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Priverno capto interfectisque iis, qui id oppidum ad rebellandum incitaverant, senatus indignatione accensus ... non solum venia, sed etiam ius et beneficium nostrae civitatis daretur.
Presa (la città di) Priverno e uccisi coloro che avevano incitato quella città alla ribellione (= a ribellarsi), il senato, acceso d'ira, discuteva che cosa mai dovesse fare anche degli altri Privernati. Del resto i Privernati, pur comprendendo che l'unica risorsa (= aiuto) consisteva nelle preghiere, non poterono dimenticarsi del loro sangue libero e italico: infatti il loro capo, interrogato in senato (su) quale castigo meritassero, rispose: " (Quello) che meritano (coloro) che si giudicano degni della libertà". Con queste parole aveva infiammato gli animi esasperati dei senatori. Ma il console Plauzio, essendo favorevole alla causa dei Privernati, domandò quale pace i Romani avrebbero potuto fare con loro, se fosse stata donata (loro) l'impunità. Ma egli con volto fierissimo disse: "Se ci darete una (pace) buona, (la farete) per sempre, se cattiva, non (la farete durare) a lungo (lett. : lunga). Con questo discorso fu ottenuto che ai vinti venne concesso non solo il perdono, ma anche il diritto e il beneficio della nostra (= romana) cittadinanza
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Cum superiorem Africanum in Liternina uilla se continentem conplures praedonum duces videndum eodem tempore forte confluxerunt. Quos cum ad uim faciendam uenire existimasset, praesidium domesticorum in tecto conlocavit eratque in his repellendis et animo et apparatu occupatus. Quod ut praedones animaduerterunt, dimissis militibus abiectisque armis ianuae adpropinquant et clara uoce nuntiant Scipioni non uitae eius hostes, sed uirtutis admiratores uenisse conspectum et congressum tanti uiri quasi caeleste aliquod beneficium expetentes: proinde securum se nobis spectandum praebere ne grauetur. Haec postquam domestici Scipioni retulerunt, fores reserari eosque intromitti iussit. Qui postes ianuae tamquam aliquam religiosissimam aram sanctumque templum uenerati cupide Scipionis dexteram adprehenderunt ac diu osculati positis ante uestibulum donis, quae deorum inmortalium numini consecrari solent, laeti, quod Scipionem uidisse contigisset, ad lares reverterunt
Mentre l'Africano maggiore si trovava nella sua villa di Literno, numerosi capi di pirati si recarono nello stesso momento a vederlo. Credendo che fossero venuti con intenzioni ostili, egli fece disporre a difesa sul tetto della casa un gruppo di suoi servi ed era tutto preso dai preparativi per respingere gli aggressori. Quando i predoni se ne resero conto, fatti allontanare i loro compagni e gettate a terra le armi, si avvicinarono alla porta ad annunziare a gran voce ch'erano venuti non per attentare alla sua vita, ma, quali ammiratori della sua virtù, per avere la possibilità di osservare da vicino un uomo così famoso: lo desideravano quasi come un dono divino; perciò avesse la bontà di farsi vedere senza alcuna preoccupazione. Riferite che gli furono queste parole, Scipione fece aprire le porte ed introdurre i predoni. Costoro, fatto rispettoso atto di omaggio ai battenti della porta, come fossero il più venerando degli altari ed un tempio inviolabile, presero con effusione la mano destra di Scipione e, baciatala a lungo, deposero davanti al vestibolo quei doni che sogliono essere offerti agli dèi; e lieti per la fortuna di aver potuto vedere da vicino Scipione, se ne ritornarono donde erano venuti.
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Un esempio di audacia e di eroismo
Valerio Massimo Nuovo Le Ragioni del Latino
Cum Hannibal Capuam, in qua Romanus exercitus erat obsideret, Vibius Accanus ...
