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Graeciae nautae mercatura sibi magnas divitias parant et in Italia colonias ...
I marinai della Grecia si procurano grandi ricchezze per mezzo del commercio, e fondano colonie in Italia. In principio abitano Pitecusa, isola fertile e ridente, presso le coste della Campania. Poi, dagli abitanti di Corinto, viene fondata Cuma, sul suolo dell'Italia. Presso Cuma abita la Sibilla, e predice la sorte agli abitanti. Come narra il poeta, anche Enea si incontra con la Sibilla, e viene a sapere la sua sorte. Presso Cuma sorge anche Capua, città degli Etruschi, e quella che in lingua Greca si chiama Napoli, vale a dire "città nuova". In Lucania viene fondata Elea, che dagli Italici viene chiamata anche Velia. Ad Elea si pratica la filosofia. Sulle coste dell'Italia c'erano molte altre colonie Greche: per cui la terra Italica viene denominata Magna Grecia.
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Huc ut venit, opinio inter Lacedaemonios manebat eum cum Persarum rege ...
Come giunse qui, tra gli Spartani persisteva l'idea che egli avesse un accordo con il re dei Persiani, ma di questa accusa gli efori non avevano alcuna prova. Intanto Pausania inviò al re Artabazo, per il tramite del fanciullo Argilio, una missiva a proposito della comune decisione; ma il ragazzo percepì che sarebbe morto da Artabazo: infatti nella missiva certamente era stato delineato l'assassinio del messaggero, affinché non sopravvivesse un testimone. Dunque il ragazzo consegnò quella missiva agli efori. Gli efori, venuti a conoscenza di queste cose, vollero che egli venisse trattenuto nella città. Pausania invece si rifugiò nel tempio di Minerva, che viene chiamato "Chalcioicos" ovvero "la casa di bronzo". Affinché non potesse uscire da questo luogo, gli efori, immediatamente chiusero le porte di quel tempio e distrussero il tetto, affinché, sotto il cielo, morisse più velocemente. È noto che a quel tempo fosse in vita la madre di Pausania e che essa, dopo che venne a sapere del misfatto del figlio, fu tra i primi a portare una pietra all'ingresso del tempio, affinché il figlio fosse sbarrato nel tempio. Così Pausania disonorò la grande gloria di guerra con una morte vergognosa: dopo che fu tirato fuori dal tempio morente, per l'ardore del sole, consumato dalla fame e dalla sete, morì immediatamente.
Versione tratta da: Cornelio Nepote
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Nihil excellentius fuit Alcibiade vel in vitiis vel in virtutibus...
Non ci fu nulla di più straordinario di Alcibiade, sia nei vizi, sia nelle virtù. Nato in una grandissima città, di nobile stirpe, fu di gran lunga il più bello tra tutti quelli della sua epoca: estremamente abile in ogni cosa, pieno di assennatezza – infatti fu un generale eccellente sia in mare che in terra – e (fu) estremamente eloquente: era tanto grande la qualità del linguaggio e del discorso, che nessuno gli poteva tener testa in un dibattito. Fu anche ricchissimo, laborioso, paziente, generoso, magnifico, non meno nella vita (pubblica) che nello stile di vita (privato), cordiale, piacevole, adattandosi molto intelligentemente ai tempi. Fu allevato nella casa di Pericle, istruito da Socrate. Ebbe come suocero Ipponico, il più ricco di tutti i Greci. Perciò Alcibiade non poteva ricordare più ricchezze, né poteva richiederne più grandi di quelle che gli aveva concesso sia la natura, che la fortuna. Gli Ateniesi, non solo avevano la massima fiducia in Alcibiade, ma (avevano) anche paura, poiché conoscevano di (quell') uomo estremamente severo, la straordinaria assennatezza in tutte le circostanze e l'estrema avidità di potere. Dopo che Alcibiade era stato screditato dai più, tuttavia tre storici autorevolissimi lo glorificarono con altissimi elogi: Tucidide, che fu (uomo) del medesimo tempo, Teopompo, nato un pò dopo e Timeo.
Versione tratta da: Cornelio Nepote
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Coriolanus vir magni animi et sagacis ingenii...
Coriolano, uomo di grande animo e di acuto ingegno, condannato dai Romani all'esilio con un processo ingiusto, si era rifugiato presso i Volsci ed era stato fatto comandante del loro esercito. A quei tempi i Volsci erano ostili ai Romani e il senato, su esortazione della plebe, mandò dei legati ai Volsci intenzionati a chiedere la pace. Ma Coriolano, memore sia dell'ingiustizia dei cittadini, sia del favore degli stranieri, li rispedì a Roma senza nulla di fatto. Nell'accampamento dei nemici Giunsero anche i sacerdoti che imploravano, ma non addolcirono l'animo di quello che bruciava per la collera. Ormai Coriolano era intenzionato a combattere contro la sua stessa città. Allora, le matrone, o per esortazione pubblica, o turbate per il timore femminile della guerra, giunsero da Veturia, madre di Coriolano, e da Volumnia, sua moglie, per chiedere il loro aiuto. Per questo motivo, l'anziana Veturia e Volumnia, portando con sé i piccoli figli, giunsero all'accampamento dei nemici e con le loro lacrime e suppliche distolsero Coriolano dallo scellerato proposito. Così quello, che già stava per condurre la cavalleria dei Volsci contro i Romani, dopo aver cambiato opinione, spostò indietro l'accampamento dalla città, senza ingaggiare nessuna battaglia.
Versione tratta da: Livio
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Anno quarto decimo postquam in Italiam Hannibal venerat Scipio qui multa bene egerat...
Nel quattordicesimo anno dopo che Annibale era giunto in Italia, Scipione, che in Spagna aveva compiuto con successo molte operazioni, venne eletto console e mandato in Africa. Si riteneva che in quell'uomo vi fosse qualcosa di divino, al punto che si riteneva che egli colloquiasse persino con gli dèi. Siface, il re della Numidia, che si era unito ai Cartaginesi, viene catturato da Scipione e viene mandato a Roma con infiniti trofei di guerra. Una volta sentita questa cosa, quasi tutta l'Italia abbandona Annibale. Dai Cartaginesi viene ordinato che egli stesso ritorni nell'Africa, che Scipione saccheggiava. Così, nel diciassettesimo anno, l'Italia venne liberata da Annibale. Gli ambasciatori dei Cartaginesi chiesero la pace a Scipione, ma le condizioni non piacquero, e da Scipione venne portata guerra a Cartagine. Annibale venne nuovamente nominato comandante supremo dei Cartaginesi, e gli venne ordinato di combattere. Da entrambi i comandanti venne preparata una battaglia come a stento se ne ricorda alcuna, poiché generali abilissimi guidavano alla guerra le loro truppe. Scipione uscì vincitore, dopo che era quasi stato catturato Annibale stesso, il quale scampò insieme ai pochi cavalieri sopravvissuti. Dopo quello scontro venne stipulata la pace con i Cartaginesi. Scipione ritornò a Roma, celebrò il trionfo con grande gloria, e da ciò venne chiamato l'Africano.
Versione tratta da: Eutropio