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traduzione delle frasi 2-4-7-8-13-14-15 dell'esercizio 5 di pagina 59 dal libro latino a colori lezioni 2.
2)Aristaenus, Achaeorum praetor, in concilio cum magna auctoritate audutus est quod non alia quam quae Achaeis suaserat Boeotis suadebat.
Aristene pretore degli achei (dei greci) venne ascoltato con maggiore attenzione in assemblea data la sua autorevolezza perché non consigliava ai beoti nulla se non quello che aveva già consigliato
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Inizio: Cum magnum bellum immineret, Fine: esse itinera ac mutationes locorum
Appropinquandosi una grande guerra, tutti i giovani della città accorrevano dal console Fabio e gli davano il nome, molti infatti desideravano prestare la leva militare sotto quel comandante. Il console, circondato da così tanto disordine, parlò così: «Ho intenzione di arruolare e portare con me solo quattromila fanti e seicento cavalieri: preferisco condurre tutti ricchi a Roma, piuttosto che fare guerra con molti soldati». Partito con un esercito adatto verso la città di Aharna, da dove i nemici non erano molto lontani, Fabio proseguì verso l'accampamento del pretore Appio. Poche miglia al di qua si imbatterono in lui dei raccoglitori di legna assieme ad una scorta, i quali, quando videro che i littori avanzavano e vennero a sapere che il console era Fabio, felici e gioiosi resero grazie al popolo romano e agli dei per aver mandato loro quel comandante. Mentre salutavano il console, dopo averlo attorniato, Fabio chiese dove si dirigessero e a quelli, che rispondevano che andavano nei boschi per far legna, il console disse: «Non avete forse un accampamento cinto con una palizzata?». Essendo stato gridato in risposta a ciò da un vallo e da un fossato e che tuttavia erano in grande timore, Fabio così rispose: «Avete già abbastanza legna: tornate all'accampamento e abbattete la palizzata». Quelli tornarono all'accampamento e dissero agli altri soldati ciò che Fabio aveva ordinato di fare. Il giorno dopo si levarono le tende e il pretore Appio fu rispedito a Roma; da quel momento i Romani non ebbero un accampamento stabile da nessuna parte: infatti non ignoravano quanto fosse utile che l'esercito stesse accampato in un solo luogo, ma ritenevano che per i soldati fossero più utili gli spostamenti e i cambiamenti di luoghi.
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Nero imperator statura est prope iusta, corpore maculoso et fetido, subflavo capillo, ore pulchro, oculis caesis, cervice obesa, abdomine proiecto, longis cruribus, valetudine prospera. Disciplinas omnes fere puer attingit, sed a philosophia mater, a cognitione antiquorum oratorum praeceptor eum avertit. Itaque, ad poeticam disciplinam pronus, carmina libenter ac sine labore componit. Erat Neroni aeternitatis perpetuaeque famae cupido magna sed inconsulta: multis locis antiquam appellationem detrahebat navamque indicebat ex suo nomine (mensem aprilem neroneum; romam neroniam appellabat). Nero autem maxime popularitatem amabat et scaenica athleticaque certamina quoque vincere temptabat, sed vir modici ingenii erat et corpore foedo; ergo dolo sceleribusque victoriam reportabat. Deorum virtutes facinoraque saepe memorabat: Apollinis carmina ac Herculis facta laudabat, Veneris voluptates ac Dionysi scelera narrabat, de Neptuni Iunonisque bellis deplorabat.