Mentre Annibale occupava Capua in cui c'era l'esercito romano, Vibio Accao, prefetto della coorte peligna, gettò il vessillo al di là della trincea cartaginese, maledicendo sé stesso e i suoi compagni d'armi, se i nemici si fossero impadroniti dell' insegna; e per ottenerla per primo con la coorte che lo accompagnava si lanciò all'assalto. Come Valerio Flacco tribuno della terza legione vide questo rivolto verso i suoi disse"Come vedo, siamo venuti qui a far da spettatori dell'coraggio altrui. Per quel che mi riguarda voglio morire gloriosamente o portare a termine felicemente la mia audace impresa. Sono pronto a correre anche da solo all'assalto". Ciò udito, il centurione Pedanio, esortò i soldati e impugnando l’insegna con la destra: "Ora, disse, questa sarà con me entro la palizzata nemica: perciò mi seguano quanti non vogliono che mi sia catturata", e con essa irruppe nel campo cartaginese, trascinandosi dietro tutta la legione. Così l'impetuosa temerità dei tre uomini non permise che Annibale, che poco prima prima in cuor suo conquistatore di Capua, fosse neppure padrone dei suoi accampamenti.
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INIZIO: Filius Croesi regis, quamvis iam fari per aetatem posset, infans erat et, quamvis iam multus adolevisset, item nihil fari quibat.
FINE: Tum et hostis gladium reduxit et rex vita donatus est et adulescens loqui prorsum deinceps incepit.
Il figlio del re Creso sebbene potesse già parlare per l’età, era muto, e sebbene ormai fosse cresciuto molto, ugualmente non riusciva a parlare per niente. Era muto a tal punto che fu ritenuto senza voce a lungo. Dopo aver preso la città, nella quale era, un nemico, estratta la spada, assalendo suo padre, vinto in una grande battaglia, non sapendo fosse il re, il giovane aprì la bocca, sforzandosi di gridare, e con quello sforzo ed impeto ruppe il difetto della sua vita e il nodo della voce e parlò apertamente e chiaramente, gridando contro il nemico, affinché il re Creso non fosse ucciso il re Creso. Allora il nemico ritirò la spada, e al re fu lasciata la vita e il giovane incominciò a sua volta a parlare liberamente.
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Bello punico secundo classis atque legiones romanorum ad lilybaeum accesserant, siciliae promunturium. Ipse scipio, qui militias ducebat, hanc precationem peregit: "dii atque deae, qui in maribus et terris habitatis, vos oro ut res et mihi, et populo romano, et nostris sociis et gentibus latinis secunde sint. vos rogo ut domum incolumes redeant hi milites, qui sub meo imperio militant. triumphum mihi concedite ex his gentibus barbaris quae nostros agros invaserunt atque domos, templa, messes deleverunt in sicilia et in multis italiae regionibus. vestro assensu carthaginienses puniemus iisdem(con le medesime)caedibus quas in italia fecerunt. ne impii essemus, veniam donavimus omnibus qui eam petiverant". post haec verba scipio hostiam immolavit atque classi discessus signum dedit.
Durante la seconda guerra punica la flotta (navale) avevano raggiunto Lilibeo, promontorio della Sicilia. Scione stesso, che conduceva le milizie, proclamò (rappresentò) questa preghiera: " O dei e dee che abitate nei mari e nelle terre, io vi prego affinché le imprese siano favorevoli a me, al popolo romano, ai nostri alleati, alle genti latine, vi prego affinché questi soldati che militano sotto il mio comando, ritornino a casa incolumi. Concedetemi il trionfo, tra queste genti barbare che hanno invaso i nostri territori e (che) hanno distrutto le case, i tempi, i raccolti in Sicilia e in molte altre regioni d'Italia. Con la vostra approvazione puniremo i Cartaginesi con le medesime stragi che (essi) fecero in Italia. Per non diventare (troppo) spietati noi offriamo il perdono a tutti quelli che questo (il perdono) avevano supplicato". Dopo queste parole Scipione immolò una vittima e allontanatosi con la flotta diede il segnale.