- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LATINA LECTIO - versioni latino tradotte
- Visite: 3
Lacedaemonii primi, experimenta pugnarum colligentes, artem proeliorum scripsisse dicuntur usque eo ut rem militarem ad disciplinam et scientiam revocaverint ac magistros armorum, quos "tactios" appellaverunt, iuventutem suam usum varietatemque pugnandi docere iusserint. Quantum autem in proeliis profecerint Lacedaemonii Xantippi declarant exemplum, qui bello Punico primo Atilium Regulum Romanumque exercitum, cum auxilium Carthaginiensibus arte sua ferret, cepit ac domuit unoque congressu triumphas omne bellum confecit. Ipse Hannibal, Italiam petiturus, a Lacedaemoniis petivit magistrum qui suos armorum usum doceret. Nec huius rei eum paenituit: nam eius monitibus tot consules tantasque legiones, inferior numero ac viribus, saepe vicit. Ergo qui desiderat pacem, praeparet bellum. Qui victoriam cupit, milites diligenter arte militari imbuat. Qui secundos optat ventus, dimicet arte non casu. Nemo provocere, nemo audet offendere quem intellegit superiorem esse pugnaturum
Si dice che gli Spartani per primi, mettendo assieme esperienze di combattimenti, abbiano codificato l’arte delle battaglie sino al punto da ricondurre l’arte della guerra ad una norma e ad una scienza e da ordinare ai maestri delle armi, che chiamarono “tactios”, di insegnare alla loro gioventù la pratica e la varietà del combattere. Quanto poi gli Spartani abbiano progredito nelle battaglie, lo testimonia o, portando aiuto ai Cartaginesi con la sua perizia, e trionfando con un’unica battaglia portò a termine ogni guerra. Annibale in persona, intendendo assalire l’Italia, chiese agli Spartani un maestro che insegnasse ai suoi l’uso delle armi. E non si pentì di questa cose: infatti con i suoi consigli spesso sconfisse tanti consoli e tante legioni, pur essendo inferiore per numero e forze. Perciò chi desidera la pace, prepari la guerra. Nessuno osa provocare ed offendere chi sa essere superiore se si combatte.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LATINA LECTIO - versioni latino tradotte
- Visite: 3
Iam metam caeli nox umida contigerat et nautaelaxaxabant membra placida quiete, fusi per dura sedilia, cum Somnus, delapsus levis ab aetheriis astris, aera dimovit, Palinurum petens et tristia somnia portans. Consedit deus in alta puppi funditque has ore loquelas: "Palinure, ferunt ipsae undae classem, aequatae spirant aurae: datur hora quieti. Pone caput fossosque oculos subtrahe labori. Ipse ego paulisper pro te tua munera (mansioni) inibo". Cuius fallacibus verbis non obtemperavit Palinurus clavumque adfixus et haerens numquam amittebat oculosque ad astra fixos tenebat. Ecce deus ramum Lethaeo rore madentem super utraque tempora quassat eiusque natantia lumina claudit. Vix quies primos laxaverat artus et deus, super incumbens, eum cum gubernaculo liquidas proiecit in undas praecipitem et socios nequisquam saepe vocantem: ipse volans se sustulit ad tenues auras.
Ormai la notte umida e quieta era giunta a mezzo del cielo e i naviganti riposavano le membra nella placida quiete, coricati sui sedili duri, quando il dio (del)Sonno, disceso leggero dagli astri celesti, attraversò l'aria andando verso Palinuro e portandogli sogni funesti. Il dio sedette sull’alta poppa e pronunciò con la sua bocca siffatte parole: "o Palinuro, queste onde portano loro stesse la flotta, i venti soffiano calmi, ti è data un'ora di riposo. Stendi la testa e chiudi gli occhi stanchi dalla fatica. Io stesso mi occuperò delle tue mansioni al posto tuo per un poco. " Palinuro non obbedì alle sue parole fuorvianti e, stretto al timone e a lui (al timone) attaccato, non lo lasciava mai e teneva gli occhi fissi verso le stelle. Ecco che il dio porta su entrambe le tempie un ramo bagnato di rugiada soporifera e chiude gli occhi affaticati dal sonno. Il riposo aveva appena incominciato a rilassare le sue membra, quando il dio, andandogli sopra, lo gettò a precipizio con il timone nelle onde del mare e mentre chiamava invano i compagni. Egli stesso ) volando si sostenne sull'aria tenue.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LATINA LECTIO - versioni latino tradotte
- Visite: 3
La morte il maggior dono degli dei Cicerone Traduzione versione analisi testo dal libro Latina Lectio in fondo a questa pagina trovi anche l'analisi grammaticale
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LATINA LECTIO - versioni latino tradotte
- Visite: 3
