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Ormai in realtà, oh giudici, anche se disprezzate le sorti dei Siciliani, tuttavia voi sostenete e difendete la comune causa del popolo Romano. Dico che da Verre sono stati scacciati i contadini, i campi distrutti e saccheggiati, la provincia saccheggiata e devastata: dimostro tutte queste cose con la missiva delle città, chiarisco con le testimonianze sia pubbliche, delle onestissime cittadinanze, sia private degli uomini più importanti. Che cosa volete di più? Forse aspettate che L. Metello, che, con il potere e l'autorità, dissuase molti testimoni contro l'imputato (istum), testimoni a proposito della malvagità della disonestà, della sfrontatezza di codesto? Non credo, ma egli, che successe a costui, può conoscere eccellentemente tutte le cose. È così, tuttavia è ostacolato dall'amicizia. Qualcuno forse richiede la testimonianza di L. Metello contro Verre? Nessuno. Qualcuno forse muove accuse? Non credo. Che cosa? Se con la testimonianza di L. Metello e con la missiva dimostrerò che ogni cosa è vera, che cosa direte? Che Metello delinea il falso, o che è desideroso di danneggiare un amico, o che il pretore non sa che la sua provincia è stata danneggiata così selvaggiamente?
Num absolvetis iudices eum qui se fateatur maximas pecunias cum summa sociorum iniuria cepisse? Atqu
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O giudici, forse assolverete colui che ha confessato di aver preso enormi somme di denaro con enorme danneggiamento degli alleati? E magari potesse giustificare questo crimine con un'argomentazione qualsiasi, anche se falsa, almeno umana e già sentita! Emettereste la sentenza con minor pericolo vostro e minor pericolo di tutte le province! Non può negare in alcun modo; è incalzato da tutta la Sicilia; non c'è nessuno, tra un numero tanto grande di aratori, dal quale non sia stato preteso del denaro a titolo di tassa d'approvvigionamento. Vorrei inoltre che egli potesse dire questo, che codesta imputazione non lo riguarda affatto, e che l'approvvigionamento veniva gestito tramite i questori. Ma non gli è concesso di dire nemmeno questo. Qual è allora la difesa? Ho fatto ciò che denunci; ho preso enormi somme di denaro a titolo di tassa d'approvvigionamento; ma questa cosa a me è stata permessa e, se ci pensate, sarà permessa anche a voi. (È) pericoloso per le province approvare con una sentenza questo genere di ingiustizia, (è) dannoso per la nostra classe che il popolo Romano pensi che quegli uomini che sono essi stessi vincolati dalle leggi, non possano difendere scrupolosamente le leggi nell'emissione di una sentenza ("in iudicando"). E mentre costui era pretore, o giudici, non solo non ci fu un una regola nel quantificare il grano, ma nemmeno nel pretenderlo; infatti, egli pretese non ciò che era dovuto, ma quanto gli fece comodo. Dunque io vorrei che voi consideraste attentamente tutte codeste cose, e prendiate una giusta decisione in merito all'imputato, con estrema severità.
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Minosse, re di Creta, con le sue truppe aveva devastato le coste di Argolide, antica regione della Grecia e aveva stretto in assedio la città di Megara. A quel tempo il re di Megara era Niso: egli sulla testa, tra i bianchi capelli, aveva una ciocca rossa, testimonianza della continuità del suo potere. infatti l'oracolo di Apollo un tempo gli aveva annunciato: "Finché questa ciocca sarà rimasta sulla tua testa, tu conserverai il tuo regno". Ma Scilla, figlia di Niso, come vide il re Minosse, si innamorò di lui: infine non esitò a tradire il padre e la patria e ad offrire a lui la vittoria. Tagliò nel sonno la ciocca a suo padre, corse attraverso l'accampamento nemico verso la tenda di Minosse, svelò il suo amore per il re di Creta e, come pegno (d'amore) mostrò la ciocca fatale. Ma la terribile azione spaventò l'animo di Minosse: egli allontanò immediatamente la folle vergine dai suoi occhi, fermò la guerra con i Megaresi e ritornò a Creta. Ma Scilla, a causa della tristezza, si gettò nei flutti ma, gli dei del cielo, spinti dalla compassione, trasformarono la triste fanciulla in un airone, uccello d'acqua dalle piume rosse.
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Ulisse aveva peregrinato ormai per molti anni per terra e per mare, poiché Nettuno, padre di Polifemo e dio del mare, a causa della sua ira furibonda lo agitava (il mare), dal momento che Ulisse aveva privato dell'unico occhio il ciclope suo figlio. Dopo che in un naufragio aveva perso innumerevoli compagni e parecchie navi, quello approdò spossato sull'isola di Calipso, figlia di Atlante. La ninfa, conquistata dall'eleganza della bellezza e dalla nobiltà dell'uomo, si innamorò di Ulisse e lo trattenne presso di sè per un lungo periodo di tempo, finchè Mercurio, messaggero di Giove, le ordinò di lasciarlo andare. E così la ninfa costruì una zattera e tra le lacrime congedò Ulisse, ma Nettuno mandò nuovamente in pezzi questa imbarcazione. Tuttavia mentre l'eroe veniva sbalzato dalle onde la dea Leucotoe, la quale trascorre la vita in mare, gli dette una corazza magica. Con essa Ulisse si cinse il petto e così scampò incolume dal naufragio e giunse nell'isola dei Feaci. Lì Nausica, la bella figlia del re Alcinoo, lo condusse presso suo padre. Quello lo accolse con generosa ospitalità, gli concesse cospicui doni e lo riportò nella patria Itaca.
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Come era stato stabilito, Cesare ormai non si trovava distante dal nemico, quando ritornano da lui gli ambasciatori degli Ubi. Gli Ubi lo scongiuravano vivamente affinché non avanzasse nel loro territorio. Poiché non avevano ottenuto ciò da Cesare, chiedevano che trattenesse dalla battaglia i cavalieri lasciati andare davanti allo schieramento e che egli concedesse tre giorni di tregua. Giuravano che i loro capi avrebbero accettato tutte le condizioni di Cesare. Era abbastanza chiaro a Cesare che tutte quelle cose avevano un medesimo scopo, affinché, trascorsa una pausa di tre giorni, venissero radunati tutti i cavalieri in un medesimo luogo: tuttavia disse che quel giorno sarebbe avanzato soltanto per l'approvvigionamento d'acqua; intanto ordina agli ufficiali mandati avanti con tutta la cavalleria, che non provocassero i nemici allo scontro finché non sopraggiungesse egli stesso con l'esercito. Ma, non appena i nemici videro la piccola truppa – molti infatti erano stati mandati al di là della Mosa per reperire i viveri – accade che all'improvviso rompano il patto, e che aggrediscano e scompiglino i nostri.