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Ulisse, attraverso il vasto mare, si dirige con un lungo viaggio da Troia ad Itaca, ma giunge all'isola di Polifemo. Polifemo era un Ciclope grande e feroce; aveva un solo occhio nel mezzo della fronte, e mangiava la carne degli uomini. Sul far della sera, il Ciclope riconduceva un grande gregge in una caverna; poi appoggiava alla porta un enorme masso. Ulisse viene rinchiuso nella caverna con i suoi compagni, e il Ciclope desidera mangiarli. Ma Ulisse dice di chiamarsi "Nessuno" e, con il vino, ubriaca Polifemo e lo induce al sonno. A questo punto, con un tronco aguzzo, brucia l'occhio del Ciclope. A causa del dolore, Polifemo immediatamente si sveglia, con grandi grida chiama in aiuto i suoi fratelli, ma grida: Nessuno mi acceca! Per questa ragione, i compagni non prestano attenzione alle suppliche di Polifemo. Nel frattempo, Ulisse lega i suoi compagni alle pecore e se stesso all'ariete, e tutti, grazie all'astuto piano, scappano dalla caverna.
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All'improvviso il fanciullo arde con una nuova e straordinaria passione e ama il fanciullo che vede, poiché non riconosce l'immagine e non comprende. Desidera se stesso, ama se stesso ed è logorato dall'eccesivo desiderio. Si sdraia a terra e contempla sia gli occhi, simili alle stelle del cielo, sia la chioma, degna di Bacco sia le gote, sia il collo eburneo, sia le rosse labbra sul pallido volto. Dà alcuni baci vani all'acqua ingannevole del fiume, immerge spesso inutilmente le braccia: infatti non afferra mai l'immagine; l'animo del fanciullo è illuso, gli occhi sono ingannati. Infine muore e le ninfe costruiscono per il fanciullo una pira. Ma le membra svaniscono e, con un prodigio sorprendente dalla terra nasce un fiore giallo, che ha foglie chiare e infatti attualmente è chiamato narciso.
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Quid est? Num dubitas id me imperante facere quod iam tua sponte faciebas? Exire ex urbe iubet consul hostem ...
O Catilina, che c'è? Forse esiti a fare sotto il mio comando ciò che già facevi di tua spontanea volontà? Il console ordina che il nemico esca da Roma. Chiedimelo: forse in esilio? Non lo ordino, ma se mi consulti, (te) lo consiglio. Cosa c'è, infatti, o Catilina, che ormai ti possa divertire in questa città? In essa non c'è nessuno, al di fuori di questa cospirazione di uomini rovinati, che non ti tema, nessuno che non ti abbia in odio. Quale onta delle questioni private non si è attaccata alla tua reputazione? Quale bramosìa è mai mancata dai tuoi occhi, quale crimine (è mai mancato) dalle tue mani, quale scelleratezza dal tuo corpo intero? A quale giovane, che tu abbia adescato per mezzo delle sconcezze delle depravazioni, non hai presentato una spada per un atto temerario o la fiaccola per un atto dissoluto? Cosa davvero? Poco tempo fa, poiché hai sgomberato lo spazio per le nuove nozze con la morte della moglie precedente, non hai aggiunto questo misfatto anche ad un altro incredibile misfatto? Una cosa che tralascio, e sopporto facilmente di star zitto, affinché non sembri che in questa città abbia avuto luogo o sia rimasta impunita la disumanità di un delitto tanto grande.
Versione tratta da: Cicerone
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Caesar cum iniquo loco pugnari hostiumque augeri copias videret praemetuens suis ad T. Sextium ...
Cesare, poiché vedeva che si combatteva in una posizione sfavorevole e che le truppe dei nemici aumentavano, temendo vivamente per i suoi, mandò a dire al luogotenente T. Sestio – che aveva lasciato a difesa dell'accampamento più piccolo – di far uscire velocemente le coorti dall'accampamento, e di fermarle alle pendici del colle, sul lato destro dei nemici. Egli, dopo essere avanzato un pò da quel luogo, attendeva l'esito della battaglia. Il centurione M. Petronio, dopo aver tentato di abbattere le porte, essendo stato incalzato da una moltitudine e non avendo speranza per sé, dopo che ebbe ricevuto molte ferite, disse ai propri gregari che lo avevano seguito: Dal momento che non posso salvarmi insieme con voi, senz'altro provvederò alla vita di voi che, spinto dalla brama di gloria, ho trascinato nel pericolo. Poiché ve ne è stata data la possibilità, abbiate cura di voi stessi. Mentre i suoi si sforzavano di aiutarlo, disse: Tentate invano di soccorrere la mia vita, il sangue e le forze ormai mi abbandonano. Perciò andatevene, mentre c'è la possibilità, e ritiratevi presso la legione. Così, poco dopo, morì mentre combatteva, e fu di salvezza per i suoi.
Versione tratta da: Cesare
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Quis Carthaginiensium pluris fuit quam Hannibale consilio, virtute, rebus gestis, qui unus cum tot imperatoribus nostris …
Chi, tra i Cartaginesi, fu più grande di Annibale in fatto di accortezza, di valore, di imprese compiute, chi combatté da solo per così tanti anni, con così tanti nostri generali per l'egemonia e per la gloria? I suoi concittadini espulsero costui dalla città: noi vediamo che, pur nemico, è stato celebrato dalla nostra letteratura e dal nostro ricordo. Per questo motivo, imitiamo i nostri Bruti, i Camilli, gli Aiala, i Deci, i Curii, i Fabrizi, i Massimi, gli Scipioni, i Lentuli, gli Emili, e gli incalcolabili altri che consolidarono questo Stato: ed io li colloco senz'altro nel gruppo e nel numero degli dèi immortali. Amiamo la patria, ubbidiamo al senato, provvediamo agli uomini probi; non curiamoci dei profitti immediati, mettiamoci al servizio della gloria della posterità; convinciamoci che la cosa migliore è quella che sarà la più onesta; speriamo le cose che vogliamo, ma sopportiamo ciò che ci sarà toccato in sorte; infine, pensiamo che il corpo degli uomini vigorosi e grandi è caduco, e che la gloria del valore è eterna; e non crediamo che coloro che, con le loro decisioni o le loro fatiche, accrebbero, oppure difesero, oppure salvarono questo Stato tanto grande, abbiano conseguito meno la gloria immortale.