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Tutta la nazione dei Galli è estremamente dedita alle pratiche religiose; e per quella ragione coloro che sono affetti da malattie mortali e si trovano nelle battaglie e nei pericoli, o sacrificano uomini come vittime, oppure fanno voto che sacrificheranno se stessi, e designano i druidi come esecutori per tali sacrifici: infatti ritengono che la volontà degli déi immortali si plachi se in cambio della vita di un uomo è immolata una vittima umana. Spesso fabbricano delle statue di enorme statura e riempiono le loro membra, intrecciate di vimini, con uomini vivi. Incendiate le statue, gli uomini, circondati dal fuoco, vengono uccisi atrocemente. Credono che agli déi immortali siano estremamente graditi i sacrifici di ladri e briganti: quando però, viene meno la disponibilità di quel genere (di uomini), acconsentono anche ai sacrifici di uomini innocenti. I Galli vanno dicendo che tutti loro sono figli del padre Dite e affermano che ciò è stato tramandato dai druidi. Per quella ragione calcolano i periodi di tutto il tempo non con il numero dei giorni, ma (con il numero) delle notti. I funerali sono magnifici e sontuosi: gettano nel fuoco tutto quello che giudicano essere stato a cuore ai vivi, anche gli animali, e fino a poco tempo fa venivano arsi gli schiavi e i sudditi cari a quelli, a funerale consumato.
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All'inizio dell'estate anche in Spagna fu intrapresa una guerra per terra e per mare. Asdrubale, pronto alla guerra, conduceva una flotta ingente lungo la costa (e) l'esercito sul litorale. Cn. Scipione, dopo che aveva sentito che i nemici si erano spostati dai quartieri invernali, caricati i soldati scelti sopra le navi, si affretta ad andare incontro al nemico con la sua flotta, giunge non lontano dalla foce del fiume Ebro. Quindi, le due navi esploratrici mandate avanti, riferirono che la flotta Cartaginese si trovava sulla foce del fiume e che l'accampamento era stato posto sulla riva. Pertanto Scipione, levate le ancore, avanza verso il nemico. Viste le navi dei nemici, Asdrubale ordina ai soldati di marina di imbarcarsi e di prendere le armi. La flotta Romana ormai non era lontana dal porto. Ma all'improvviso scoppiò un grande tumulto mentre i rematori e nello stesso momento i soldati si precipitano sulle navi. Tutti fanno ogni cosa rapidamente e di corsa: per l'agitazione dei marinai i Cartaginesi non riescono a prendere e posizionare le armi. Nel frattempo i Romani si avvicinavano e avevano già disposto le navi per la battaglia: pertanto i Cartaginesi, turbati non dal nemico e dalla battaglia, ma dal loro stesso tumulto, volsero in fuga la flotta.
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Il luogotenente, tramite i prigionieri, prende conoscenza con certezza dei luoghi: dunque sceglie un luogo adatto all'accampamento, ed ordina di piazzare l'accampamento. Per prima cosa, dai legionari viene scavato un fossato largo e profondo, poi, i soldati del genio costruiscono una palizzata grande e robusta dietro al fossato, e la fortificano con punte e forche. Vengono anche costruiti i fortini delle guarnigioni, e, sul muro, vengono disposte le guardie. All'interno della palizzata, vengono tracciati, con grande accuratezza, il cardo e il decumano, e vengono fortificati; vengono aperte la porta decumana e la pretoria, vengono piazzate le tende e il pretorio. Vengono scelte le sentinelle, e le salmerie vengono ammassate in un luogo segreto nel granaio. Le armi e le frecce per i legionari erano a portata di mano, i soldati del genio, invece, costruiscono con grande impegno catapulte e macchine da guerra. Il luogotenente, alla fine, entra nell'accampamento attraverso la porta decumana, e passa in rassegna i legionari presso il pretorio. Ora le truppe dei Romani sono pronte, e possono attaccare battaglia.
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Attaccamento e lealtà nei confronti dei protetti non mancarono neppure al giovane Cesare. Difese Masinta, nobile giovane, tanto assiduamente da strapparlo alle mani dei creditori: subito dopo, partendo dalla pretura in Ispania, lo trasportò con la sua lettiga. Trattò sempre gli amici con una così grande cortesia e indulgenza, da concedere il suo alloggio a gaio Oppio, colpito da una improvvisa malattia, mentre lo accompagnava per una strada boscosa e da dormire egli stesso per terra e all'aria aperta. Quando già deteneva il sommo potere, promosse a cariche eccellenti molti amici, anche di modesta condizione, ripetendo che se anche avesse avuto bisogno dell'aiuto di briganti e sicari, avrebbe mostrato anche a questi uomini una simile riconoscenza. D'altra parte non si attirò mai ostilità così gravi da (dover) abbandonare (il potere) senza volerlo, data l'opportunità. Fu anche sostenitore di Gaio Memmio nella candidatura del consolato anche se aveva risposto ai suoi discorsi invidiosi con uguale durezza.
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Cesare, dopo aver sbarcato l'esercito e trovato un logo idoneo per l'accampamento, quando seppe dai prigionieri in quale luogo si fossero accampate le truppe del nemico, dopo aver lasciato presso il mare dieci coorti e i cavalieri, perché fossero di guardia alle navi, dal terzo turno di guardia si diresse verso i nemici. Aveva lasciato le navi sulla costa sabbiosa e scoperta e legate alle ancore e aveva preposto a quella guarnigione Q. Atrio con le navi. Lo stesso, dopo aver alquanto avanzato durante la notte, infine notò le truppe dei nemici, quelli, dopo aver avanzato verso il fiume con la cavalleria e con i carri, incominciarono a bloccare i nostri da un luogo più alto e ad ingaggiare battaglia. Respinti dalla cavalleria si rifugiarono nei boschi, avendo trovato un luogo ben protetto sia per conformazione naturale che per il lavoro di fortificazione, che avevano predisposto già in precedenza a causa di una guerra intestina: infatti una volta tagliati gli alberi fitti, tutti gli accessi erano stati sbarrati. Gli stessi, sparsi fuori dai boschi, resistevano e impedivano ai nostri di entrare all'interno delle fortificazioni. Ma i soldati della settima (legione), formata la testuggine, e accostato un terrapieno alle fortificazioni, conquistarono il luogo e cacciarono quelli dai boschi, riportando poche ferite.