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Tum demum excedimus oppido; sequitur vulgus attonitum ... et plerique lymphati terrificis vaticinationibus et sua et aliena mala ludificabantur.
Usciamo allora dalla città. Attonito ci segue il popolo. Usciti dalla cerchia delle abitazioni ci soffermammo. Prendiamo visione quidi molte cose strane e atte a suscitare timore. Il mare infatti si stava ritirando e era respinto dal terremoto. Certo il litorale era avanzato e tratteneva molti animali marini nella sabbia all'asciutto. Dall'altro lato una nube nera e orrida si fendeva in lunghe figure di fiamme. Poco dopo quella nube si abbassò sulla terra, ricoperse il mare. Guardo dietro di me: alle spalle incombeva una fitta oscurità, che ci seguiva come un torrente insinuandosi nel terreno. Sentivo urla di donne, lamenti di bambini, grida d'uomini; gli uni ricercavano chiamandoli a voce i genitori, altri i figli, altri le mogli; e li riconoscevano dalle voci. Si fece un pò di chiarore; tuttavia non era il giorno, ma il segnale del fuoco che si avvicinava. E il fuoco ristette alquanto lontano; di nuovo fu buio, di nuovo cadde cenere, abbondante e pesante. Ci scuotevamo di dosso la cenere a più riprese. Finalmente quella caligine attenuatasi si dissolse come in fumo o nebbia; subito dopo vi fu giorno vero; anche il sole rifulse, tuttavia era pallido. Tutto il paesaggio era cambiato e per la cenerà alta appariva come ricoperto dalla neve. Tornati a Miseno, passammo una notte affannosa e incerta tra speranza e timore. Prevaleva la paura; infatti il terremoto continuava e moltissimi fuor di senno con terrificanti vaticini si facevano beffe dei mali propri ed altrui
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Thrasybulus Lyci filius, Atheniensis. Neminem huic praefero fide, constantia, magnitudine animi, in patriam amore. ... Neminem iacentem veste spoliavit, nihil attigit nisi arma, quorum indigebat, quaeque ad victum pertinebant.
Trasibulo, figlio di Lieo, Ateniese. Non antepongono nessuno a costui per lealtà, costanza, grandezza d'animo, amore verso la patria. Infatti egli riscattò la patria, oppressa dai trenta tiranni, dalla servitù. Ma non so come molti, nonostante nessuno lo superasse in queste virtù, lo superarono nella fama. Dapprima, durante la guerra del Peloponneso, compì molte imprese senza Alcibiade, quello niente senza costui ; dopo la sconfitta degli Ateniesi, in verità, quella magnifica impresa è propria di Trasibulo. Infatti, quando i trenta tiranni, imposti dagli Spartani, tenevano oppressa con la schiavitù Atene, egli non solo per primo, ma anche solo all'inizio, dichiarò loro guerra. Costui, infatti, essendosi rifugiato in una qualche fortezza dell'Attica, non ebbe con sé più di trenta dei suoi. Questo fu l'inizio della salvezza degli Ateniesi, questo il nerbo della libertà della celeberrima città. Da qui Trasibulo passò nel Pireo e fortificò Munichia. I tiranni tentarono di assediarla due volte e, respinti vergognosamente da essa, lasciate perdere armi e bagagli, si rifugiarono subito in città. Trasibulo si servì non meno della saggezza che della forza. Infatti vietò che si colpissero coloro che si arrendevano e nessuno fu ferito, se non chi volle attaccare. Non privò della veste nessuno che giaceva, non toccò niente se non le armi, delle quali era bisognoso, e qualunque cosa riguardasse il vitto.
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Caesari omnia uno tempore erant agenda: vexillum proponendum, quod erat insigne, cum ad arma concurri oporteret; ... Milites cohortatus est ut suae pristinae virtutis memoriam retinerent neu perturbarentur animo hostiumque impetum fortiter sustinerent, quo facto, sibi committendum proelium statuit.
