumve pomum suci vinosioris.
Versione dal libro Nuovo le ragioni del latino
Secundarium panem et pisciculos minutos et caseum bubulum manu pressum et ficos virides maxime appetebat Augustus; vescebatur et ante cenam, ...
Versione dal libro nuovo comprendere e tradurre
Augusto in fatto di cibi era sobrio e di gusto quasi volgare. Le sue preferenze andavano al pane comune, ai pesciolini, al formaggio di vacca pressato a mano, ai fichi freschi, della specie che matura due volte all'anno. Mangiava anche prima di cena, in ogni momento e in qualsiasi luogo, come esigeva il suo stomaco. Lo dice lui stesso in una delle sue lettere: «In vettura abbiamo gustato pane e datteri. » E ancora: «Mentre in lettiga tornavo a casa dalla galleria ho mangiato un pò di pane con qualche acino di uva dura. » E di nuovo ancora: «Mio caro Tiberio nemmeno un Giudeo, il giorno di sabato, osserva così rigorosamente il digiuno come ho fatto io quest'oggi, perché soltanto al bagno, dopo la prima ora della notte, ho mangiato due bocconi, prima che si incominciasse ad ungermi. » Questo appetito capriccioso lo obbligò talvolta a mangiare da solo, sia prima, sia dopo un banchetto, mentre poi durante il pasto regolare non toccava cibo. Anche nel vino era per natura assai sobrio. Cornelio Nepote riferisce che di solito non beveva più di tre volte per pasto quando era accampato davanti a Modena. Più avanti, nei suoi più grandi eccessi, non superò mai un sestario, ma se lo superava, lo vomitava. Preferiva in particolare il vino della Rezia e generalmente non beveva durante la giornata. Per dissetarsi prendeva un pò di pane inzuppato in acqua fredda, o un pezzo di cocomero, o un gambo di lattuga tenera, oppure un frutto dal succo gustoso, appena colto o conservato.
Augusto era parco nel cibo e quasi ordinario. Prediligeva soprattutto pane di seconda qualità e pesciolini minuti e formaggio di vacca pressato e fichi verdi che fruttificano due volte l'anno; spesso mangiava anche prima di cena a qualunque ora e luogo. Nelle sue lettere leggiamo: "Ho gustato pane e datteri". E ancora: "Mentre ritornavo a casa dalla reggia con la lettiga, ho mangiato un'oncia di pane con acini d'uva duracina". Per natura era molto parco anche nel vino. Cornelio Nepote afferma che, nell'accampamento presso Modena, non era solito bere più di tre bicchieri a cena. Come bevanda prendeva pane intinto in acqua fredda, o un pezzo di cocomero, o un gambo di lattuga tenera, un frutto, appena colto o conservato.