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Una mosca morde la testa nuda di un (uomo) calvo; l'uomo tenta di schiacciare la mosca, ma si fa una ferita. La mosca allora deride l'uomo e dice: Mi schiacci per una piccola puntura. Ora invece infliggi a te una punizione grande e straordinaria: infatti ti sei fatto un grande danno. L'uomo però risponde: Facilmente mi concedo il perdono, infatti io non volevo farmi del male. Tu invece, o mosca, desideri provocare fastidi agli uomini: ragion per cui, io desidero uccidere o schiacciare le mosche anche con mio danno. Questo è l'insegnamento della favola: gli uomini sbagliano o per scelta o per cattiva sorte, ai primi dobbiamo dare una punizione, ai secondi dobbiamo dare il perdono.
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M. Catone da giovanetto visse tra i Sabini, poiché lì aveva un podere lasciatogli dal padre. Di lì, sotto l'esortazione di L. Valerio Flacco, che in seguito ebbe come collega nel consolato e nella censura, si trasferì a Roma e si applicò alla carriera politica. Sotto il consolato di Q. Fabio e M. Claudio fu generale dei soldati in Sicilia; poi seguì l'esercito di C. Claudio Nerone. Dopo che era stato questore, fu eletto edile della plebe. In qualità di pretore governò la provincia di Sardegna. Nel periodo precedente, ritornando dall'Africa in qualità di questore, aveva portato con sè a Roma il poeta Q. Ennio. Ricoprì il consolato insieme a L. Valerio Flacco. Poi ottenne in sorte la provincia di Ispania e da essa riportò un trionfo. Dopo che furono passati molti anni, P. Scipione Africano volle cacciarlo dalla Provincia e succedergli, ma non riuscì a fare ciò per mano del Senato. Per questa ragione quello, adirato col Senato, dopo aver portato a termine il consolato, rimase a Roma come privato cittadino. Catone invece, eletto censore insieme a Flacco, ricoprì con severità quella magistratura.
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Asdrubale comandante dei Cartaginesi, era sceso verso il fiume Ebro, intenzionato a dirigersi dalla Spagna in Italia. Gli venne incontro l'esercito Romano, sotto la guida di Scipione. Per pochi giorni nessuno dei due scese in campo; alla fine, nel medesimo giorno, da entrambe le parti fu dato il segnale di battaglia e tutte le truppe, dei Romani e dei Cartaginesi, vennero a battaglia. L'esercito Romano si divise in tre: una parte dei Veliti fu posta tra i soldati delle prime file; una parte fu accolta dietro le insegne; i cavalieri cinsero i fianchi. Asdrubale rafforza il centro dello schieramento con i soldati Ispanici; sul fianco destro colloca i Cartaginesi, sul sinistro gli Afri e le truppe ausiliarie di mercenari; davanti ai fianchi mette la cavalleria. Una volta che l'esercito era stato schierato in questo modo, Scipione e Annibale avevano quasi uguale speranza, poiché né questi né quelli erano molto superiori per numero o per tipo di soldati. I soldati Romani tuttavia erano forti e valorosi, come se erano in procinto di combattere in difesa dell'Italia. E così al primo assalto i Romani vinsero facilmente i nemici e uccisero una grande truppa dei nemici. I Mauritani ed i Numidi non appena videro l'esercito vacillante volsero le spalle; anche Asdrubale scappò a stento con pochi uomini dal centro della mischia.
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Mentre molte cose distoglievano facilmente gli animi dei Siracusani e i nostri dai propositi di guerra, si aggiunse a queste anche la peste, male comune. Infatti, poiché ormai iniziava la stagione dell'autunno e dato che non sopraggiungevano le piogge, l'insopportabile forza del caldo, infiacchì i corpi di quasi tutti in entrambi gli accampamenti e colpiva gli uomini più fuori città che nella città. La cura stessa e il contatto degli ammalati diffondeva le malattie al punto che i malati, i trascurati gli abbandonati, uccidevano oppure trascinavano con sé coloro che (li) assistevano e curavano, infettati dalla stessa forza della malattia. Davanti agli occhi c'erano sia funerali quotidiani sia morte e dappertutto, giorno e notte si udivano lamenti. Alla fine per questa abitudine del male gli animi di tutti furono abbrutiti al punto che, disprezzate le lacrime e il giusto lamento, ormai non venivano più celebrati funerali dei defunti e non li seppellivano neppure e che i corpi giacevano esanimi sul pavimento sotto lo sguardo di molti, che attendevano una morte simile, (al punto che) i defunti consumavano con il dolore i malati, i malati (sfinivano) quelli sani, con la putrefazione e con l'odore pestilenziale dei corpi.
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La formica litiga con la mosca riguardo alla superiorità. La mosca dice con insolenza: Tu neghi la mia superiorità e paragoni la mia gloria con la tua? Sono spesso sugli altari delle dee, nelle capanne degli agricoltori e nelle ville delle matrone; quando lo desidero, siedo sulla testa di padrone e regine. Non lavoro mai, e assaggio sempre una grande abbondanza di uva sulle tavole dei convitati. Tu, al contrario, sei rozza, e la tua vita non è piacevole, ma faticosa e piena di preoccupazioni.