Cesare doveva fare ogni cosa nello stesso frangente: bisognava alzare il vessillo, che era il segnale di quando occorreva correre alle armi; occorreva dare il segnale con la tromba; occorreva richiamare i soldati dal lavoro; occorreva dare il segnale. La mancanza di tempo e l'incursione dei nemici impediva la gran parte di queste cose. In queste difficili situazioni due cose erano d'aiuto, la perizia e l'esperienza dei soldati, che, fatta pratica nei combattimenti precedenti, potevano adeguatamente ordinare a se stessi ciò che fosse opportuno venisse fatto, e il fatto che Cesare aveva vietato che i singoli luogotenenti si allontanassero dal lavoro e dalle singole legioni se l'accampamento non fosse stato fortificato. Questi, a causa della vicinanza e della velocità dei nemici, non aspettavano ormai nessun ordine di Cesare, ma compivano da sé le cose che sembravano opportune. Cesare, ordinate le cose necessarie, andò presso la decima legione. Esortò i soldati a conservare il ricordo dell'antico valore e a non turbarsi nell'animo e a sostenere con forza l'attacco dei nemici, e, fatto ciò, ritenne di dover intraprendere il combattimento.
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Caesar, postquam ad flumen Bacetim venit, quia propter altitudinem aquarum difficulter vires pedestres traducebat, ... Ita cupiebat Caesar adversarios in aequum locum deducere et propere de bello decernere.
Dopo che arrivò fiume Baceti, Cesare, poiché a causa dell'altezza delle acque trasferiva con difficoltà le truppe di fanteria, immerse ceste piene di pietre, ponendovi sopra pesanti travi; così creò un saldo ponte attraverso il quale condusse le truppe nell'accampamento. Guidava le truppe in triplice schiera verso la città dalla zona del mare, come abbiamo scritto sopra. Quando Pompeo giunge qui con le sue truppe, pone l'accampamento di fronte in egual maniera. Cesare, che voleva tener lontano Pompeo dalla città, iniziò a condurre una trincea fino al ponte: Pompeo fa la stessa cosa con uguale intenzione. A questo punto tra i due condottieri scoppiò una contesa, dalla quale scaturivano piccoli ma feroci combattimenti quotidiani: ora furono fortunati i soldati di Cesare, ora le armate di Pompeo. Quando i piccoli combattimenti giunsero ad una grande lotta e da entrambe le parti scoppiò una battaglia corpo a corpo, mentre i soldati di Cesare e di Pompeo cercavano ardentemente di mantenere la posizione, si ammassavano a causa del ponte e, avvicinandosi alle rive del fiume, cadevano, stipati. Qui non solo i morti amplificavano la morte, ma i tumuli eguagliavano i tumuli. Così Cesare voleva condurre i nemici in un luogo favorevole e decidere in fretta della guerra.
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Macedones iam ad teli iactum pervenerant, cum Persarum equites ferociter in laevum cornu hostium invecti sunt. ... Fine: Omni planctu tumultuque castra resonabant. Namque tabernaculum solum, quod servi Dareo exornaverant omni luxu et opulentia instructum, intactum omiserunt milites.
I Macedoni erano ormai arrivati ad un tiro di giavellotto, quando i cavalieri dei Persiani si slanciarono ferocemente contro l'ala sinistra dei nemici. E ormai anche l'ala destra di Alessandro veniva circondata. Allora il Macedone condusse coraggiosamente i cavalieri nel bel mezzo della guerra. Costretti a combattere corpo a corpo, sguainano prontamente le spade. Allora si sparse molto sangue. Dario si stagliava alto sul carro: Alessandro era sul cavallo; i cavalieri, schierati davanti al carro, difendevano il re. Ma i Macedoni, che erano attorno al re, incoraggiati dal reciproco incitamento, si lanciano contro la cavalleria. Allora la strage era simile ad una catastrofe. Attorno al carro di Dario furono uccisi nobili condottieri. E inoltre, i cavalli che tiravano il carro di Dario, trafitti dalle lance, erano stati resi selvaggi dal dolore, quand'ecco che egli scende e viene posto su un cavallo, che lo seguiva per questo, e cercò la salvezza con la fuga. Allora gli altri si disperdono per la paura e fuggono. La cavalleria incalzava i nemici che fuggivano. I barbari intrapresero una fuga rivolta in direzioni diverse: alcuni si diressero verso le rupi e le gole dei monti, altri verso l'accampamento di Dario. Ma ormai anche il vincitore era penetrato nel ricco e splendido accampamento. I soldati avevano depredato una grande quantità d'oro e d'argento, apparato non di guerra, ma di sfarzo. L'accampamento risuonava di ogni pianto e lamento. E infatti i soldati lasciarono intatta solo la tenda, che i servi avevano addobbato per Dario, fornita di ogni lusso e ricchezza.