Crotonienses, Lacedaemoniis victi, omnem virtutem, exercitationem, omnem armorum curam omiserunt, mutassentque vitam luxuria, nisi Pythagoras philosophus eos sapientiam docuisset. Hic Demarato, locuplete negotiatore natus Sami, Aegyptum primo, deinde Babyloniam profectus ad perdiscendos siderum motus, summam scientiam consecutus est. Inde regressus, Cretam et La cedaemonem, ad cognoscendas Minois et Lycurgi inclitas leges, contenderat. Quibus omnibus eruditus, Crotona venisse dicitur populumque, in luxuriam lapsum, auctoritate sua ad frugalitatem revocavisse. Laudabat quotidie virtutem et vitia luxuriae casusque civitatum, ea peste perditarum, commemorabat ut cives mollitate suae paeniteret. Sic tantum studium frugalitatis in moltidudine provocavit ut prius eos cives luxuriatos esse incredibile videretur. Matronarum quoque separatam a viris doctrinam et puerorum frequentem habuit. Docebat nunc has pudicitiam et obsequium in viros, nunc illos modestiam et litterarum studium. Inter haec velut genitricem omnium virtutum frugalitatem ingerebat
Gli abitanti di Crotone, vinti dagli Spartani, abbandonarono ogni virtù, esercizio, ogni cura per le armi, e avrebbero cambiato la vita con il lusso, se il filosofo Pitagora non avesse insegnato loro la sapienza. Questo, nato a Samo da Demarato, ricco mercante, essendo andato dapprima in Egitto poi a Babilonia per imparare il movimento delle stelle, conseguì una profonda ed accurata conoscenza. Tornato da lì, si era diretto a Creta e a Sparta per conoscere le famose leggi di Minosse e di Licurgo. Istruitosi in tutte queste, si dice che venne a Crotone e con la sua autorità riportò il popolo, caduto nella lussuria, verso la parsimonia. Lodava quotidianamente la virtù e richiamava alla memoria i vizi della lussuria e la caduta delle civiltà, andate in rovina a causa di quella peste, affinché i cittadini si pentissero della loro mollezza. Così provocò fra la moltitudine un così grande interesse per la frugalità che sembrava incredibile che prima quei cittadini fossero lussuriosi. Tenne anche un insegnamento per le matrone separato dagli uomini e uno frequente per i fanciulli. Ora insegnava a quelle la pudicizia e il rispetto verso gli uomini, ora a quelli la modestia e lo studio della letteratura. Fra queste cose inseriva la temperanza, come genitrice di tutte le virtù.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: LATINA LECTIO - versioni latino tradotte
- Visite: 3
Post Carthaginem deletam nullus populus Romanorum legionibus resistere valuit: Africa, Macedonia, Graecia; Syria, ceteraeque omnes gentes quodam quasi torrentis impetu in potestatem populi Romani devectae sunt, in primis Macedones, qui olim, Alexandro rege, spem potiundi totius orbis adfectaverant. Macedonicum bellum amplius omnium expectatione fuit. Causa coepit a foedere Philippi, quo rex iam pridem dominantem in Italia Hannibalem sibi socieverat: postea crevit, implorantibus Atheniensibus auxilium contra regis iniurias, cum ille ultra ius victoriae in templa, aras et sepulcra ipsa saeviret. Placuit senatui opem tantis ferre supplicibus. Primum igitur, Laevino proconsule, populus Romanus, Ionium mare ingressus, tota Graeciae litora veluti triumphanti classe peragravit. Nam Siciliae, Sardiniae, Hispaniae, Africae spolia praeferebat; et manifestam victoriam laurus, nata in puppe praetoria, pollicebatur. Aderat sponte in auxilium Attalus, rex Pergamenorum; aderant Rhodii, nauticus populus. Bis victus rex, bis fugatus, bis exutus castris.
Dopo l’annientamento di Cartagine, nessun popolo fu in grado di resistere al(l’avanzata del)le legioni romane: l’Africa, la Macedonia, la Grecia, la Siria e tutti gli altri popoli passarono sotto il dominio del Popolo di Roma, (spinti) da una sorta , per così dire , di furia torrenziale; soprattutto i Macedoni, che (pur) un tempo, all’epoca del re Alessandro, avevano aspirato al dominio del mondo . La guerra macedonica si rivelò più importante ed impegnativa del previsto . La causa iniziale fu l’alleanza che il re Filippo aveva stretto con Annibale, che già da tempo [iam pridem] furoreggiava in Italia [lett. la causa (del conflitto, e dunque il conflitto stesso) incominciò dal patto di Filippo, in base al quale il re s’era alleato (suppongo *sociaverat*)…]; ma l’evento scatenante il conflitto [lett, in seguito, la causa crebbe poiché…; “crevit” (cresco) è in correlazione col precedente “coepit”] fu la richiesta di soccorso, avanzata dagli Ateniesi, contro le violenze [iniurias] perpetrate dal re (Filippo), poiché egli, abusando del diritto [ultra ius] “del più forte” [lett. della vittoria, pertinenza], s’accaniva contro templi, are e addirittura [ipsa] sepolcri. Il Senato decise di portare aiuto a supplici tanto insigni, e così [igitur], sotto il proconsolato di Levino, per la prima volta il Popolo Romano entrò nel mar Ionio, costeggiò l’intera Grecia con una flotta (ch’era) come in trionfo: infatti, (essa) ostentava trofei della Sicilia, della Sardegna, della Spagna, dell’Africa [ovvero, di tutti i popoli, appartenenti a tali regioni, sconfitti]; un lauro [“laurus” è femminile], spuntato sulla poppa pretoria, presagiva sicura vittoria.