L'imperatore Nerone è di statura nella media, con un corpo (coperto) di macchie e maledorante, con capello biondiccio, con viso bello occhi incavati con collo largo, con ventre prominente con lunghei gambe eccellente salute. Fin da ragazzo, si occupa di quasi tutte le discipline, ma la madre lo distoglie dalla filosofia, il suo precettore (nota: il suo precettore era Seneca) lo tenne lontano (nel senso non gli fece conoscere) dalla conoscenza degli antichi oratori. Pertanto, incline alla poesia, compone versi per diletto e senza fatica Nerone aveva un grande desiderio di fama eterna e perpetua ma (sottinteso: questa sua ambizione era) irraggionevole : toglieva a molti luoghi l'antico nome e ne imponeva uno nuovo dal suo nome (chiamava il mese di aprile Neroniano, chiamava Roma Neronia). Poi Nerone amava moltissimo la popolarità e tentava di vincere le gare teatrali e atletiche, ma Nerone era un uomo di intelligenza modesta e di corpo ripugnante; dunque riportava la vittoria con l'astuzia e con gli imbrogli. Spesso ricordava le virtù e le imprese degli dei: lodava le poesie di Apollo e le imprese di Ercole, narrava i piaceri di Venere e i misfatti di Dionisio, piangeva (compl. di Argomento) sulle guerre di Giunone e Nettuno
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Inizio: Augustus cibum minimum esse solebat atque vulgarem fere. Secundarium Fine: panem aut cucumeris frustum vel lactuculae thyrsum.
Solitamente Augusto mangiava molto poco e per lo più semplici cibi. Lo appetivano il pane raffermo, i piccoli pesci, il formaggio di mucca lavorato a mano e soprattutto i fichi verdi raccolti 2volte all’anno; e si rifocillava anche prima del pasto ogni momento e in qualsiasi luogo in cui lo stomaco ne avesse sentito l'esigenza. Fra le missive si trovano queste parole: « Sul carro abbiamo consumato un pasto a pane e datteri». E ancora: « Mentre tornavo a casa dalla corte in lettiga, ho mangiato un tozzo di pane con pochi acini di uva duracina». E di nuovo: « Neppure un Giudeo, o caro Tiberio, osserva il digiuno del sabato con tanto scrupolo quanto oggi io. per l’appunto nella stanza da bagno dopo la prima ora della notte ho mandato giù soltanto due bocconi prima di cominciare ad ungermi». Per questa sregolatezza nell’ora dei pasti, talvolta era solito pranzare da solo o prima dell'inizio di un banchetto oppure dopo che era terminato, dal momento che non assaggiava nulla durante lo svolgersi del convito. Ed era anche abbastanza moderato nel vino. Cornelio Nepote riferisce che di solito non beveva più di tre volte durante il pranzo nell'accampamento alle porte di Modena. Come bevanda prendeva pane inzuppato nell’acqua fredda o una fetta di cetriolo oppure un gambo di (tenera) lattuga.
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Inizio: Constat Aeneam domo profugum primo in Macedoniam venisse, inde in Siciliam Fine: cui Ascanium parentes dixere nomen.
E' cosa ben nota (constat) che Enea, profugo dalla patria, raggiunse dapprima la Macedonia, poi arrivò in Sicilia cercando una sede, e che dalla Sicilia con la flotta si volse verso il territorio di Laurento. Qui sbarcati, i Troiani facevano bottino dalle campagne: e così il re Latino e gli Aborigeni, che occupavano allora quei luoghi, accorrono armati dalla città e dai campi e fronteggiano la violenza degli stranieri. Quindi la tradizione è duplice. Alcuni tramandano che Latino, vinto in battaglia, stipulò una pace con Enea, poi strinse parentela; altri che Latino si fece avanti tra i maggiorenti e che chiamò a colloquio il comandante degli stranieri; dopo che ebbe saputo che la moltitudine erano i Troiani, che il comandante Enea, figlio di Anchise e di Venere, che, profughi dalla patria, cercavano una sede, e, ammirata la nobiltà del popolo e dell'uomo e l'animo pronto alla pace e alla guerra, che Latino sancì il patto di una futura amicizia. Quindi fu stipulato un patto tra i comandanti. Enea fu ospite presso Latino; dopo di che Latino diede in matrimonio la figlia ad Enea. I Troiani fondano una città; Enea la chiama Lavinio dal nome della moglie. In breve ci fu una progenie anche maschile dal nuovo matrimonio, alla quale i genitori diedero il nome di Ascanio.