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Lo Spartano Agesilao all'inizio ebbe una contesa per il regno con Leotichide, figlio del fratello. Infatti agli Spartani era stata tramandata dagli antenati un'usanza, che avessero sempre due re, più di nome che di fatto, discendenti dalle stirpi di Procle e di Euristene, i quali, nati dalla progenie di Ercole, furono i primi re di Sparta. All'inizio si adottava il sistema che come re venisse decretato il figlio di età superiore tra i figli di colui che fosse deceduto regnando; se quello non aveva lasciato prole maschile, allora veniva scelto colui che fosse di parentela più stretta. Il re Agide, che era morto ed era il fratello di Agesilao, aveva lasciato come figlio Leotichide, che però egli non aveva riconosciuto dopo che era stato partorito dalla madre, ma aveva dichiarato che era suo (figlio) solo in punto di morte. Egli contese per la carica di sovrano con Agesilao, suo zio, e non ottenne ciò che cercò di ottenere. Infatti, grazie al sostegno di Lisandro, uomo fazioso e a quei tempi influente, Agesilao fu scelto dal Senato.
Versione tratta da: Cornelio Nepote
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Vespasiano Titus filius successit qui et ipse Vespasianus est dictus vir omnium virtutum genere mirabilis adeo ...
A Vespasiano successe il figlio Tito, il quale venne a sua volta chiamato Vespasiano, un uomo straordinario quanto a genere di ogni virtù, al punto che veniva definito l'amore e la delizia del genere umano, abilissimo nel parlare, abilissimo nel combattere, estremamente temperante. Condusse cause in lingua Latina, compose poemi e tragedie in Greco. Nell'assedio degli abitanti di Gerusalemme, prestando servizio militare agli ordini del padre, trafisse dodici oppositori con i colpi di dodici frecce. A Roma, nell'impero, fu di una umanità così grande, che non punì assolutamente nessuno, e lasciò andare i colpevoli di una congiura nei suoi confronti, ed anzi, li mantenne nella medesima amicizia di prima. Fu di una affabilità e di una generosità tanto grande che, poiché non rifiutava nulla a nessuno, e veniva rimproverato dagli amici, rispose che nessuno doveva congedarsi deluso da un imperatore, inoltre, dopo che un certo giorno, durante la cena, si fu ricordato che in quella giornata egli non si era adoperato per nessuno, disse: O amici, oggi ho sprecato la giornata! Costui a Roma costruì un anfiteatro, e, in occasione della sua inaugurazione, uccise cinquemila bestie feroci.
Versione tratta da: Eutropio
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Gli Eburoni attaccano le truppe di Titurio e Cotta (II)
Al contrario Cotta, poiché aveva previsto queste cose e per quella ragione non era stato il promotore della partenza, non tralasciava nessuno stratagemma dal quale potesse scaturire la salvezza di tutti: chiamava a gran voce i soldati e il luogotenente e egli stesso nella battaglia assolveva ai propri doveri di soldato. Poiché a causa dell'estensione della truppa Titurio non poteva dare ordini tempestivi, ordinò che si passasse la voce di lasciare le salmerie e di fermarsi in cerchio. Questa scelta, sebbene non fosse degno di critica in una simile situazione, tuttavia si rivelò svantaggiosa. Infatti ridusse la speranza ai nostri soldati, e rese i nemici pronti alla battaglia, poiché sembrava che ciò fosse stato compiuto non senza grandissimo timore e disperazione. Ovunque i soldati si allontanavano dalle insegne, si affrettavano verso le salmerie e cercavano le cose che avevano care: tutte le cose si riempivano di grida e di pianto.
Versione tratta da: Cesare
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Voi avete sentito spesso che la città di Siracusa sia la più importante e la più bella delle (città) Greche. Oh giudici, è (proprio) così come si racconta. Infatti è protetta da una posizione non solo è inespugnabile da ogni accesso sia per terra sia per mare, ma anche celeberrima per la bellezza. Possiede, infatti, porti quasi racchiusi nell'abitato e nel perimetro della città; questi benché abbiano accessi diversi tra loro, nel tratto finale si congiungono e confluiscono. La parte della città che è chiamata Isola, separata dal mare, a sua volta è collegata e congiunta da un ponte stretto. Quella città è tanto grande che si è sempre detto che era composta da quattro città. Di queste una è quella che ho chiamato Isola; nella quale si trova l'abitazione che fu del re Gerone, che i pretori sono soliti abitare. In quella si trovano numerosi tempi sacri, ma due superano di gran lunga tutti gli altri, il primo di Diana, e l'altro, che fu adorno prima dell'arrivo di costui (Verre), di Minerva. All'estremità dell'isola c'è una sorgente di acqua dolce, il cui nome è Aretusa, di straordinaria grandezza, ricolma di pesci, che sarebbe tutta coperta dalle onde, se non fosse stata separata dal mare per mezzo di una fortificazione e con un ammasso di pietre.
Versione tratta da: Cicerone
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Dionysius Syracusanorum tyrannus omnibus suis civibus beatus esse videbatur sed ipse iudicavit ...
Dionigi, il tiranno dei Siracusani, a tutti i suoi concittadini sembrava essere felice, ma egli fece di persona la stima di quanto grande fosse la sua fortuna. Infatti, mentre Damocle, un tale tra i suoi adulatori, ricordava in un discorso le sostanze di lui, e diceva che non era mai esistito nessuno più felice, (egli) disse: Vuoi dunque, o Damocle, visto che questa vita ti fa felice, assaporarla tu stesso, e sperimentare la mia buona sorte? Dopo che quello ebbe detto che lo desiderava, ordinò che l'uomo venisse messo in un letto d'oro, ricoperto da una bellissima coperta ricamata. A quel punto ordinò che dei fanciulli scelti si posizionassero presso la tavola e che, osservando il cenno di lui, (lo) servissero diligentemente. Erano presenti unguenti e corone, venivano bruciati incensi: Damocle sembrava fortunato a se stesso. In mezzo a questo fasto, ordinò che venisse calata una spada lucente, attaccata al soffitto per mezzo di un crine di cavallo, in maniera da incombere sul collo di quell'uomo felice. E così Damocle non guardava più quei bei servitori, né allungava la mano verso la tavola. Alla fine implorò il tiranno che gli venisse concesso di andare via, poiché ormai non voleva più essere felice.
Versione tratta da: Cicerone